a cura di Antonio Di Ciommo –

Cambia la politica negli Stati Uniti, ma, poi, cos’altro?
A quarantotto ore dalle “mid-term elections”, in cui gli Americani hanno preso – ragionevolmente, a mio avviso – la decisione di ritornare repubblicani, possiamo osservare due dati molto significativi: dalle notizie finanziarie ci giunge voce che i mercati hanno ben gradito il cambiamento di rotta di una nazione, la quale si era impantanata nel claudicare del suo leader e che – finalmente – il dollaro sale di valore rispetto all’euro e va ai massimi dal 2012 (da cui, di certo, l’economia europea in export, potrà trarre flebili vantaggi).

Certo, in America c’era bisogno non di una boccata di aria nuova, ma di un “tornado”, proprio come quello che è arrivato ieri, ma ben sappiamo che i “tornado” di novità, se malgestiti, sono del tutto distruttivi. La politica americana, troppo diversa dalla nostra e, fortunatamente, da noi lontanissima, si basa sul condizionamento che le varie “lobbies” possono apportare ad ogni singolo parlamentare e, più in generale, ai due gruppi parlamentari. Ovviamente, per ora la cosa non suona male visto che le lobbies dovrebbero riuscire a dare un forte e significativo indirizzo politico/amministrativo al governo, se non fosse altro che deputati e senatori degli USA sono troppo condizionati da queste dal momento che i membri delle due Camere godono dei ingenti, quanto vitali finanziamenti; finanziamenti che, anche se regolati da una ottima legislazione, rendono dipendente dal “dio denaro” – e non da saldi principi – tutta la politica degli Stati Uniti e costringono i parlamentari a seguire le direttive di pochi, piuttosto che la realizzabilità delle promesse fatte durante la campagna elettorale e le loro idee che per almeno un mandato, dovrebbero valergli le elezioni. Sarà, forse, questo ad aver provocato la sconfitta di Obama? Sarà, forse, che il primo Presidente di colore ha deciso di non seguire più gli ordini delle lobbies e queste, in conseguenza, gli si sono rivoltate contro? Difficile a dirsi e, probabilmente, sarebbe meglio credere che anche nel paese del dio dollaro, almeno la politica sia ancora quella che noi tutti crediamo giusta, basata su saldi principi, anche se questo significherebbe, quasi sicuramente, vivere nel Paese delle Meraviglie.

Da queste elezioni, però, possiamo evincere un fatto: gli americani vogliono fortemente un presidente che gestisca efficacemente la politica estera e che, da questa gestione, tragga i necessari successi così da risollevare la popolazione americana, cosa che, da Clinton fino ad Obama, nessun presidente, repubblicano o democratico che sia, ha mai fatto e, quindi ottenuto e, se lo ha fatto, è stato troppo poco e troppo poco efficace.

La storia ci insegna che i grandi presidenti del XX sec. sono stati coloro che sono riusciti a dare un particolare scopo, fortemente voluto e coerente con le promesse fatte in campagna elettorale. Come non pensare, qui, a Franklin D. Roosevelt, che, da democratico, “impose”, a costo della sua stessa carica, il celebre New Deal, smantellato, poi da Clinton, (un “new democratic”); come non ricordare Johnson, Nixon, Ford (in misura minore), Carter e Regan, i quali hanno ben saputo impostare la loro linea di governo su un caposaldo: la coerenza; la coerenza nella lotta all’U.R.S.S., la coerenza nel volere mantenere un potere legittimo, storicamente assunto e, fino a pochi anni fa, non ben mantenuto, degli U.S.A., i quali, però, va anche detto, dal 1991, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, non avrebbero più le motivazioni necessarie ad accrescere il loro potere. Prima, la Guerra Fredda era un contrasto, sì pericoloso, ma produttivo, le due forze in campo si accrescevano in modo tale da fare l’una da baluardo contro l’altra; ora, un Obama, cos’è se non un capo di stato come tutti gli altri? Cosa è diventata l’America se non solo il luogo della finanza per eccellenza e non più il baluardo dell’Occidente? Ecco perché gli Americani hanno scelto di far diventare Obama un’ “anatra zoppa”, ecco perché vogliono cambiare, si sono resi conto che il tanto ventilato cambiamento del 2008 non è arrivato, che la situazione è peggiorata.

Se solo ci pensassimo un attimo, potremmo vedere, ahinoi, un parallelo tra la crisi del ’29, quando il presidente Hoover, repubblicano, era inadatto alla risoluzione della Grande Depressione, e un democratico, Roosevelt, schiacciò il partito repubblicano nel 1933 e creò i presupposti della nuova economia mondiale che fino al 1993, era fiorente, pur presentando periodiche crisi, naturali in un sistema economico occidentale, così nel 2008 accadde di nuovo, bush fu ritenuto inadatto così come i repubblicani e, quindi, l’America scelse un cambiamento teoricamente radicale, scelse Obama. Cosa ottenne in cambio, però, fu poco: una riforma sanitaria quasi inutile, insuccessi in politica estera, economia molto depressa, finanza selvaggia e deperimento del potere diplomatico, faticosamente e a lungo conquistato da tutti i suoi predecessori.

Ora il cambiamento politico che noi Europei potremo osservare in America sarà molto forte, ma possiamo avere, a mio avviso, ben poche speranze per un cambiamento diplomatico, militare, economico, culturale; d’altronde, “the other New Deal” è ben lontano dall’arrivo e ben lungi siamo da potercela aspettare e da poter raccogliere i suoi frutti.