a cura di Valeria Fiormonti –

È realmente possibile stimare la rischiosità di in investimento? E la solvibilità di un debito? Le agenzie di rating sono, o almeno pretendono di essere, in grado di dare una risposta a tali quesiti.  Attraverso la classificazione dei debiti, le agenzie di rating “promuovono” oppure “declassano” le economie di società private ed enti pubblici. La capacità del debitore di adempiere l’obbligazione viene stimata facendo ricorso ad una scala alfabetica e numerica che oscilla dalla tripla A, per indicare la massima affidabilità di un debitore, alla D. Lo stato al quale viene assegnato quest’ultimo giudizio viene considerato in Default ed i suoi titoli qualificati come Junk Bonds. Queste istituzioni hanno perciò il potere di determinare la fortuna oppure la rovina di intere nazioni. Un’attività che rende loro un utile annuo di circa un miliardo di euro. Solitamente l’opinione pubblica accoglie in maniera fideistica tali valutazioni, immaginando che a fornirle siano istituzioni libere ed indipendenti. Tuttavia, dietro questa parvenza, il giudizio di rating si è spesso rivelato essere frutto di interessi e compromessi che minano all’autonomia ed all’oggettività di queste agenzie.

Innanzitutto le “tre sorelle del rating”, Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch non sono istituzioni neutrali ed indipendenti: alla loro guida sono solitamente posti soggetti portatori d‘interessi in conflitto con le finalità del rater. Per iniziare, la Standard & Poor’s  è la sussidiaria della multinazionale editoriale McGrawHill. Inoltre, nel board dell’agenzia newyorkese, si sono distinti personaggi del calibro di Douglas N.Daft (presidente della Coca Cola) e Sir Winfried Bishoff (presidente di Citigroup Europa). Mentre l’agenzia Moody’s è posta sotto il controllo del leggendario speculatore Warren Buffet. Immaginate,  il Signor Buffett ha l’eccezionale potere di elaborare giudizi sulle aziende che possiede o su cui intende investire. Infine Fitch non è altro che una sussidiaria della società di servizi finanziari Fimalac.                                                 Il potenziale conflitto d’interesse che caratterizza  ciascuna agenzia di rating ha assunto negli ultimi anni un profilo ancor più preoccupante. A differenza di quanto avveniva in passato, gli studi delle agenzie vengono commissionati dagli stati e dalle società che emettono obbligazioni e non da coloro che intendono acquistarle. Chi paga le agenzie di rating è colui che viene valutato; è come se uno studente pagasse un professore per ricevere una valutazione sulla sua preparazione. Alla luce di questi fatti le agenzie di rating sono state sommerse da una pioggia di critiche, in particolar modo dalle istituzioni dell’Unione Europea. Tra agenzie di rating ed Europa è in atto scontro frontale che non accenna di smorzarsi. Tutto incominciò la sera di venerdì 13 gennaio 2012, quando la S&P’s ha declassato inaspettatamente nove stati europei tra cui l’Italia, mortificata con un BBB+, un voto pari a quello di stati come Irlanda e Kazakistan. Le reazioni del fronte europeo sono state repentine e violente. Il presidente della BCE, Mario Draghi è intervenuto sostenendo che “bisognerebbe imparare a vivere senza le agenzie di rating”; mentre il Commissario europeo agli affari economici e monetari, Olli Rehn, ha accusato le tre agenzie americane di non essere altro che strumenti del sistema capitalistico americano. Invece in Italia, la Corte dei Conti ha assunto un’iniziativa straordinaria nei confronti dell’agenzia di rating S&P’s poiché, nell’effettuare le proprie verifiche sulla solidità della capacità debitoria italiana, non avrebbe tenuto sufficientemente conto delle immense ricchezze artistiche, storiche e letterarie dell’Italia. A fronte di questa considerazione, i giudici contabili hanno richiesto alla S&P’s un risarcimento di 234 miliardi di euro. In questo tumultuoso conflitto le agenzie di rating non sembrano mollare la presa ma si dimostrano sempre più agguerrite e pronte a sferrare colpi mortali. La S&P’s, ad esempio, minaccia una nuova ondata di declassamenti a partire dal prossimo anno per gli stati del G20. Non ci resta che attendere e sperare che l’Italia non sia nuovamente nel loro mirino.