a cura di Dario Tasca –

Ve lo ricordate Giorgio Gaber? Il grande comunista dalla moglie di destra? Bene, allora sapete anche come la sua indagine politica ha sempre raggiunto profondi livelli. Nel suo celeberrimo monologo “Qualcuno era comunista” concretizza quello che era stato il sogno comunista, e quello che però i nuovi tempi avevano deformato, e lo stesso fa in “Destra e sinistra”. A questa canzone egli associò in alcuni concerti un monologo sul valore della parola. La parola connota il mondo, e senza di essa non vi sarebbe possibilità di comunicazione; ma una parola ha sempre lo stesso significato? O, piuttosto, una parola arriva a perdere significato, a svuotarsi, e a rimanere un vessillo bianco senza una reale corrispondenza? E dunque finiamo a parlare del nulla. Ora, Gaber non fa un discorso generalizzato, non gli interessa certo scrivere un testo di semiotica e linguistica; gli interessa però evidenziare come le parole “destra” e “sinistra” abbiano ormai perso significato, siano ormai rispondenti a una realtà poco seria, una realtà di luoghi comuni e comportamenti quotidiani che denotano, ahinoi, non già un’appartenenza, ma uno stile di vita di facciata che non porta con sé alcun ideale. È sempre Gaber, infatti, a dire “E pensare che c’era un pensiero”. Lo diceva nel 1994 e, proprio in quegli anni, infatti, la “Prima Repubblica” trovò il suo epilogo con ciò che ne seguì sull’intero sistema politico italiano. Questo si era finora retto su un sostanziale dualismo partitico, rappresentato dalla Democrazia Cristiana al centro e dal Partito Socialista, e su altri partiti, più o meno grandi, primi fra i quali vi erano il Partito Comunista che sedeva all’estrema sinistra dell’emiciclo parlamentare e il Movimento Sociale Italiano che aveva invece i suoi seggi nell’estrema destra; dunque una destra e una sinistra, fondamentalmente, reggevano, nonostante l’egemonia centrista del partito che fu di De Gasperi e Andreotti. Dopo vari procedimenti sociopolitici e soprattutto dopo il grande processo denominato “Mani Pulite”, la Prima Repubblica implode, si accartoccia, e il sistema dei partiti cardine dei primi cinquant’anni della storia della nostra Repubblica cade. A farsi strada fra queste macerie, vi è un epigono di Bettino Craxi (eminente membro del Partito Socialista coinvolto negativamente nella vicenda giuridica di Mani Pulite), un geniale imprenditore che decide di scendere in politica con un partito del tutto nuovo: “Forza Italia”: Silvio Berlusconi. Egli fonda tale contenitore politico su idee tradizionali come il liberalismo, il cristianesimo democratico e il conservatorismo, ma fu il grande utilizzo dei media e del “marketing politico” la sua vera innovazione. Si inaugura, pertanto, un nuovo modo di concepire e vivere la politica che, inevitabilmente, stravolge le categorie prima menzionate che per anni avevano composto lo scenario politico italiano. Dalla personificazione e mediatizzazione della politica ne discende una vera e propria rivoluzione del meccanismo politico, in quanto l’idea non nasce più dal popolo, ma viene proposta al popolo ed è proprio il modo in cui l’idea stessa viene proposta (strettamente dipendente dalla forza mediatica di cui si dispone) che decreta la vittoria politica.  Alla luce di ciò, la domanda sorge spontanea: ma è corretto collocare questo mondo politico a destra?  Insomma, “che cos’è la destra?” Ecco, se dovessi usare una metafora simile per introdurvi alla destra, nella sua tradizionale accezione, vi direi che la destra è una sezione di partito, con i muri tappezzati di orgogliosi simboli e di epiche avventure. Quelle mura intrise di amor di patria, di antica onestà e di sempiterni valori. Le persone? Ragazzi, adulti, gente di ogni età che ama il proprio paese e la propria gente. Perché, quali sono gli ideali della destra? Avanguardisti, con un occhio sempre rivolto al futuro. Il loro conservatorismo non è ipocritamente rivolto ad una religione dai confini pertanto eterei, ma è sociale, nazionale, è dunque volto a mantenere non uno sterile status quo di cui possano godere i corrotti poteri forti statali e privati, ma a mantenere un ordinamento che garantisca il pieno rispetto dei valori fondanti della nazione e, soprattutto, l’uguaglianza e la giustizia sociale. Un modo di fare e concepire la politica, dunque, a dir poco distante da quello caratterizzante l’avvento della “Seconda Repubblica”.

 

 

A reggere al colpo della fine della prima Repubblica fu, invece, la sinistra, che dovette comunque riformarsi e scindere in maniera diversa da come aveva fatto finora in democratici moderati e i comunisti. Che cos’è il comunismo, però? È quel sogno di perfetta vita comune, della massima uguaglianza del cittadino, quel sogno di libertà vituperato dai regimi che sventolarono e sventolano una bandiera non loro. Il comunismo è la bontà del cittadino, è l’esaltazione del bene comune come unica regola, è la tensione massima a un futuro sempre migliore, dove nessun debole deve più sopperire. È il movimento operaio che urla di essere fatto di persone, non di merce. È una massa che urla, compatta, il proprio desiderio di uguaglianza. Immagini che, seppur sbiadite, rimasero anche nella rappresentanza della sinistra moderata.

 

Sebbene l’architettura partitica dei contenitori politici della sinistra abbia sempre garantito una strutturazione più solida di quelli della destra, lo stesso destino che era toccato ai colleghi della parte opposta dell’emiciclo toccò anche agli estremisti di sinistra: la parte moderata si espanse, e l’estremismo venne cacciato fuori, in tempi più recenti, dal parlamento italiano. Questa evoluzione ha assunto i caratteri della rivoluzione con l’attuale Presidente del Consiglio e segretario del Partito Democratico Matteo Renzi, il quale, dopo aver scalato irresistibilmente la gerarchia del grande partito della sinistra parlamentare, esplode con un messaggio di ottimismo e futuro, esplode silenziando le voci di chi aveva fatto la sinistra, rottamando chi vedeva ancora nella sinistra le immagini di cui sopra. La sinistra si riduce al modello democratico americano: progressismo e… si può dire? Capitalismo. Matteo Renzi, infatti, vanta amicizie e rapporti di tutto rispetto negli ambienti della pseudodestra. Imprenditori del calibro di Oscar Farinetti, suo grande amico, Sergio Marchionne, compagno di svariate lune di miele negli ultimi mesi. Cosa è successo? Dov’è finita la sinistra del grande partito democratico? La sinistra del futuro libero, dell’uguaglianza estrema, la sinistra voce dei deboli e degli operai? Relegata a minoranza, non ascoltata.

 

Trionfa, allora, la vuotezza delle parole predicata da Gaber. Una sinistra che si disconosce e, nonostante tutto, vince. Se questo sia un bene o un male, di certo è ancora troppo presto per dirlo. Ciò che è evidente è che Matteo Renzi propone una totale rivisitazione centrista, di memoria democristiana, della politica e delle ideologie. E se l’obiettivo sarà, come la teoria prevede, realmente quello del bene comune e della rinascita della nazione, ben venga Renzi e altri mille come lui.

 

Ma i profondi mutamenti che hanno caratterizzato il nostro panorama politico, possono portare a concludere che il sistema dei partiti è, quindi, superato? L’ideologia è morta? No, se apriamo le nostre menti. No, se capiamo che il bene del nostro popolo passa innanzitutto dal risveglio delle vostre menti, dalla presa di coscienza di un ideale chiaro, onesto, trasparente.