a cura di Valerio Forestieri – 

Noi non siamo Charlie. L’avevamo gridato così forte che per un attimo ci avevamo creduto. Ma non abbiamo tenuto in piedi la farsa, non abbiamo avuto il coraggio dell’Enrico IV: presto la maschera è stata deposta. Noi non siamo Charlie. Noi siamo una oceanica, balorda, chiassosa, grottesca claque.

La maggioranza, infatti, ha perso la sua buona e inveterata peculiarità: non è più, purtroppo, silenziosa. Ma grida scomposta e sbraita e strepita e geme e batte le mani in un fragoroso disorientamento. Sempre pronta a condividere qualsiasi cosa provenga da fonte (a suo giudizio) autorevole e sia intrisa d’una blanda faziosità, raramente si sofferma a vagliare, ma è dominata dall’ansia di raccogliere consenso, è perennemente in preda alla smania di acclamare od essere acclamata. Né all’ovazione occorre coerenza: noi, figli della società dell’hic et nunc, lotofagi del nuovo millennio, plaudiamo un dì al Bianco, il dì successivo al Nero, indifferentemente.

Ieri eravamo tutti Charlie, eravamo i paladini della libertà d’espressione, gli strenui difensori della satira salace e graffiante. Davanti all’argomentazione più convincete che sia mai stata elaborata, il martirio, abbiamo applaudito commossi. Poi, il giorno successivo, Charlie ci piaceva già un po’ meno. Ci è piaciuto fino a che non l’abbiamo comprato nelle edicole, più per la frenesia di sentirci protagonisti che per sincera ammirazione. Infine, come sempre accade, l’emozione è scemata e siamo rientrati nei ranghi: Charlie ha tinte troppo forti, noi siamo uomini amanti del grigiore. Perché la libertà d’espressione ci piace, ma a piccoli e insipidi bocconi. Ci piace che chiunque possa dire ciò che pensa, purché sia un segretario dell’opinione dominante. Agli altri chiudiamo, candidamente, la bocca: l’abbiamo fatto con Hebdo hara-kiri ben prima che intervenissero gli jihadisti, lo facciamo oggi con Dieudonnè.

Alla fine la condanna per Charlie è stata emanata, chiara ed irrevocabile. Ma non è stata pronunciata dall’integralismo fanatico ed oscurantista, non è stata emessa dal rigurgito violento ed intransigente d’un medioevo lontano. E’ stato il Papa, finissimo interprete della realtà contemporanea, a tirare una stoccata alla libertà d’espressione. Siate liberi senza oltrepassare il limite, questo è il consiglio. Al suo gregge ha detto di muoversi liberamente, purché all’interno del recinto dell’ovile. Chi si spinge troppo oltre attenda pure la bastonata del pastore (o il pugno, che dir si voglia). E noi, che poco fa eravamo Charlie, abbiamo ancora una volta applaudito.

E’ vero, la libertà di parola ci è cara, ma non per scrupolo illuminista, non per ossequio a Voltaire. La gente esige libertà d’espressione per compensare la libertà di pensiero, che invece rifugge. Così insegnano i filosofi.