a cura di Giuseppe Venneri –

Era il 24 dicembre 2012 quando fu approvata la prima legge “salva-Ilva”, che convertiva il celebre ed omonimo decreto emanato dal Governo Monti per consentire la prosecuzione dell’attività produttiva dell’azienda in piena bufera giudiziaria. Nello stesso giorno, ma due anni dopo, il Governo Renzi vara un nuovo decreto legge più radicale. Dopo 19 anni di gestione privata affidata al gruppo Riva, che era subentrato all’Iri, l’azienda torna infatti nell’area pubblica: l’Ilva entrerà infatti in amministrazione straordinaria con la “legge Marzano” a gennaio 2015 e sarà affidata a tre commissari secondo il modello già usato per Alitalia nel 2008, ovvero verrà divisa in bad company e new company. Una volta terminata l’operazione risanamento-rilancio, la cui durata è stimata dal premier Renzi in un intervallo di tempo da 18 a 36 mesi, l’azienda sarà rimessa sul mercato.

Nel giorno in cui il presidente del consiglio Renzi si appresta rendere noto il settimo decreto sull’Ilva, intanto, PeaceLink – mediante un sistema di misurazioni basato sulla stessa tecnologia Arpa (un analizzatore Ecochem Pas 2000) – ha effettuato a Taranto le misurazioni della qualità dell’aria. Dopo 200 campionamenti per verificare la concentrazione degli Ipa cancerogeni, i dati emersi sono i seguenti:

-nel 77,5 % è stata riscontrata aria pericolosa (oltre i 40 ng/m3, concentrazione corrispondente agli Ipa da fumo passivo);

-nel 22,5% è stata registrato il superamento della soglia di 80 ng/m3, concentrazione corrispondente agli Ipa da tubo di scappamento di una vecchia auto a benzina.

Dopo oltre due anni, sette decreti, tre nuovi Governi e infinite promesse, il problema dell’inquinamento nel territorio tarantino, dunque, resta ancora una ferita più che mai aperta e dolorosa. Sorgono, peraltro, alcuni doverosi interrogativi in merito a questa direzione intrapresa dell’Esecutivo: l’Autorizzazione Integrata Ambientale rilasciata nel 2013 che stabiliva un tetto massimo di 8 milioni di tonnellate annue producibili, potrà essere superata in questa soglia massima, portando la produzione massima a livelli più elevati? Come verrà tutelato il diritto di proprietà degli attuali azionisti? Le risorse previste per il risanamento sono sufficienti? E la possibilità di recuperare il miliardo e duecento milioni sequestrato ad Adriano Riva – e messo a disposizione da una sentenza del Tribunale di Milano per il risanamento ambientale – è realmente disponibile, avendo il diretto proprietario fatto ricorso in appello alla sentenza così da bloccare l’utilizzo effettivo di quel miliardo? Come verrà tutelata la posizione dei circa 12.000 dipendenti dell’acciaieria che potrebbero inesorabilmente essere coinvolti da questa – riprendendo le parole di Renzi –  “rivoluzione copernicana”? Come si concilierà questo provvedimento con la normativa europea in merito agli aiuti di Stato?

A dire il vero, risulta difficile dare sic stantibus rebus delle risposte a tali questioni, dal momento che i dettagli della “ri-nazionalizzazione” non sono ancora stati svelati, visto che l’esecutivo, nell’ambito del decreto per lo Sviluppo dell’area di Taranto, si è “limitato” a dare il via all’amministrazione straordinaria chiudendo il commissariamento ed estendendo le procedure dell’amministrazione straordinaria per le imprese dei servizi pubblici essenziali anche “alle società che gestiscono uno stabilimento industriale di interesse strategico nazionale”.

Stando ad una prima analisi, si può però affermare che si tratta di un intervento destinato soltanto a prolungare l’agonia di uno stato di “paralisi produttiva” dello stabilimento siderurgico (che, da quando è stato commissariato dallo Stato, ha registrato perdite di oltre 2,5 miliardi di euro di capitale netto in poco meno di due anni e mezzo) e, contemporaneamente, a mitigare, stando al testo del decreto annunciato, le prescrizioni dell’AIA contenute in uno dei sei precedenti decreti “salva-Ilva”.

Tralasciando il fatto che i denari dei contribuenti italiani messi a disposizione dell’ILVA consistono in una quantità irrisoria e sono idonei a coprire poco meno di un terzo del debito che ILVA ha con le banche e creditori vari (essi saranno, tra l’altro, sottratti ai progetti di sviluppo regionale, usando fondi europei FESR e di coesione sociale che dovrebbero essere invece investiti a favore dello sviluppo, della ricerca e dell’innovazione sostenibili), la soluzione pubblica è, comunque, da ritenersi evitabile, in quanto risulterebbe illogico ed iniquo attribuire ai cittadini le conseguenze di una gestione privata rivelatasi disastrosa e nociva per l’ambiente e di Taranto e per lo sviluppo del territorio tarantino.

La concezione della figura della categoria dei contribuenti come “bancomat” cui ricorrere per riparare i danni cagionati da scellerate politiche di impresa, è il sintomo di una rinascita dello statalismo della peggior specie, lontano sia dall’antica concezione di “Stato-imprenditore” che fece da “colonna sonora” all’introduzione dell’IRI, sia dai moderni meccanismi di un’economia liberale che spinge lo Stato a ricoprire il ruolo di soggetto regolatore (non servitore…) e severo arbitro dell’attività dei privati.

