Professore Antonio D’Atena, giurista e accademico italiano presso le Università di Roma “Tor Vergata” e Luiss, già direttore dell’ Istituto di Studi sui Sistemi Regionali Federali e sulle Autonomie “Massimo Severo Giannini“, attuale Presidente dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti (AIC)

 

Professore si può sostenere che la cultura dell’autonomia, in particolare l’autonomia regionale, ad oltre 10 anni dell’entrata in vigore della Riforma del Titolo V, si sia affermata nel nostro ordinamento?

La cultura dell’autonomia ha radici più lontane,le quali risalgono almeno alla Costituzione. Si tratta di una cultura, che, in un Paese dalla radicata tradizione centralistica, ha grande difficoltà ad affermarsi,a causa di viscosità culturali e intellettuali.. Essa rappresenta, quindi, una sfida. In proposito, c’è da dire che ci sono parti del Paese, che, per ragioni storiche, sono in condizione, di sfruttare meglio gli spazi di autonomia riconosciuti dalla Costituzione, mentre in altre dovrebbe essere proprio l’autonomia a creare lo spirito civico necessario a farla funzionare. Nello spazio dei dieci anni dell’entrata in vigore della Riforma del Titolo V, non credo si siano registrati significativi cambiamenti per quanto riguarda il radicamento di questa cultura. Lentamente, però, ho l’impressione che il processo, nonostante momenti di arresto, vada avanti.

Le culture giuridica e politica italiane sono sempre in bilico tra un sistema regionale, federale e centralista. Oggi verso quale sistema stiamo andando e perché?

Gli atteggiamenti della cultura politica in materia di autonomia presentano un andamento pendolare. Il pendolo, che avuto un’oscillazione fortemente spostata sul versante delle autonomie in occasione della riforma del 2001, adesso, dalla fine della Legislatura precedente ad oggi si è spostato verso il centro. La prima spiegazione di questo mutamento di atteggiamento è costituita dalla crisi economica, la quale comporta inevitabilmente la necessità di centralizzare i processi di decisione. Tale esigenza traspare anche dalla giurisprudenza della Corte costituzionale, che, soprattutto con riferimento al coordinamento finanziario, negli ultimi anni, ha ammesso penetranti ingerenze dello Stato negli spazi d’autonomia riconosciuti alle Regioni. Un altro elemento che, a livello di opinione pubblica, ha contribuito a rafforzare questo atteggiamento centralistico è costituito – ahimé – dagli scandali da cui sono state interessate, in tempi recenti, diverse Amministrazioni regionali. In materie come queste, comunque, non si dovrebbe cedere all’emotività, ma si  dovrebbe conservare la necessaria obiettività di giudizio, senza confondere gli abusi con la fisiologia. Non va inoltre dimenticato h, per certi aspetti, la riforma regionale ha dato risultati senz’altro positivi,  non sempre conosciuti dall’opinione pubblica. Penso, ad esempio, alla materia dei servizi sociali, nella quale le Regioni hanno spesso elaborato soluzioni efficaci ed innovative. La presenza di più legislatori equivale ad avere un laboratorio a cielo aperto, che favorisce processi di social learning ed esportazione di best practices.

Oltre ai problemi di “ vecchiaia” della nostra Costituzione, quali sono stati i problemi del legislatore costituzionale italiano?

La vecchiaia è una categoria che alla Costituzione non si addice. Basti pensare alla Costituzione degli Stati Uniti d’America, risalente alla fine del ‘700 ed emendata poche volte, nel corso di più di due secoli. Nel nostro Paese, c’è comunque un problema di cultura costituzionale. Da noi, infatti, a differenza di quanto si registra in altri paese europei di solida tradizione costituzionale, s’è affermata la cultura della “grande riforma” della Costituzione, della riforma palingenetica, la quale, in genere, non dà buoni risultati. Meglio, dal mio punto di vista, abbracciare la più sobria e meno appassionante cultura della manutenzione della costituzione, muovendo dal presupposto che le riforme non vanno elaborate in termini ideologici, ma con spirito pragmatico, introducendo con continuità le modifiche necessarie a migliorare la qualità della convivenza,

La riforma Renzi sembra veramente innovativa nel panorama ordinamentale italiano, basti pensare alla modifica del bicameralismo. Le Regioni e lo Stato sono pronti per recepire un cambiamento sostanziale dell’assetto istituzionale?

La riforma Renzi va scomposta nei suoi elementi. Alcuni interventi erano stati chiesti da tempo, e vanno, quindi, salutati con favore. Mi riferisco, in particolare, alla riallocazione di materie che la riforma del 2001 imputava in modo incongruo. È inoltre da salutare con favore l’idea che il Senato debba essere un organo di secondo grado, come si conviene ad un’istituzione chiamata ad offrire, sul versante della legislazione, una sponda cooperativa alle relazioni tra Stato e Regioni.

Due – a mio modo di vedere – i problemi maggiori. Il primo è costituito da una clausola di supremazia fortemente sperequata in senso centralistico, la cui introduzione rischia di privare le Regioni di un domaine réservé garantito della Costituzione. Se questo scenario si avverasse, le Regioni, sul terreno elle garanzie, verrebbero ad avere meno di quanto dava loro la Costituzione del 1947.

Il secondo problema è costituito dal Senato. È, infatti, vero che la formula dell’organo di secondo grado va considerata positivamente (questo è, almeno, e non da oggi, il mio parere). Restano però dei punti critici, sia per quanto riguarda la composizione (mi riferisco ai membri di nomina presidenziale ed a una sovrabbondante rappresentanza comunale), sia per quanto riguarda i poteri attribuiti all’organo, i quali si rivelano deboli, soprattutto in  presenza di un sistema elettorale in grado si assicurare, alla maggioranza politica, la maggioranza assoluta dei seggi nella Camera. È, quindi, da sperare che, nel corso del processo di riforma, questi punti possano essere adeguatamente approfonditi, anche con il contributo della cultura costituzionalistica, che, in  questa fase del dibattito, è particolarmente presente.