a cura di Paolo Fontana –

Per decenni il Presidente della Repubblica – come ci insegna Gino Scaccia – è parso incarnare la figura del Gigante della favola di Goethe. Come questo era stato condannato da un sortilegio ad essere solo un’ombra, il Presidente traeva la sua forza dal sistema dei partiti, di cui era mero satellite. Quando il sistema dei partiti era forte e si stagliava alto nel cielo, la sua ombra era ridotta al minimo. Quando invece il sistema attraversava una fase crepuscolare, l’ombra del Presidente prendeva ad essere più lunga e più densa, andando ad esercitare diretti poteri di decisione. Era un capo dello Stato che viveva di luce riflessa, in armonia con il dettato costituzionale. Quando il sistema politico era in grado di sorreggersi con le proprie gambe, il Presidente stava in un angolo, limitandosi a garantire l’unità nazionale. Quando il sistema andava in crisi e si creavano pericolosi vuoti di potere, allora interveniva con la sua forza per impedire che la democrazia rimanesse senza una guida.

Ebbene, da qualche tempo ci si è spinti troppo oltre in questo schema. Il Presidente, dismesse le vesti del gigante goethiano, ha iniziato a vivere di luce propria. Una luce promanante da un sistema di relazioni non istituzionalizzato e fuori dalle forme costituzionali. Una luce che ci ha mostrato, nel novennato di Giorgio Napolitano, un Capo dello Stato sempre meno simile ad un Presidente della Repubblica e sempre più uguale ad un monarca. Per questa ragione la scelta del successore appare oggi come una scelta Costituente.  Se il Parlamento e (per l’ultima volta) i delegati regionali manderanno sul Colle più alto un leader carismatico -un uomo di vertice del sistema dei partiti- l’esercizio diretto da parte del Presidente di poteri decisionali, da mera soluzione di emergenza evolverà in prassi consolidata. A quel punto diverrebbe ineludibile l’introduzione formale di elementi di presidenzialismo nel nostro ordinamento, perché solo un’investitura popolare diretta legittimerebbe il Presidente della Repubblica a perseguire un proprio indirizzo politico, ripristinando la normalità costituzionale.

Fuori dallo stato emergenziale che ha caratterizzato la Presidenza di Napolitano e che, a detta di molti, conferirebbe piena legittimità al suo operato, il perpetuarsi della prassi di un Presidente che eserciti autonomi poteri di iniziativa politica non sarebbe in nessun modo riconducibile al dettato costituzionale, pur così vago in proposito. Soltanto l’elezione popolare diretta legittimerebbe il Presidente della Repubblica ad accreditarsi quale elemento principale di una relazione triadica con Governo e Parlamento. L’alternativa è un ritorno agli schemi della Prima Repubblica, che in fin dei conti hanno funzionato per decenni.  Le dinamiche del correntismo democristiano facevano ricadere la scelta su esponenti DC non di primo piano, che mettessero d’accordo le varie anime del partito e che non mettessero in discussione la centralità del Parlamento. La scelta di una personalità di secondo piano ci riporterebbe al c.d. Presidentenotaio, garante dell’unità nazionale e operante nello stretto rispetto delle attribuzioni costituzionali. Un Presidente che mostri però, per dirla con Angelo Panebianco, “l’esperienza e l’elasticità necessarie per passare dallo stato di quiete allo stato di moto, un capo dello Stato a soffietto”. Un Presidente che sappia farsi da parte in presenza di una leadership politica forte, per poi rendersi sempre più presente quanto più tale leadership si avvicini al tramonto. In altre parole, un ritorno al Gigante goethiano.

Le voci che circolano sembrano condurre verso personalità dalla scarsa levatura mediatica, non di secondo ma di terzo piano, appositamente individuate dal manovratore affinchè non gli facciano ombra. Non per restituire centralità al Parlamento, ma per indebolirlo ulteriormente. Un “utile idiota” funzionale ad un disegno di egemonia culturale ancora prima che politica.  Al culmine dello scollamento tra i partiti e la società civile è necessario che una figura monocratica come il capo dello Stato sia massimamente autorevole.

