a cura di Antonio Di Ciommo –

Allo stato attuale, la battuta viene facile, siamo uno Stato che fa acqua da tutte le parti, siamo un non-Stato, siamo una marea di cretini noi che votiamo e continuiamo ostinatamente a votare altrettanti cretini che dovrebbero fare il nostro interesse generale (e non i vari interessi particolari) e crediamo che, quanto meno, ci riescano finalmente a dare quella marchetta promessa e che mai arriverà. La cretineria è una malattia contagiosa, la si contrae per proprietà transitiva; il teorema matematico è semplice: se da A allora B e da B allora C, quindi da A allora C; ne consegue da questo postulato logico che se l’elettore vota il candidato, e il candidato è cretino, allora l’elettore è un emerito c. (vi lascio immaginare). C’è un vizio formale, ma tutto ciò è utile per dire che la colpa, alla fine dei conti, è nostra!

È vero, la storia ci insegna che le logiche applicate nella prima repubblica erano puramente uno sfruttamento di voti, erano un capitalismo elettorale selvaggio, la stessa DC, nei suoi elementi più basilari, era composta da molti affaristi, ma questi affaristi erano arginati da dei grandi capicorrente, da delle persone che sapevano soggiogare questi gruppi e gruppetti di parlamentari che spesso rappresentavano solo un breve momento e che molte volte non facevano più di una legislatura nel Parlamento e, quindi, tutto quello che contava erano i massimi sistemi del partito, i capi. Nella sua essenza, la DC era un partito a gestione oligarchica e quella oligarchia era illuminata, era fatta da persone che, per quanto si possano disprezzare sul pano morale e politico, poco lo si possono sul fatto che essi fossero ottimi statisti. La motivazione di questo sta proprio nel fatto che tutte queste persone erano istruite all’arte del governo, in loro prevaleva l’interesse di continuare a sfruttare quel capitale elettorale che tanto duramente si erano conquistati e questo, allora, lo si attuava creando molte condizioni favorevoli (alle volte agendo direttamente sui richiedenti) alla creazione ed al mantenimento di posti lavoro e, quindi a creare ricchezza.

Quasi sempre, queste logiche hanno portato alla cementificazione senza sosta, alla speculazione edilizia, al fenomeno corruttivo, al potenziamento del fenomeno mafioso e tutto quanto la storia ci insegna. Ma la domanda fondamentale da porsi è: come mai, allora, rispetto ad oggi, queste logiche hanno retto per anni e stavano bene a tutti? Certo, le congiunture economiche erano favorevoli, le autonomie gestionali di molte politiche, oggi parzialmente autolimitate, erano molto più ampie, ma la differenza di fondo tra ieri ed oggi era che, appunto, oltre ad esservi una ideologia che faceva da linea guida, vi erano degli uomini forti che, nonostante ci fosse un contesto democratico, riuscivano ad imporsi sulla scena e ad affermare la propria linea, con alterne vicende, positive e negative; oggi invece, vediamo dimensioni politiche che pongono il crollo delle ideologie come un punto di forza, quando esso è, invece, una debolezza.

In teoria, una ideologia conferisce un fine al partito stesso (un parallelo lo si può ben osservare con il crollo definitivo del comunismo nel 1991 e lo scioglimento del PCI quasi in simultanea e poco tempo dopo la fine della DC, sia a causa di tangentopoli sia in seguito al fatto che senza il PCI, la DC aveva esaurito il suo fine ultimo, cioè quello di fare da principale baluardo contro i comunisti; oggi, invece, abbiamo una tendenza presidenzialistica che, invece, sarebbe stata ancora più opportuna negli anni della DC con uomini che, pur facendo, avvolte, il proprio interesse, erano direttamente responsabili delle proprie azioni davanti ai loro elettori, mentre, oggi, con i presupposti che ci troviamo, con le persone che guidano le varie forze politiche (e questo è detto senza fare sconti a nessuno dei componenti degli Emicicli), se ci fosse stato il presidenzialismo, Dio ce ne avesse salvati e ce ne scampati.

Di fondo, il problema è che abbaiamo avuto una seconda repubblica non davvero una Seconda Repubblica né avremo la tanto auspicata Terza perché per “dare dei numeri” a queste forme di Stato c’è bisogno che sia avvenuta, prima, una rottura radicale con il passato sistema costituzionale, che invece caratterizza uniformemente tutte le tre presunte storie repubblicane, che, di fatto, non sono che un unico blocco granitico (emblematica, qui, è la Repubblica Francese, la quale è cambiata per cinque volte con cinque cambi radicali di sistema costituzionale, alle volte per un’alternanza tra impero o monarchia e repubblica, alle volte con una radicale riforma che cambiasse sin dalle fondamenta l’assetto costituzionale, come volle precisamente il generale De Gaulle, allora Presidente della Quarta Repubblica e padre della Quinta Repubblica ).

In conclusione, con tutte le crisi che si stanno accumulando, presto o tardi si renderà necessario non tanto un governo tecnico – ancor meno una iattura come il governo Monti, il quale non è stato per nulla dannoso nei vari ministri che lo componevano (all’inizio del mandato ci fu un entusiasmo generale, infatti, perché tutti i ministri scelti erano persone e sono tuttora, tranne sparute eccezioni che hanno continuato la carriera di ministro, estremamente competenti nelle loro materie e non fu un entusiasmo a torto) ma nelle logiche che muovevano il Sen. Monti ad imprimere al proprio governo un indirizzo volto al risparmio incontrollato e lineare, senza tenere conto delle conseguenze di questo risparmio, per non parlare poi del caso marò – ma di un governo forte e di una forte maggioranza che permetta una normalizzazione della vita pubblica. Senza di questa aspettiamoci una rivolta o peggio…

Un ultimo appunto, per grande DC si intenda quella Democrazia Cristiana che ha avuto i suoi più alti punti di prestigio e sviluppo e non una legittimazione ad un partito che poco di buono ha portato nelle logiche della politica democratica e nel vivere veramente democratico.