E’, dunque, l’epifania dello statalismo. Il futuro che si configura come la resurrezione del passato. Il nuovo che avanza s’acconcia al ritorno del vecchio che disavanza. Non essendo, infatti, la prima volta che l’attuale ILVA passa per mani pubbliche, è necessario fare un passo indietro nel tempo di venti anni. L’allora azienda pubblica “Italsider” – fondata nel 1961, nell’ambito della sfrenata opera di industrializzazione del Mezzogiorno – nel 1993 produceva 12 milioni di tonnellate di acciaio all’anno e contava debiti per 7mila miliardi di lire, quando Romano Prodi – che stava privatizzando l’Iri – decise di dismetterla (o meglio, svenderla): creò, così, la “Ilva Laminati piani” lasciando i debiti nella vecchia Italsider, la quale diventò una bad company da mettere in liquidazione. L’Ilva “ripulita” da Prodi fatturava in media 100 miliardi di lire al mese, ma i Riva se l’aggiudicarono per soli 1.649 miliardi. L’acciaieria, per i Riva, è un affare che si ripaga quasi all’istante: la società Riva Fire, finanziaria che controlla l’Ilva – s’arricchisce in pochi mesi, passando dall’utile (consolidato) di 157 miliardi del 1994, ai 2.240 miliardi del 1995. L’utile netto sale da 112 a 1.842 miliardi di lire.

A distanza di due decenni, tuttavia, si scopre come il gruppo Riva ha “ripagato” lo Stato: portando i suoi soldi all’estero. Lo spiega la procura di Milano che qualche mese fa ha sequestrato al gruppo Riva 1 miliardo e 200 milioni di euro. Gli atti parlano chiaro: è stato “trasferito all’estero denaro”, e con esso “strumenti finanziari”, finiti in ben otto società off shore. Il tutto è riconducibile a “tre operazioni di partecipazioni industriali conseguenti all’acquisizione dall’Iri”, il tutto finalizzato al “riciclaggio e il reimpiego” del denaro.

Non si può, poi, tralasciare quanto accaduto a seguito del famoso 26 luglio 2012, quando il Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri sequestra l’area a caldo dell’acciaieria e, successivamente, sequestra 1,8 milioni di tonnellate di acciaio. Lo Stato ancora una volta accorre in soccorso dei Riva: il governo Monti – esautorando l’autonomia della magistratura – emana la legge Salva Ilva che consente al gruppo Riva di continuare a produrre e vendere acciaio.

Quello scritto dal Governo Renzi è, dunque, solo l’ultimo capitolo della storia dei “soccorsi” diretti e indiretti che lo Stato italiano ha messo a disposizione dello stabilimento siderurgico, sia da soggetto pubblico che da soggetto privato.

Oggi, tuttavia, questa scelta deve fare i conti con due ordini di potenziali opposizioni: le pretese dei creditori e la normativa europea.

Gli imprenditori, a tal proposito, preparano la protesta e i creditori tremano all’idea dell’amministrazione straordinaria che li vedrebbe penalizzati. Oltre alle banche (Unicredit, Banco Popolare e Intesa Sanpaolo) ci sono 400 imprese dell’indotto. La prospettiva preoccupa il presidente di Confindustria Taranto, Vincenzo Cesareo, che come già annunciato in passato minaccia azioni plateali di protesta. “Non accetteremo un nuovo commissariamento o una Marzano (la legge in merito all’amministrazione straordinaria varata per la soluzione del caso Parmalat, ndr) modificata che non tenga conto delle esigenze dei fornitori”. Gli imprenditori aspettano la gran parte dei finanziamenti assicurati dalla gestione commissariale per il mese di dicembre (10 milioni), oltre a 50 milioni di scaduto: “Siamo pronti a fare le barricate, a mettere in libertà il personale e bloccare le attività dentro lo stabilimento. Non saremo in grado di pagare gli stipendi, le tredicesime a 5.000 persone e ci sembra paradossale che mentre il governo paventa decreti su decreti la fabbrica si stia spegnendo nel silenzio generale della comunità locale”.

Quanto alla normativa europea, quando gli Stati membri intervengono mediante risorse statali per promuovere alcune attività economiche o proteggere alcune industrie nazionali, favorendo alcune imprese a scapito dei concorrenti, tramite questi aiuti di Stato, possono falsare la concorrenza.

Gli aiuti di Stato sono, in linea di principio, vietati dal Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (art. 107 TFUE). Tuttavia, alcune deroghe autorizzano gli aiuti che siano giustificati da obiettivi di comune interesse, ad esempio gli aiuti destinati a servizi d’interesse economico generale, sempre che non alterino la concorrenza in misura contraria al comune interesse. Il controllo degli aiuti di Stato effettuato dalla Commissione europea consiste quindi nel valutare l’equilibrio tra gli effetti positivi e negativi degli aiuti.

In conclusione, restano ancora più ombre che luci nella “nuova” strada intrapresa dal Governo Renzi per affrontare la complessa vicenda Ilva che assume sempre più la conformazione di un enigma privo di soluzione. L’unica certezza, al momento, è la totale assenza di prospettive future per il martoriato territorio tarantino, dominato da troppi anni da crisi occupazionale e ambiente avvelenato e destinato ad acquisire le sembianze di uno splendido “cimitero” costellato da bellezze naturali e storico-artistiche, le quali, però, non sembrano attirare l’interesse di nessuno.