di Piervincenzo Lapenna

Roma, 22 Febbraio 2014: quello che tutti sanno è che a Palazzo del Quirinale si sta svolgendo un delicato colloquio fra il Presidente del Consiglio Incaricato ed il Presidente della Repubblica. Oggetto della discussione sono i Ministri che andranno a comporre la scuderia del governo prossimo venturo, particolarmente il Ministro della Giustizia. Matteo Renzi, infatti, che come avrete capito è uno dei protagonisti di questa vicenda, ha paura della crescente ondata di anti-politica e per placare gli animi vuole un nome non inviso a Grillo e alla redazione del “Fatto Quotidiano”, vuole Nicola Gratteri, magistrato presso il Tribunale di Reggio Calabria ed esponente di spicco di quello che da anni è il principale sponsor di una certa Sinistra: il Partito delle Procure. Giorgio Napolitano però sbatte i pugni sul tavolo e di nominare Gratteri non ne vuol proprio sapere. E’ dai tempi della questione morale di Berlinguer che l’attuale Capo di Stato si manifesta reticente nei confronti della presunta “superiorità antropologica” della Sinistra che, come lui stesso aveva previsto, lentamente l’aveva ammanettata con certi ambienti magistratura; ma il recente scontro istituzionale con la Procura di Palermo lo ha addirittura portato -complice il dolore per la scomparsa del Consigliere ed amico Loris D’Ambrosio- a convincersi che quella stagione debba essere definitivamente chiusa.

Roma, Palazzo del Quirinale, 22 Febbraio 2014, quello che in pochi hanno intuito è che siamo ad una svolta epocale: sta per risolversi, grazie alla saggia guida del Presidente della Repubblica, l’anomalia che da mezzo secolo fa di quella italiana l’unica Sinistra “manettara” di tutt’Europa, l’unica Sinistra “law and order”.Questo non è un articolo che assolve Silvio Berlusconi. E’ anzi  un articolo che lo ignora del tutto, perché diversamente da quanto si creda non è lui ad aver trasformato i progressisti nostrani in un manipolo di giustizialisti da strapazzo. Il Cavaliere altro non è che la più ovvia conseguenza dello spontaneo ammanicamento che durante gli ultimi cinquant’anni si è venuto a creare fra la Sinistra e certa magistratura .La nostra storia incomincia nel lontano 1964, quando un gruppo di giudiciprogressisti decide di fondare quella che nel giro di pochi anni diventerà la più influente espressione della magistratura associata: Magistratura Democratica. A rievocare lo spirito di quel gruppo di giuristi ci pensa lo stesso Statuto di MD <<all’inizio di quel decennio caratterizzato da tanti fermenti di rinnovamento inizia l’esperienza politica del centro-sinistra[..] e per quanto riguarda la giustizia è certamente MD che si fa interprete di un suo sostanziale cambiamento>>e, se questo non bastasse, particolarmente significativo è il comunicato finale dell’assemblea del 5 dicembre 1971 della stessa associazione: la nostra fedeltà alla costituzione impone una giurisprudenza alternativa da attuare attraverso l’utilizzazione di tutte le contraddizioni del sistema democratico-borghese, [..] per valorizzarne gli elementi democratico-egualitari che possano portare al superamento del sistema stesso>>.In queste parole si palesa l’essenza stessa della missione di Magistratura Democratica, quella di interpretare evolutivamente il diritto per farne uno strumento di lotta politica. Se pensate poi che un tale comunicato è stato diramato quando MD aveva già avuto la sua prima svolta a Sinistra(, ovvero si era radicalizzata su posizioni estreme a seguito della scissione che era occorsa al suo interno due anni prima e nella quale la componente più moderata aveva deciso di abbandonare l’associazione accusandola di essersi legata visceralmente con movimenti di natura extra-parlamentare tanto da non consentire più agli iscritti di essere terzi ed imparziali,) vi renderete conto di quanto a maggior ragione tale messaggio possa essere ritenuto preoccupante. La nostra storia però non finisce qui, anzi, è da qui che appena incomincia, poiché c’è ancora da spiegare come si sia pian piano realizzata una completa osmosi fra PCI e certa giurisprudenza e come la magistratura, da strumento borghese da debellare, si sia trasformato nell’alleato più solido della filosofia comunista e post-comunista.

Una prima possibile spiegazione la desumiamo dall’analisi stessa del contesto storico in cui una tale saldatura di strutture si è sviluppata: gli anni di piombo. Sono principalmente due gli aspetti da analizzare, ovvero l’escalation di violenze guidata dai movimenti della sinistra extra-parlamentare e la prima vera nuova generazione di giudici che, formatasi accademicamente nel rinnovato clima universitario sessantottino, aveva iniziato a rinverdire i tribunali non solo anagraficamente ma anche ideologicamente. La connessione sorge quasi spontanea: la sinistra parlamentare, politicamente massacrata dalle innumerevoli accuse di complicità morale nei confronti del terrorismo rosso che le venivano mosse da larghe fette della società dell’epoca, per reagire, non ha potuto che identificarsi tout court nelle procure, ergendo la figura del magistrato ( cavaliere senza macchia e senza paura) a suo paladino, e suo rappresentante(: si pensi per esempio a Luciano Violante che da procuratore simbolo della lotta al terrorismo si è ritrovato a diventare il primo responsabile giustizia della storia del PCI). Dall’altro lato, invece,  le nuove toghe, probabilmente galvanizzate dalle enormi responsabilità che venivano loro affidate, una volta rinfoltite le fila di Magistratura Democratica hanno metabolizzato fino a che punto avrebbero potuto addirittura asservire il diritto ai loro scopi: sono gli anni in cui nascono i primi “Partigiani della Costituzione”.

