a cura di Stefano de Baggis – 

Prassi vuole che i cavalli vincenti si distinguano sempre alla fine della corsa e, in Israele, per la quarta volta, il cavallo vincente è proprio lui, Benjamin Netanyahu. Il Likud – partito di destra del premier in pectore – ha vinto le elezioni, ottenendo 30 seggi su un totale di 120, mentre l’ Unione Sionista, partito di sinistra e grande sconfitta della tornata elettorale, si é fermata a soli 24.Un capolavoro strategico, considerando che, fino a qualche mese fa, a detta di tutti era dato per vinto, ma é bastata una pozione a base di orgoglio nazionale per ribaltare i sondaggi. Serviva soltanto toccare i tasti giusti, propinare il solito disco inceppato in un loop perenne dal lontano 1996: un pizzico di arroganza internazionale (vd. trasferta negli Usa a tonalità variopinte ) per far capire che Israele é viva ed é tutto fuorché uno spettatore passivo; un richiamo al pericolo arabo (il feticcio per eccellenza); protezione della popolazione israeliana nei territori limitrofi. Signori e signore il gioco é fatto, il sabotatore degli accordi di Oslo (1993) é ancora lì, con qualche capello bianco in più e gli anni che incominciano a pesare, ma i contenuti -anche se visti da prospettive differenti – non cambiano. Gli elettori si sono pronunciati nuovamente a suo favore, noncuranti della debacle economica-sociale che vive Israele da qualche anno a questa parte sotto la sua ala protettrice. Ora torniamo un attimo indietro di qualche giorno quando il rampante Benjamin -lasciando di stucco l’ Europa e gli Stati Uniti- così parlava: “Con i palestinesi non ci sarà mai alcun dialogo”. Qui, se ci pensiamo bene, c’é qualcosa che stride perché gli Usa hanno sempre opposto il veto in seno al Consiglio di Sicurezza (all’ incirca una cinquantina di volte) in quanto la chiave di volta per la soluzione della questione israeliana palestinese sarebbe dovuto essere un dialogo continuo e pacifico tra i due Stati (due é un eufemismo, meglio dire uno Stato e mezzo), col fine di giungere, nel più breve tempo possibile, ad una soluzione congiunta e contemperante i diversi interessi in gioco. Ora che manca l’ assioma essenziale, i prossimi veti come saranno giustificati? Il ferito Barack Obama sapeva quanto Bibi fosse arcigno, ma non avrebbe mai potuto immaginare che potesse far morire, d’emblée, la grande illusione di una possibile distensione nei tanto tormentati territori palestinesi, quella per cui avevano meticolosamente lavorato fino ad oggi. Ed allora ecco il colpo di scena, quando ormai i risultati elettorali son serviti e la poltrona é ben salda sotto le natiche, Bibi ci ripensa, fa dietrofront, e il dialogo che era a suo dire totalmente impossibile diventa, magicamente, un dialogo che ci potrebbe essere, ma che, per esser realizzato, necessita di un “cambiamento di presupposti”. Come non detto dunque, l’ illusione è riapparsa.

Eccoci quindi, ancora, al punto di partenza: l’ asse Usa-Israele, che sembrava vacillare, é risaldato quasi alla perfezione. Netanyahu é ancora premier e i palestinesi sono ancora li, in balia di tutto, come se il loro diritto di esistere e di autodeterminarsi fosse una pochezza, una retta trasversale insignificante rispetto a quella ben più importante di questi giochi di potere.

Bibi intanto può dormire sonni tranquilli. A noi tutti non resta che rinnovargli i complimenti: ci é riuscito ancora.