a cura di Riccardo Malavolti

“In tutto lo Yemen- scriveva Pasolini- non c’è una palma, ma si sente una fantasticità più che profonda, che viene da quella sua architettura in verticale, di case alte e povere, l’una a fianco dell’altra nelle anguste stradine. Lo Yemen è il Paese più bello del mondo”. Oggi le spade sono invece sguainate nel Paese più meridionale della penisola arabica, quello che un tempo era l’avamposto britannico sullo stretto di BabEl Mandeb che permetteva il controllo delle rotte marittime da e per l’appena inaugurato Canale di Suez. Lo Yemen oggi è sull’orlo di una guerra civile. L’ennesima, in un mondo arabo dilaniato dal più sanguinoso conflitto del ventunesimo secolo: quello fra sciiti e sunniti. Proprio per questa ragione, il passo da una guerra civile ad un conflitto regionale è breve, brevissimo. Già nella notte del 26 marzo caccia sauditi hanno colpito  postazioni dei ribelli sciiti Houti all’interno del Paese. Un’azione decisa in coordinamento con le altre monarchie del Golfo “per respingere l’aggressione” degli insorti, i quali hanno preso il controllo della capitale Sana’a e si trovano nelle dirette vicinanze del porto di Aden. La caduta della città potrebbe essere questione di ore. Ciò che si sa per certo è che il presidente yemenita Abdel Rabbo Mansour Hadi, asserragliato dalle milizie sciite e dagli insorti dell’ex leader Alì Saleh, è scappato da Aden a bordo di un battello diretto verso Gibuti, per poi ricomparire qualche ora dopo a Riyadh, Arabia Saudita. Da lì si recherà sabato 28 in Egitto, dove si terrà una riunione di emergenza della Lega Araba, che potrebbe autorizzare l’intervento terrestre dei 150000 militari sauditi schierati al confine.

Il nervosismo saudita di fronte alla prospettiva che un movimento sciita pro-Iran controlli il suo vicino del sud con il quale condivide oltre 1500 km di frontiera è tale che già nei giorni scorsi il suo Ministro degli Esteri, Saud Al Faisal, aveva alzato la voce avvertendo che la monarchia saudita era pronta a prendere “tutte le misure necessarie” nel caso in cui la crisi non si fosse risolta di forma pacifica.

L’Arabia Saudita, come  le altre monarchie del Golfo (Emirati, Bahrain e Qatar), non considerano l’attuale situazione yemenita un mero problema interno al Paese, bensì vedono nell’avanzata sciita la mano dell’Iran rivoluzionario, in un momento di espansione regionale dopo aver consolidato le posizioni in Iraq, Siria e Libano. Alle parole è seguita l’azione, ed ora si rischia una risposta degli sciiti con la richiesta d’aiuto all’Iran, fino ad ora più un osservatore interessato che un attore. L’intervento saudita e di altri dieci Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (con l’esclusione dell’Oman) nella crisi yemenita apre la porta ad un confronto diretto fra due potenze regionali.

Gli arabi nutrono una diffidenza storica nei confronti del successore di quello che fu il grande Impero Persiano con il quale combatterono per secoli. Questa rivalità è proseguita nell’immaginario collettivo attraverso le distinte correnti dell’ Islam che ciascuno seguì: mentre la quasi totalità degli iraniani sono sciiti, la maggioranza degli arabi e dei loro governanti sono sunniti. Sebbene le differenze dottrinali si siano poste al servizio della politica, a partire dalla rivoluzione iraniana del 1979 sono i moderni interessi strategici a dividere Riyadh e Teheran: i primi difensori dello status quo, i secondi finanziatori delle resistenze. Queste differenze, abilmente sfruttate dagli Stati Uniti, hanno convertito l’Arabia Saudita in un baluardo contro la Repubblica Islamica. La minaccia di espansione del modello politico iraniano ha giustificato vendite milionarie di armi, installazione di basi militari, condizioni commerciali favorevoli e occhi chiusi di fronte alle violazioni di diritti umani e alla mancanza di libertà politiche a Riyadh. Ma gli ultimi viaggi del segretario di stato John Kerry in Arabia non sono serviti a tranquillizzare i sauditi riguardo ai rischi di un eventuale accordo USA-Iran sul nucleare. Probabilmente l’accordo negoziato a Montreux da Kerry e Zarif andrà ben al di là del nucleare, dovendo infatti comportare anche la ristabilizzazione delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi, come sta già avvenendo con Cuba. I contorni dell’accordo sono già condivisi: in cambio di rigidi controlli internazionali sul programma nucleare iraniano, il Consiglio di Sicurezza e gli Stati Uniti toglieranno parte delle sanzioni che attualmente affondando l’economia di Teheran. L’Iran dovrebbe mantenere il programma nucleare ad un livello abbastanza basso tale che, se decidesse di rompere l’accordo, necessiterebbe di un anno per produrre la bomba. Questo darebbe agli USA ed ai suoi alleati un lasso di tempo sufficiente per reagire. Il termine per arrivare ad un accordo di principio però scade alla fine del mese, sebbene possa essere prorogato.

L’ascesa dello Stato Islamico ha posto Stati Uniti e Iran dalla stessa parte della storia in Siria ed Iraq, ed anche i talebani in Afghanistan sono nemici comuni. Già esiste un minimo di cooperazione in Iraq nella lotta al Califfato, il punto di vista sull’Afghanistan è condiviso, la questione siriana potrebbe essere invece più difficile, ma non impossibile. Ad ogni modo gli analisti avvertono che un eventuale accordo USA-Iran non cancellerà né la retorica iraniana contro Israele, né l’espansionismo sciita, né i vincoli con le milizie Hezbollah in Libano né l’aspirazione, negata da Teheran, di ottenere un giorno la bomba atomica. Gli Stati Uniti sono la potenza internazionale più influente nella regione e l’Iran la potenza regionale più temuta. Fino a quando non vi sarà cooperazione fra i due non esisterà pace e stabilità in Medio Oriente. La normalizzazione delle relazioni fra Stati Uniti e Iran è il peggior incubo per l’Arabia Saudita e per i suoi alleati del Golfo. A Riyadh le preoccupazioni sono tali che alcuni degli innumerevoli prìncipi della famiglia reale iniziano a guardare con favore ad un accordo tattico con Israele, ufficialmente sempre negato. Alcuni funzionari sono arrivati anche ad affermare che nel caso in cui gli Stati Uniti non frenassero il programma nucleare iraniano, Riyadh potrebbe passare al Piano B e dotarsi di armi nucleari con l’aiuto del Pakistan, il cui ingresso nel club nucleare fu all’epoca sponsorizzato dagli stessi sauditi.

Ci piaccia o meno, sui grandi temi del Medio Oriente, Iran e Stati Uniti, Iran e Unione Europea, Iran e Occidente sono dalla stessa parte. Nel mentre, il tempismo dell’intervento saudita in Yemen mette alla prova le buone intenzioni di Teheran proprio nel momento in cui i negoziati sul nucleare sono vicini alla firma. Bisognerà vedere se Teheran è disposta a proteggere veramente i ribelli sciiti, o se li lascerà alla mercé dei sauditi per salvare il patto sul nucleare e la propria economia.