a cura di Giuseppe Venneri –

Con il governo Renzi si è consolidata la tendenza del continuo ricorso alla fiducia e alla decretazione d’urgenza, intrapresa dai governi Prodi, Berlusconi e, soprattutto, dal Governo Monti.

Uno dei princìpi fondamentali della forma di governo parlamentare è l’instaurazione del rapporto fiduciario tra Parlamento e Governo. Il legislatore (ordinario e costituente) ha, così, posto il baricentro del potere su una sorta di asse bilaterale sussistente tra l’organo esecutivo e quello legislativo, al fine di garantire un bilanciamento tra l’effettività dell’azione governativa e il principio di rappresentatività.

 I mezzi attraverso cui verificare la sussistenza del rapporto di fiducia, sono la mozione di fiducia, la mozione di sfiducia e la questione di fiducia. La prima consiste nell’atto con cui avviene l’investitura fiduciaria di un Governo appena formato; la seconda è un atto con cui il Parlamento manifesta il venir meno del rapporto fiduciario con il Governo; la questione di fiducia, invece, consiste in un atto governativo con cui tale organo qualifica una legge (o un emendamento) come atto fondamentale della propria azione politica e facendo dipendere dalla sua approvazione la propria permanenza in carica. Soffermandoci su quest’ultimo istituto, è necessario precisare che la Costituzione vigente, diversamente da altre esperienze europee, non contiene una specifica disciplina dello stesso, previsto nei soli regolamenti parlamentari (art. 116 reg. Camera; art.161 co.4 reg. Senato). L’introduzione di questo strumento nell’ordinamento è stata determinata dall’esigenza di rafforzare l’effettività del potere esecutivo, superando eventuali pratiche ostruzionistiche della minoranza o mancanza di compattezza della maggioranza.

Nell’ultimo decennio, tuttavia, si è assistito ad un abuso di questo strumento che, sommato all’eccessivo ricorso alla decretazione di urgenza, comporta sempre più il rischio di ridurre eccessivamente il dibattito parlamentare, tanto da rendere necessaria una riconsiderazione del ruolo sostanziale svolto dal Parlamento nell’attuale configurazione della forma di governo.

Il notevole aumento del rapporto fra le fiducie chieste e le leggi approvate costituisce, infatti, un ulteriore indice del progressivo spostamento di poteri dal Parlamento al Governo. Non solo la maggior parte della produzione legislativa è di origine governativa, ma lo spazio nell’agenda politica per la discussione si sta riducendo sempre di più.

Giustificata per assicurare una rapida governabilità, dunque, la richiesta di voto di fiducia ha ormai le caratteristiche di un ruolo intrusivo del governo nell’agenda parlamentare. Il governo Renzi, inoltre, sta portando alle estreme conseguenze questa tendenza che aveva assunto connotati di particolare rilevanza già con i governi Prodi, Berlusconi e, soprattutto, con il governo Monti.  In questa XVII legislatura, iniziata il 15 marzo 2013, il governo ha fatto ricorso alla fiducia 41 volte, con una media in questi 24 mesi di circa una ogni 15 giorni. Quanto ai decreti, dall’inizio della legislatura sono 57 quelli che hanno impegnato Camera e Senato nella conversione in legge: 26 del governo Letta, 27 quelli del governo Renzi, cui occorre aggiungerne 4 ereditati da Camera e Senato dal precedente governo Monti.

Come si può notare, è in corso un processo di marginalizzazione del ruolo del Parlamento nel procedimento legislativo, in quanto le leggi che sono approvate a seguito di una partecipazione attiva del Parlamento sono sempre meno. Ma il dato più allarmante consiste nel fatto che tale processo stia evolvendosi su un piano meramente sostanziale, senza alcuna proiezione su quello legale. E’ bene ricordare, infatti, che il Parlamento è stato ideato dai Costituenti come organo in cui avviene la proposizione, promozione, discussione e approvazione di leggi e non solo come organo tenuto meramente a ratificare decisioni già prese in sede governativa.

Preso atto che il baricentro del potere si sia visibilmente traslato verso l’esecutivo – diversamente da quanto avevano ideato i Costituenti – non resta che augurarsi una riforma della Costituzione che modifichi la forma di governo per introdurre un presidenzialismo bilanciato. Tuttavia ciò non deve comportare che il Parlamento sia – come è di fatto adesso – un mero organo di ratifica dei provvedimenti dell’esecutivo; il Parlamento, in quanto rappresentativo della volontà popolare, è chiamato ad essere non una mera comparsa, ma un vero e proprio attore protagonista delle vicende politiche del Paese.