a cura di Riccardo Malavolti –

Come sosteneva Zbigniew Brezezinski nel libro The Great Chessboard, “senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero euroasiatico”, mentre controllandola “la Russia ritrova di nuovo i mezzi per diventare un potente Stato imperiale che attraversa l’Europa e l’Asia”. Approcci culturali, politici e storici diversi rendono il groviglio ucraino difficile da sciogliere. La guerra d’Ucraina è il prodotto dell’incapacità degli attori implicati di leggere le intenzioni altrui. Per americani il crollo dell’Urss fu vissuto come una vittoria strategica, per i russi la decisione di lasciare i propri satelliti liberi da ingerenze fu invece una scelta deliberata. Per gli Stati Uniti e buona parte degli europei, il processo che ha portato la Nato nei primi anni duemila ad inglobare tutto l’ex Impero di Mosca e tre ex repubbliche sovietiche (Lituania, Lettonia, Estonia) è il legittimo premio della vittoria nella guerra fredda, per la Russia un’umiliazione mai digerita. Nella percezione russa infatti la crisi ucraina è l’estremo capitolo dell’avanzata della Nato nei Paesi dell’ex Patto di Varsavia. Oggi però il Cremlino non intende più arretrare. Considera di aver ceduto troppo del suo spazio e vorrebbe recuperarne una parte. Putin ha tracciato la sua linea rossa e non può tollerare che la Nato si installi nel suo giardino di casa. Cedere l’Ucraina alla Nato significherebbe condividere con il Nemico duemila chilometri di frontiera indifendibile. Dopo la caduta del muro la Federazione Russa voleva essere trattata su un piede di parità da Stati Uniti ed europei. Invece l’Occidente trattò i russi da sconfitti, ma loro non avrebbero mai creduto di esser stati sconfitti. I russi sono delusi dall’Occidente perché sentivano di essere stati loro a distruggere l’Urss e si aspettavano maggiore riconoscenza per questo. Invece Stati Uniti ed europei non tennero mai veramente in conto gli interessi nazionali russi. Basta questo per spiegare l’annessione della Crimea, il sostegno ai ribelli del Donbass, la retorica contro l’Occidente e il gioco di provocazioni fra militari russi e atlantici.

Quanto agli europei, Putin è lapidario: “Con chi tratto per l’Ucraina? I baltici e i polacchi mi odiano, i britannici fanno quello che vogliono gli americani. Tedeschi e italiani un giorno sono con me e l’altro contro”. Per il Cremlino siamo un po’ tutti in tasca agli americani, compresa la signora Merkel. Fra gli europei nessuno vuole morire per Kiev o per Odessa. I russi considerano l’Ucraina una questione di vita o di morte, i leader europei no. E sono anche spaccati: gli stati del sud, ma anche la Germania, temono soprattutto per i potenziali danni alle proprie economie, mentre solo i nordici e gli ex-satelliti di Mosca sono convinti che sia in gioco la loro sicurezza nazionale. Gran Bretagna, Polonia e altri baltici sono decisi a rimettere la Russia nell’angolo, sollecitati e coperti da Washington. Agli europei va inoltre attribuita la mossa avventata che ha innescato il ginepraio ucraino. La politica di partenariato orientale portata avanti dall’ormai ex-commissario europeo per l’allargamento Štefan Füle ha gestito un dossier spiccatamente politico come quello ucraino alla stregua di un affare burocratico. Janukovyč si illudeva di poter giocare allo stesso tempo sia sul tavolo di Bruxelles che su quello di Mosca. Ma gli europei, in special modo nordici e baltici, consideravano il partenariato orientale uno strumento per limitare l’influenza russa nell’area e non avrebbero mai tenuto conto degli interessi di Mosca in Ucraina. Così infatti andarono le cose e quando Bruxelles mise Janukovyč davanti al bivio, Putin fece ben capire al suo omologo ucraino che in caso di svolta a occidente dell’Ucraina, i danni all’economia della regione del Donbass e di tutto l’est ucraino, fortemente dipendente dall’export in Russia, sarebbero stati incalcolabili. Janukovyč dichiarò quindi di non voler più firmare l’accordo con l’Unione Europea per poi essere subito convocato a Mosca e rispedito a casa con forti aiuti economici ed uno sconto significativo sul prezzo del gas. Nel mentre esplosero le proteste di Majdan a Kiev, ed il goffo accordo negoziato in extremis con Francia, Germania e Polonia non riuscì a salvare Janukovyč dalla destituzione, probabilmente ordinata a Washington. Il governo ad interim filo-occidentale che ne seguì fece esplodere il risentimento di Putin e di una buona parte dell’est ucraino, da sempre legato a doppio filo con la Russia. L’annessione della Crimea e la guerra del Donbass sono anche le estreme conseguenze delle scellerate scelte di buona parte degli europei, ma devono sentirsi responsabili anche coloro che, come l’Italia, avrebbero preferito un approccio più prudente,  ma si sono limitati a storcere il naso senza fornire una valida alternativa.

L’inesperienza europea nella gestione del dossier ucraino è stata abilmente cavalcata da Obama nell’intento di spezzare sul nascere qualsiasi forma di cooperazione tra Unione Europea e Russia. Il connubio di capitali e tecnologie europei con materie prime e manodopera russe avrebbe creato un “mostro” a livello economico. Tra Berlino e Mosca ora c’è l’Ucraina. Una guerra combattuta finora a bassa intensità, ma Putin non bluffa quando minaccia di prendere Kiev in due settimane. Se non lo fa è solo perché il costo in termini geopolitici sarebbe altissimo e non per il timore di un intervento atlantico al quale l’amministrazione Obama sarebbe indisponibile. Ma la Russia difficilmente mollerà la presa in Ucraina: il discorso nazionalista fa presa sull’opinione pubblica russa, disposta a tollerare il peso delle sanzioni e dell’isolamento pur di salvaguardare la propria sicurezza nazionale. Esattamente il contrario di ciò che accade oggi in Europa, specialmente in Italia e Germania, dove sono molte di più le preoccupazioni per le proprie economie depresse che quelle per la propria integrità territoriale.

Ciò che però rende paradossale il conflitto ucraino è il fatto che finora tutti gli attori implicati hanno perso qualcosa in termini territoriali, militari, economici o di stabilità. Nessuno può dirsi vincitore della partita, con l’esclusione di Washington che rispolverando l’incubo della guerra fredda e della minaccia russa è riuscita a dividere Mosca e l’Europa e a indurre gli alleati della Nato a valutare un incremento delle spese militari.

Aprile 2014: In Ucraina si è messa una toppa, ma non potrà durare a lungo. Gli accordi di Minsk II, firmati nell’improbabile capitale bielorussa il 12 febbraio scorso da Putin e dal duo Merkel-Hollande  (Lady Pesc Mogherini non pervenuta), prevedono un assestamento del confine sulla linea del fronte e un progressivo smantellamento delle armi pesanti dal terreno. Ma il cessate-il-fuoco non elimina la necessità di un compromesso urgente: Ucraina neutralizzata, non integrabile nella Nato ma ammessa tanto nello spazio economico europeo tanto in quello euroasiatico (con buona pace di Bruxelles), larga autonomia alla minoranza russa e russofona in cambio del reintegro di Donetsk e Lugansk sotto l’autorità di Kiev. Crimea di fatto russa ma non riconosciuta dagli occidentali.