a cura di Veronica Sarno –

Uno spettro si aggira per l’Europa ed è lo spettro della secessione. Dopo il referendum (fallito) sull’indipendenza scozzese è il turno della Catalogna. La situazione, però si presenta più intricata e persino più drammatica nelle possibili conseguenze.

Catalogna e Scozia presentano similitudini e differenze. Entrambe hanno un proprio Statuto e un proprio Parlamento. Ma il processo di costruzione della Generalitat catalana con proprie competenze precede di gran lunga la devolution scozzese. L’autogoverno, dopo la parentesi repubblicana, riprende sotto la dittatura franchista. Gli scozzesi, dopo un referendum fallito nel 1979, ottengono la devolution grazie ad un secondo referendum del 1997. Ma le competenze materiali, l’autonomia finanziaria e l’influenza politica e mediatica della Generalitat sono più ampie di quelle del governo scozzese.

A marcare più di tutto la differenza tra le due regioni è la tempistica del referendum: richieste di modifiche allo statuto sono sempre state inserite nei propri programmi elettorali dai partiti scozzesi, per poi concretizzarsi nella proposta della National Conservation del 2007 e nell’avvio dei negoziati col governo britannico nel 2010.

In Catalogna ha prevalso l’improvvisazione. E’ vero che partiti indipendentisti esistono dalla notte dei tempi, ma la rivendicazione di uno stato proprio ha cominciato ad affacciarsi solo nell’autunno del 2012, presentata come una scappatoia dall’austerity imposta dalla Merkel. Per questo nell’alleanza di governo convivono quanti pretendono che il referendum sia legale e concertato con il governo centrale, ed altri che vorrebbero che la consultazione si svolgesse il prima possibile, anche fuori dai binari della legalità. A ciò si aggiunge il fatto che il quesito referendario è stato formulato per la prima volta il 12 dicembre 2013. E, al contrario della Scozia, si tratta di un referendum in due domande, con 3 possibili esiti: la Catalogna potrebbe rimanere spagnola; potrebbe diventare uno stato all’interno di una Spagna sempre più federale; o potrebbe diventare uno stato a parte, con tutti i problemi di diritto internazionale connessi (i vertici UE si sono premurati di far sapere che un nuovo stato nella penisola iberica non sarebbe automaticamente nell’Unione).

Sul versante economico, una secessione catalana sarebbe un duro colpo per Madrid. Se la Scozia era una regione dotata di risorse proprie ma più povera della media del paese e integrata nel sistema britannico, la Catalogna produce da sola 1/5 del pil spagnolo. Oltretutto in Spagna  sono presenti altre identità locali forti e dotate di ampi margini di autonomia: la secessione potrebbe innestare spinte centrifughe che minerebbero l’unità del governo centrale.

A rendere diversa la situazione delle due regioni è anche l’atteggiamento dei rispettivi governi centrali. Il Regno Unito, pur essendo contrario alla secessione della Scozia, ha posto dinanzi a qualsiasi argomentazione il principio democratico, discutendo col governo regionale i termini del referendum. Al contrario, il governo spagnolo ha evitato il dialogo, nascondendosi dietro la Costituzione, che non consente referendum indipendentisti. Cosa non del tutto vera: certamente non sono consentiti referendum secessionisti unilaterali, ma l’art. 92 consente di indire consultazioni che coinvolgano tutto il territorio spagnolo. Anche se la potestà di convocarlo risiede nel parlamento e nel governo centrale, questi avrebbero potuto delegare la competenza al governo autonomo ex art 150.2. Il governo di Rajoy avrebbe potuto persino offrire la celebrazione di un referendum in tutta la Spagna.

In fondo è quanto prospettato dal Tribunale costituzionale, che a marzo ha bocciato il referendum indetto unilateralmente dalla Generalitat. Ma il presidente catalano Artut Mas non si è arreso: ha sì deciso di cancellare la consultazione, ma al suo posto, sempre il 9 novembre, dovrebbero tenersi delle “elezioni plebiscitarie” aperte a tutti i cittadini con più di 16 anni, con tanto di urne attrezzate ( anche all’estero) e il lavoro di 20.000 volontari, per conoscere l’opinione dei catalani sul futuro della regione. In apparenza un semplice sondaggio, nell’attesa di avere tutte le garanzie legali per una consultazione definitiva. Nella realtà una furbata: Mas sperava che il governo centrale non impugnasse anche questa consultazione, mancando atti amministrativi contro cui fare ricorso, come il decreto firmato per organizzarla. Ma numerosi costituzionalisti hanno evidenziato come le “elezioni plebiscitarie” non siano previste dall’ordinamento spagnolo. Alla fine plebiscito è sinonimo di referendum e il Tribunale ha già stabilito che non si possono indire qualora minino l’unità della Spagna, ex art 2 Cost.

Seppur in ritardo, il governo Rajoy ha fiutato l’imbroglio e ha deciso di impugnare anche questa consultazione, che presenta gli stessi vizi di incostituzionalità di quella precedente, sospesa dal Tribunale Costituzionale, oltre al fatto che se si va a commettere un atto illegale, anche le mere intenzioni possono essere impugnate. La semplice presentazione dell’impugnazione dell’esecutivo, se il tribunale la ammetterà, si tradurrà in una sospensione della questione per cinque mesi.

Eppure c’è chi simpatizza con la causa catalana. 350 scrittori spagnoli hanno firmato il manifesto Diem sí a la consulta, Direm sí a la independència. La squadra di calcio del Barcellona ha fatto sapere di essere favorevole all’indipendenza, così come il suo ex allenatore Guardiola. Dieci personalità internazionali hanno firmato un manifesto con cui appoggiano la possibilità per i catalani “di votare sul loro futuro”. Tra i firmatari figurano due premi Nobel, l’arcivescovo Desmond Tutu e l’attivista argentino per i diritti umani Adolfo Pérez Esquivel, oltre al regista britannico Ken Loach. I firmatari riflettono che, come nel caso del Quebec e della Scozia, il modo migliore per risolvere il conflitto è utilizzando gli strumenti della democrazia e che “impedire che i catalani votino sembra contraddire i principi che ispirano le società democratiche”.

Intanto gli ultimi sondaggi danno il “sì” all’indipendenza al 49,4%. La partita, come nel caso della Scozia, si giocherà sul filo del rasoio. La situazione però è fluida e da qui a domenica tutto può cambiare. Per questo il vero banco di prova per i nazionalisti saranno le elezioni amministrative del 2015. In attesa di sapere se anche in futuro, come notava il poeta portoghese Fernando Pessoa, la penisola iberica ospiterà come ora due Stati e tre nazioni, o se gli Stati diventeranno tre.