a cura di Paolo Fontana

L’articolo di Piervincenzo Lapenna –lucido e brillante come sempre- offre vivaci spunti di riflessione. Interessante per quanto dice ma soprattutto per quanto non dice, nella sua ricostruzione lascia volutamente un buco nero coincidente con l’ultimo controverso ventennio, di cui il lettore può agevolmente assemblare i pezzi, evidenziare le connessioni, compitare i fedeli segnacoli. Questo viaggio attraverso un segmento fondamentale della storia patria -condotto sulle ali di uno stile magistrale nella sua estrosità e chirurgico nella sua geometricità, con l’ausilio di una sempre apprezzata ring komposition che ne scandisce il percorso- è compiuto all’insegna di un crudo realismo storico, scevro dai condizionamenti di quello che il pensiero dominante (o per meglio dire, il pensiero unico)accoglie come politicamente corretto. L’arco temporale esplicitato va dal 1964 al 1994; dopodichè con un artifizio siamo già nel 2014, appostati in Piazza del Quirinale durante l’incontro tra il Presidente della Repubblica e il Presidente del Consiglio incaricato, in attesa della fumata bianca. Pur tacendo completamente sui Tristia della Seconda Repubblica (mi si perdoni il latinismo), è evidente come si offra al lettore quella che ritengo sia la giusta chiave di lettura per un’autonoma decifrazione. Il patto scellerato tra un’area importante della magistratura e una certa parte politica che dopo decenni di sconfitte più o meno marcate vedeva finalmente il potere a portata di mano (magari a un tiro di schioppo di quella che già si vedeva come una “gioiosa macchina da guerra”, pronta a sfilare sui Campi Elisi delle ceneri della Prima Repubblica) e prefigurava una sanguinosa palingenesi dell’intero sistema politico, ha origine prima di (e a prescindere da) Berlusconi. Pur tuttavia la “guerra dei vent’anni” ne è espressione così genuina da segnarne il corso storico più di ogni altra vicenda. L’eloquente ed elegante omissione di Lapenna finisce per rivelarsi comunicativamente più efficace di invettive tanto prolisse quanto inattuali. Si sa, lo Spirito del tempo (Zeitgeist) non ammette deviazioni. La lezione hegeliana è inequivoca ed inequivocabile. Ma orsù, seguiamo il filo del nostro autore, rispettandone la volontà di omettere ciò che hic et nunc  non può essere capito. Facciamo il suo giuoco. Siamo nel ventiduesimo giorno del secondo mese dell’anno di grazia duemilaquattordici. L’articolo che qui si vuole commentare qualifica correttamente la nomina dello spezzino Andrea Orlando al Ministero della Giustizia come una svolta epocale. Spesso si abusa di tale concetto, ma in questo caso lo ritengo pertinente. Un Presidente del Consiglio di centrosinistra –diretta espressione di quel partito che ha raccolto il testimone del defunto e non molto rimpianto Partito Comunista Italiano, per decenni il più forte partito comunista dell’intero Occidente- conquista il potere proprio nel momento in cui è nelle condizioni di sferrare il colpo mortale (non dico “colpo di grazia” per non ingenerare ambiguità) all’odiato Nemico e che fa? Spezza le catene di quell’abbraccio mortale che aveva storicamente impedito alla Sinistra italiana dei vent’anni precedenti di elaborare una e una sola idea innovativa, di rinnovare una cultura politica stanca e agonizzante per canalizzarla in qualcosa che almeno assomigliasse a un movimento socialdemocratico e riformista. Chiama a ricoprire quello che doveva essere il posto del boia un garantista, un erede della tradizione migliorista (risalente non a caso a Giorgio Napolitano, un tempo esponente dell’ala destra del PCI) come Orlando, uno di quelli mai totalmente rassegnatisi allo stupro ideologico da cui fu concepita l’unica Sinistra europea “law and order”. Ma poiché Lapenna questo già ce lo ha detto, colgo l’occasione per un surplus di approfondimento. Mi spingo a dire che ancor più dirompente della scelta del titolare di Via Arenula è stata la scelta -o meglio, la conferma- del magistrato lunigianese Cosimo Maria Ferri come Sottosegretario di Stato alla Giustizia. Figlio del già Ministro Enrico Ferri, esponente di primo piano del PSDI e poi di Forza Italia, è quello che può definirsi un enfant prodige. Nel 2006, a soli 35 anni viene eletto al Consiglio Superiore della Magistratura con 553 preferenze. Dal 2011 è Segretario Generale di “Magistratura Indipendente”, la più antica e gloriosa realtà associativa dei magistrati “moderati”, da sempre in contrapposizione con “Magistratura Democratica”. Nel 2012, alle elezioni per il rinnovo delle cariche nazionali dell’Associazione Nazionale Magistrati, stabilisce il record di 1199 preferenze. A voler ribadire ulteriormente la sua vicinanza personale, politica e culturale agli ambienti della destra italiana, possiamo dire che il fratello Jacopo è attualmente consigliere regionale di Forza Italia. Dal quadro così delineato emerge con chiarezza l’enorme significato politico della scelta di Matteo Renzi di confermare il Sottosegretario voluto fortemente da Silvio Berlusconi per il Governo Letta. Uno schiaffo alla magistratura di sinistra e un calcio a vent’anni di errori ed orrori. Molti osservatori vedevano in Cosimo Ferri il riferimento dell’ex premier nel CSM, e adesso lo considerano l’uomo di garanzia del Cavaliere all’interno del Governo. Quasi come un’assicurazione sulla vita (o meglio, sulla libertà personale) di Silvio Berlusconi. Si vocifera che sia stato lui uno degli argomenti trattati dai due contraenti del Nazareno in quel breve colloquio privato che scatenò gli strali di Beppe Grillo. E’recentemente salito agli onori delle cronache per un sms in cui –da Sottosegretario di Stato in carica- “suggeriva”, in occasione delle elezioni per il rinnovo del Consiglio Superiore della Magistratura, di votare per due candidati da lui sostenuti. Entrambi eletti, of course. “Vicinanza geografica con il Ministro”, azzardò qualcuno nel commentare a caldo la sua conferma, inaspettata al punto che il diretto interessato giura che “già aveva messo le sue cose negli scatoloni per lasciare il posto al suo successore”. Effettivamente Cosimo Ferri è il rampollo di una delle più influenti famiglie lunigianesi, e Andrea Orlando è di La Spezia; tra i due c’era conoscenza personale ancor prima che le loro storie politiche si intrecciassero a doppio filo. E’ evidente però come ci sia molto di più di una semplice vicinanza geografica, pur vista come strumento agevolatore per un lavoro più coordinato e proficuo. I più accorti videro prefigurata dalla scelta la futura assoluzione (poi regolarmente verificatasi) di Silvio Berlusconi nel processo di appello per il caso Ruby. La guerra dei vent’anni è finita, e non è stata “Magistratura Democratica” a vincerla. Purtroppo a vincere non è stata nemmeno l’Italia, tenuta in ostaggio per vent’anni. Dal punto di vista politico non ha vinto nemmeno Berlusconi; il pervicace ostruzionismo giudiziario e parlamentare di cui è stato vittima –oltre ad altre ragioni eminentemente politiche- non gli ha mai permesso di governare con efficacia. La rivoluzione liberale è rimasta un miraggio e Forza Italia è ai minimi storici, prosciugata dallo stesso Matteo Renzi, con cui peraltro lo stesso Berlusconi non riesce a nascondere la sintonia. Una guerra senza vincitori, il cui prezzo –neanche a dirlo- è stato pagato dagli italiani.