di Danilo Capitanio

Direttore Iuris Prudentes

 

Siamo in un momento importante della storia umana: cambia il clima, si mescolano le culture, vacilla il sistema economico basato sul capitale: tutte le certezze e i luoghi comuni si ribaltano o vengono messi in discussione. Per esempio: a Londra sono aumentate le bici e a Bombay le automobili. Ebbene, di questo quadro gravido di paure, ma anche di opportunità straordinarie, sarebbe interessante immaginare il futuro prossimo di ciò che mi circonda. Provo ad immaginare discussioni accese in Parlamento sui valori del Ventunesimo Secolo, sedute febbrili per impostare investimenti nel sistema scolastico che ci consentano finalmente di reggere la competizione internazionale, la vergogna provata dagli evasori fiscali scovati, giustizia più giusta e più veloce… Poi apro i giornali e dopo averli letti controllo la data perché mi sembrano notizie vecchie di venti anni fa: un anno e due governi, tangentopoli sulle opere pubbliche, Riina che minaccia il Ministro dell’Interno, guerre in Medioriente… Dopo il sogno del Duemila, quando per strada e sui giornali era tutto un «saremo» e «cambieremo», il futuro si è ripiegato su se stesso. Però, una certezza della nostra epoca c’è ed è la scomparsa del tempo futuro nell’uso comune della lingua italiana. Un futuro che per i salariati coincide con l’ultima settimana del mese e per i più fortunati con la fine dell’anno, quando molti verranno giudicati sulla base del bilancio aziendale: premiati se avranno tagliato i costi, ma puniti senza pietà se li avranno aumentati. La società umana appassisce così, a furia di chiudere in pareggio i bilanci di fine anno senza più avere fini e obiettivi, se non il tirare a campare. Un’ulteriore certezza c’è: i giovani restano gli unici ad osare a coniugare i verbi al futuro. Ascoltate i loro discorsi. Nelle innumerevoli difficoltà di una vita senza certezze palpitano di visioni, progetti, scenari che escono dalla precarietà del presente per proiettarsi in quella dimensione futura dove le possibilità del cambiamento volteggiano intatte. Il futuro è il tempo di chi emana energia. E l’energia più potente rimane l’essere giovani. Persino in un Paese per vecchi come la nostra Italia. Non sono un economista, un politico o uno psicologo, ma sento che dalla depressione economica e morale ci potranno salvare soltanto le persone che sono giovani non solo fuori, ma soprattutto dentro.

Dobbiamo vivere non vivacchiare. In bocca al lupo, matricole!