a cura di Giuseppe Venneri –

La questione relativa al valore legale del titolo di studio si rivela sempre attualissima, in particolar modo legata al vortice di polemiche che annualmente travolge il sistema di accesso alle Università Italiane. Essa è stata al centro di un vivace dibattito politico (subito passato in secondo piano)  soprattutto tre anni or sono,  quando l’allora Presidente del Consiglio Mario Monti annunciò di volerlo sottoporre a consultazione pubblica, affidandone la gestione al Ministero dell’Istruzione. Il risultato complessivo di tale consultazione è stato quello di una netta chiusura dell’opinione pubblica nei confronti dell’abolizione del valore legale del titolo di studio , sostenendo quanto già previsto dal nostro ordinamento giuridico in cui, dal punto di vista dell’efficacia giuridica, il possesso di un titolo di studio con valore legale è una condizione necessaria per il proseguimento degli studi e l’ammissione a concorsi pubblici.

Prendendo spunto da tale invito di partecipazione popolare propostoci dalle pubbliche Autorità,  è doveroso chiedersi se, in fin dei conti, un’eventuale abolizione del valore legale del titolo di studio sia così sfavorevole ad uno sviluppo positivo dei nostri sistemi di formazione e reclutamento. Una simile “rivoluzione copernicana” era già stata auspicata dal grande economista liberale e Presidente della Repubblica Luigi Einaudi il quale, con uno sguardo rivolto alla tradizione accademica anglosassone, trovava nel principio della legalità del titolo di studio un grande ostacolo alla libertà e, di conseguenza, alla qualità dell’insegnamento nelle scuole e nelle università. Dal suo autorevole punto di vista, libertà di insegnamento ed esami di Stato sono concetti incompatibili in quanto questi ultimi promuovono un tipo di insegnamento volto a “ficcare nella testa degli scolari il massimo numero di quelle nozioni sulle quali potrà cadere l’interrogazione al momento degli esami di Stato”. Nozioni e non idee, dunque.

Basandoci su questo punto di vista, l’abolizione del valore legale di lauree e diplomi avrebbe l’effetto di accrescere la libertà e qualità dell’insegnamento, innescare una concorrenza virtuosa tra le scuole e le università nella scelta dei migliori insegnanti e ricercatori, dare spazio al merito, valorizzare la molteplicità delle esperienze formative, ridurre la disoccupazione intellettuale, dare un colpo mortale al clientelismo politico e alle raccomandazioni familistiche, migliorare l’offerta di servizi specie nel pubblico, spazzare via chiusure e privilegi corporativi, rendere globalmente competitivi i nostri giovani. Quindi, sebbene sia errato pensare di individuare questo come causa principale della crisi del nostro sistema di istruzione, sarebbe altresì proficuo prendere in considerazione nuovi scenari che, seppur impopolari alla luce del citato sondaggio, avrebbero il merito di eliminare quegli ostacoli che impediscono l’esaltazione dei principi di uguaglianza e meritocrazia nelle scuole e nelle Università italiane.