a cura di Chiara Coppotelli –

C’era una volta un uomo alto meno di un metro e mezzo e non era Napoleone. Henri de Toulouse-Lautrec proveniva dalla classica famiglia aristocratica, che non viveva più i fasti del passato ma che ignorava la Francia privata anche dei croissants. Non un uomo particolarmente fortunato nell’aspetto, era infatti affetto da una malattia agli arti inferiori (oggi conosciuta come sindrome di Lautrec) , probabilmente originata dall’allora normale parentela sussistente fra i suoi genitori. Nonostante questo, egli visse una vita sentimentale molto intensa, amato e circondato da belle donne. Le sue giornate non erano poi così lontane da quelle ricostruite nei film, era sempre mezzanotte a Parigi. Per quell’uomo, così dedito ai piaceri della vita, Montmartre non poteva non esser casa e le sue donne-spettacolo non potevano non essere le sue muse. A Toulouse- Lautrec, però, non piaceva raffigurare lo squallore del bordello, perché egli apprezzava quella dimensione, la sua dimensione. Quelle prostitute non erano poi così diverse da lui, vivano ai margini di una società, che non gli apparteneva nemmeno così tanto da bramare.
Lo scorso Aprile, ho avuto il piacere di trascorrere, dopo molti anni, qualche giorno nella capitale parigina e di seguire un percorso all’insegna della Bella Epoque. Con molte aspettative ho cercato di vivere il cuore di quegli anni: sono entrata nella Basilica del Sacro Cuore, ho visto il Moulin Rouge e passeggiato per Place du Tertre. Con altrettanta amarezza devo ammettere che dello spirito bohémien non è ormai rimasto più nulla. La miriade di turisti invade la collina, non ci sono più desolati pittori ma simpatici “ritrattisti” in erba o commercianti di stampe di disegni au plein air e i caratteristici bistrots sono stati trasformati in catene di sandwiches. La globalizzazione dell’industria turistica,ovviamente, ha cancellato l’autenticità del passato.
La fortuna è che il sapore di quegli ambienti è facilmente recuperabile facendo un salto nell’altro lato della capitale. Il Musée D’Orsay, infatti, accoglie alcune delle litografie e delle tele dell’artista. Fra quest’ultime, sicuramente, primeggia La Toilette, descrizione intima e delicata di una prostituta e della sua ossimorica purezza. Il museo, però, è per eccellenza il regno della corrente impressionista, che mette in ombra, sfortunatamente, l’opera di Toulouse-Lautrec, svincolato da filoni artistici e con una produzione certamente numericamente inferiore ai suoi contemporanei Van Gogh, Cezanne e Gauguin.
Il critico Félix Fénéon disse: “Non ce n’è un altro che come lui sia capace di riprodurre in modo così perfetto i volti dei capitalisti rimbecilliti, che si siedono ai tavoli in compagnia di puttanelle che li accarezzano per eccitarli. Era un osservatore implacabile e il suo pennello non mentiva”. Il repertorio di quest’artista ha caratteri duri e la sua comprensione è assolutamente poco popolare, ma la sua opera ha il grande pregio di rappresentare la realtà degli esclusi e degli emarginati, riproducendo su tela quello che altri, pochi eletti, hanno saputo cantare: la sensibilità nel raccontare Via del Campo non è così lontana da quella di far rivivere il Moulin Rouge.
Speriamo che oggi Doodle abbia incuriosito più di qualcuno.