L’alleanza strategica fra partito delle procure e partito comunista, però manca ancora di un passaggio fondamentale, che durante gli anni ’90 li porterà addirittura ad identificarsi l’un l’altro: la stagione dell’antimafia.

Ebbene si, non sono impazzito, e come sempre sono pronto ad assumere le responsabilità di quello che scrivo: correvano i non proprio fantastici anni ’80 eppure, proprio grazie alla stagione dell’antimafia, magistratura, media e Sinistra  hanno incominciato a prendere coscienza di quanto una loro sinergia avrebbe potuto essere reciprocamente fruttuosa. Il P.M., infatti, incomincia ad intuire di avere un solido alleato nel giornalista, fatto di per se apparentemente banale, ma che, portato alle estreme conseguenze, condurrà alla scomparsa sostanziale dal nostro ordinamento della presunzione d’innocenza ed al superamento del processo giuridico in favore di quello mediatico. La procedura è semplice e ricorrente e consiste nell’aver trasformato l’avviso di garanzia in sentenza. Il Giudice, intrappolato nelle catene della giustizia formale e oltremodo frustrato dagli stringenti vincoli impostigli dalla procedura(, che lo lascia perennemente insoddisfatto), si limita a far trapelare indiscrezioni sugli atti del processo, le cosiddette “fughe di notizie”, a quel punto, l’opinione pubblica, sapientemente aizzata dalla stampa fa il resto: anche  se il processo non arriva a sentenza, anche se l’imputato viene assolto, ormai la sua reputazione è compromessa, la condanna diventa sociale e permanente e si sostituisce alla pena scampata. Se vi state chiedendo qual è il ruolo della politica in tutto questo, vi basterà allargare di poco oltre l’orizzonte il vostro campo visivo e osservare attentamente le folgoranti carriere costruite sull’altrui diffamazione di certi politici professionisti dell’antimafia: che il rivale fosse realmente colpevole non importava, l’importante era che l’elettorato credesse alla sua colpevolezza per il tempo necessario a sbarazzarsi di lui. Non è un caso che proprio in quegli anni sia nata la famosa “questione morale”, il desiderio irrefrenabile di una certa sinistra di volersi smarcare da qualsiasi compromissione ed il rimarcare costantemente le proprie differenze, la propria “superiorità antropologi ac”noi abbiamo le MANI PULITE>>recitava il più famoso slogan del PCI di qualche anno prima. Badate bene poi che certe cose chi le scrive non lo fa per malizia, ma perché quello che potrebbe sembrarvi apparentemente innocuo, come ad esempio il ruolo della “questione morale”, si è poi rivelato qualcosa di molto più grande in termini di conseguenze. Col tempo, infatti, il moralismo si è trasformato e confuso con il giustizialismo ed il giudice, sulla cresta di quest’ondata emotiva, ha finito per perseguire non più soltanto il fatto illecito, ma anche il fatto immorale o meglio non-morale.

Non preoccupatevi, sto per terminare di tediarvi, siamo ormai arrivati all’ultimo passaggio, siamo arrivati agli anni di tangentopoli che in qualche maniera rappresentano il crocevia finale della storia che vi ho raccontato: la forte crisi istituzionale, i numerosi scandali e la forte ondata di anti-politica che si erano susseguiti in meno di un anno, condussero nel 1992 il PDS, erede dell’ormai defunto PCI, dritto verso una catastrofe elettorale: il partito che era di Berlinguer, e che all’indomani della sua morte nel ’84 aveva raggiunto il 33%, oggi non solo si ritrovava con una percentuale di consensi più che dimezzata(16%), ma soprattutto, dopo la caduta del muro, si scopriva nel bel mezzo di una profonda crisi d’identità. E allora quale soluzione migliore per rifondare che arrendersi completamente ai giudici, unici vincitori della guerra civile (nemmeno troppo) bianca che stava portando il Paese verso una nuova e più splendente seconda repubblica? quella che fino a quel momento si era limitata ad essere una solida alleanza si trasforma così in  una completa identità di scopi e di risultato; la chiamata di Antonio Di Pietro in politica nel ’97 da parte di D’Alema e Prodi ne fu la dimostrazione, quello che è successo nei successivi venti anni la prova provata: dall’aver osteggiato ogni tentativo di riformare la giustizia (compresi quelli che provenivano dalla propria stessa area politica, su tutte la bicamerale di D’Alema) all’aver scelto di combattere il berlusconismo solo e soltanto nelle aule dei tribunali. Tutto questo, però, ormai non ha più importanza perché finalmente siamo giunti alla conclusione e, per concludere, riprendiamo da dove c’eravamo lasciati.

​Roma, Palazzo del Quirinale, 22 febbraio 2014. Il Presidente della Repubblica ha vinto, Matteo Renzi è tornato alla ragione e si è reso conto del pericolo che avrebbe comportato il lasciarsi sedurre ancora una volta dalle vecchie tentazioni giustizialiste: il Guardasigilli sarà Andrea Orlando, ex Ministro della Agricoltura, garantista nel deserto, da tempo promotore di idee valide per un ripensamento della giustizia. Ora la palla passa al Premier, starà a lui farsi garante del nuova, e speriamo eterna, alleanza che ha cambiato le direttrici del centro-sinistra, anche perché, purtroppo, Giorgio Napolitano non lo è… eterno!