a cura di Andrea Curti –

Era il 1923 quando Giovanni Gentile, ministro della Pubblica Istruzione del Governo Mussolini e filosofo neoidealista, approntava una storica riforma della scuola, fortemente innovativa e intenzionalmente rivoluzionaria rispetto alla vecchia struttura dell’istruzione pubblica basata sulla Legge Casati del 1859.
“La più fascista delle riforme”, così come lo stesso Mussolini amava definirla, proponeva un modello di istruzione concettualmente inedito: un’educazione in senso idealistico, pura pedagogia senza alcun nesso con l’etica e la psicologia, una formazione dell’alunno resa possibile grazie al contemporaneo ed inevitabile sviluppo dello spirito stesso, il quale, al termine di tale percorso, diveniva autonomo.

Concezione che forse ad un primo approccio appare perfino troppo eterea, lontana dai bisogni concreti, ma che ha saputo tradursi in un modello disciplinare ed istituzionale efficace nella sua estrema praticità, garantendo ad un maggior numero di persone un’istruzione di base e ponendo due alternative alla fine del primo ciclo: avviarsi al mestiere, alla professione, o proseguire negli studi superiori inquadrati in una concezione severa ed elitaria, per la quale solo i migliori, gli “aristocratici” in senso etimologico, erano abilitati a proseguire nell’acculturamento. Tale modello rimase sostanzialmente immutato fino a quando, con L. 1859/1962, il Parlamento abolì la scuola di avviamento e diede vita alla cosiddetta scuola media unificata.
Nonostante la riforma del 1962 non abbia in realtà stravolto più di tanto la scuola di Gentile, è difficile non notare che nell’istruzione pubblica italiana, nei successivi cinquant’anni, poco o nulla è stato modificato: timidi e deboli tentativi di riforma, ognuno dei quali ha suscitato l’inevitabile e spesso sterile protesta delle varie categorie sociali, hanno provato ad affacciarsi, tradendo la mancanza di volontà, o capacità politica, nel porre mano seriamente al primo e più importante fondamento della nostra società, della nostra identità culturale, della base del futuro di ciascuno di noi. Se ne parla, in effetti, troppo poco e con troppa poca attenzione, nonostante si tratti di un tema al quale dovrebbe essere data priorità nell’agenda di qualunque esecutivo, e per una ragione quasi banale: è in gioco il futuro di tutto il Paese.

La nostra scuola pubblica è vecchia. Vecchia come potrebbero esserlo i mobili e gli oggetti di una soffitta ricoperti da un invadente strato di polvere che, se venisse soffiato via, rivelerebbe tutta la loro bellezza. Tradizione ed innovazione non sono concetti antinomici: possono e anzi devono convivere, perché l’enorme valore dell’una possa costituire una poderosa base sulla quale costruire l’altra, facendone un uso intelligente e ragionato.
Si parla di scuola come luogo di formazione, di studio, di stimolo, di confronto, di scontro, di dibattito, di basilari dogmi e di pericolosi dogmatismi, come fase di crescita, di esperienza di un individuo.
A breve la struttura alla base della nostra scuola compirà cento anni, e se ne avesse venti mostrerebbe già i segni del tempo. Ebbene, in un secolo che nei suoi cento anni di vita ha visto il mondo correre e trasformarsi più di quanto sia accaduto nei precedenti cinquecento, come si può pensare che non sia mai occorsa una vera occasione di porre mano veramente, non con riforme-fantoccio, ad una struttura fortemente traballante, esausta, che deve saper correre almeno tanto quanto il mondo, se non di più?
Proviamo a guardarci intorno. Le scuole medie sono un progetto sostanzialmente fallito, tre anni che nessuno ricorda e che ben poco lasciano, disorganizzate e caotiche. Gli istituti tecnici, ottima l’idea alla base, sono lasciati a loro stessi. I Licei, purtroppo, in molti casi vivono fuori tempo massimo, con programmi statici e manieristici che non affrontano neppure il nostro Novecento, senza vere prospettive pratiche sulle lingue e sull’educazione civica, campi d’interesse non più trascurabili. Trascorrere un anno intero sui Promessi Sposi e non sapere nulla della nostra Costituzione è un lusso che non possiamo più permetterci, è antistorico. Sono personalmente un amante della classicità in genere, che costituisce un prezioso sostrato culturale, tuttavia occorre essere in grado di ripensare coraggiosamente ai programmi delle discipline sia umanistiche che scientifiche, fermi da troppi anni, rivalutandoli alla luce di una inevitabile prospettiva evolutiva che, sola, può garantire l’efficace perpetuazione dei valori e dell’immenso patrimonio che porta con se’, verso un futuro dalle sicure radici ma alle porte.

Provo a immaginare, con qualche contaminazione anglosassone: 5 anni di scuole elementari e 7 anni di superiori, modello britannico, ma con la nostra nettamente superiore didattica rimodernata. Al liceo i primi 5 anni uguali per tutti, poi due anni con poche materie obbligatorie e skills profiles in prospettiva della scelta universitaria. Grande potenziamento del concetto di istituto tecnico, enorme risorsa oggi sottovalutata. La scuola di oggi, che è poi quella di ieri e dell’altro ieri, mostra tutte le proprie debolezze.

Perché non tentare, se ne va del futuro del nostro Paese?