Il mio Presidente della Repubblica ideale, pur senza essere un leader di partito, dovrebbe essere una persona colta, di riconosciuta statura politica, morale e intellettuale. Dovrebbe difendere la sovranità esterna dello Stato dagli attacchi delle tecnocrazie straniere, ridare valore al concetto di Patria. Vorrei un Presidente che parlasse (sì, ancora oggi) di Stato Nazionale, che  ravvivasse in tutti i cittadini l’orgoglio di appartenere a un popolo che ha sempre fatto dell’estro la sua forza, alla civiltà di Dante, di Leonardo, di Giuseppe Verdi e di Gabriele d’Annunzio. Un Presidente in grado di rappresentare l’Italia migliore, l’Italia che non si arrende, che crede in se stessa e che non nasconde una lacrima alle note della Canzone del Piave. L’Italia dell’accoglienza, ma soprattutto dell’identità e dell’orgoglio. L’Italia di chi vuole essere italiano. Vorrei un Presidente capace di rappresentare anche chi da Giorgio Napolitano non si è sentito rappresentato affatto, chi ancora crede nella democrazia, nella libertà e nella sovranità; un Presidente pronto a difendere l’Italia dai nemici esterni senza prendere parte alle lotte interne, disposto a dissimulare le nostre divisioni per salvaguardare la nostra immagine, e magari a ricucirle. Vorrei un Presidente che ci risparmiasse moniti quotidiani al Parlamento sulle tematiche più svariate. Che lasciasse perdere diritti civili e riforme strutturali semplicemente perché in un democrazia parlamentare non sta a lui occuparsene.

Vorrei un Presidente capace di andare in Europa senza abbassare la testa di fronte a nessuno, senza soffrire di esterofilia e complessi di inferiorità. Un Presidente capace di esibire lo stesso orgoglio di appartenenza al suo popolo e alla sua cultura che mostrò Charles de Gaulle, il quale –essendogli stato fatto notare quanto nel mondo i francesi fossero pochi rispetto agli altri- rispose che “anche in Australia ci sono tre milioni di persone e duecento milioni di conigli, ma non comandano i conigli”. Un Presidente che capisse che l’integrazione europea è importante, ma che il diritto dei popoli all’autodeterminazione lo è di più.

Un Presidente che purtroppo non verrà eletto.

Il profilo ideale sarebbe quello del prof. Antonio Martino, eccellenza della tradizione culturale liberale, più volte ministro, economista di primissimo ordine, personalità autorevole ed universalmente stimata, dentro e fuori confine. Nonché tessera numero due di Forza Italia e perciò sostanzialmente ineleggibile con l’attuale maggioranza parlamentare, salvo clamorosi ribaltoni. Dopo Scalfaro, Ciampi, Napolitano I e Napolitano II, nemmeno il prossimo Presidente sarà espressione dell’area di centrodestra e questo lascia qualche zona d’ombra. Una maggiore alternanza nella rappresentatività sarebbe una boccata d’ossigeno per una democrazia che appare sempre più in riserva. Le sensazioni di chi scrive individuano, nell’ordine in cui sono riportati, i nomi di Roberta Pinotti, Anna Finocchiaro e Piero Grasso come quelli maggiormente quirinabili, con le quotazioni di Romano Prodi e Pierferdinando Casini che salirebbero, a partire dalla sesta votazione, nel caso in cui si arrivasse ad una spaccatura insanabile del Partito Democratico. Non sarà facile per Renzi tenere unito il suo Partito senza sciogliere il legame con Berlusconi, e al contempo uscire indenne da eventuali imboscate. L’elezione del Presidente della Repubblica sarà -come da costume- una partita a scacchi, in cui ciascuno cercherà di modificare a proprio favore i rapporti di forza, senza curarsi dell’interesse della res publica. La Nazione rimarrà ancora dietro le quinte, come una giovane donna che non può scegliere il proprio sposo e che assiste, senza voce in capitolo, alle contrattazioni sulla dote. Auspico almeno che la scelta non ricada sul nome di un tecnico. E’ ora che la politica rivendichi con forza il suo primato. Se abdicherà ancora una volta, in favore di dilettanti allo sbaraglio, segnerà ulteriormente il solco che la separa dall’opinione pubblica.