a cura di Angela Rizzica – 

Recentissima è la notizia della diatriba sorta tra i pizzaioli napoletani e l’official sponsor di Expo Milano 2015 Mc Donald’s. Il casus belli è una pubblicità mandata in onda su tutte le reti televisive nazionali, una pubblicità che, ad onor del vero, di politically correct ha veramente poco o nulla: un bambino, portato a mangiare in una classica quanto familiare pizzeria italiana, alla domanda del cameriere su che cosa preferisse ordinare, risponde di volere un famosissimo prodotto del colosso americano, l’Happy Meal. Non ha tardato ad arrivare la risposta dei fieri cultori della pizza napoletana, una risposta sagace e pacata che si materializza in un video su You Tube. Nel cortometraggio, si ripropone la pubblicità McDonald’s passo passo, la diversità sta nel fatto che questa volta il bambino viene portato in un fast food, ed al momento di ordinare, visibilmente inorridito dallo junk food, chiede al padre di mangiare una gustosissima “pizza a portafoglio”( tradizionale modo di consumare la pizza a Napoli, ndr ). Detto questo, è abbastanza evidente quale sia il problema: già prima dell’infelice uscita pubblicitaria, molti si erano apertamente schierati contro quella che viene reputata una scelta paradossale ed incoerente, quella di usare come official sponsor una catena americana di fast food all’interno di un’esposizione mondiale all’insegna del made in Italy e non solo. Ma, tutto sommato, la questione si era sgonfiata pian piano, almeno fino al bambino che in pizzeria chiede l’Happy Meal; difatti, la ragion di stato è chiara a tutti, patrioti o meno. Lo stesso Oscar Farinetti (creatore di Eataly, ndr ) ha asserito durante un’intervista:”Essere contrari alla presenza di Mc Donald’s e Coca Cola (all’Expo 2015 di Milano, ndr ) è una stupidaggine enorme: il tema Expo è nutrire il pianeta, ed è universale.”. Una scelta che, come di deduce dalle parole dell’imprenditore italiano, è dettata ragioni prettamente economiche e pubblicitarie. L’Expo ha bisogno di McDonald’s, McDonald’s ha bisogno dell’Expo per legittimare il suo extreme make over, realizzato tramite il lancio di una politica aziendale finalizzata alla produzione priva di antibiotici nel pollo, all’offerta di alternative vegane e per celiaci. Ciòche non va giù invece, è proprio quella pubblicità. Questo passo falso tutto italiano, ha vanificato ogni forma di dialogo e di elasticità: ogni singolo produttore, ogni allevatore come tutti i cultori della cucina italiana si sono sentiti presi in giro, umiliati ed hanno provato il dubbio vanto di essere l’oggetto di una beffa di dimensioni titaniche. Passino gli appalti; passi la “nuova Tangentopoli”che rivede figure già note ai pm nel 1992; passi il ritardo cosmico nella costruzione dei padiglioni, passi tutto. Ciòche non può passare è privare di dignità l’unica cultura che ancora è valorizzata nel nostro paese ( valorizzazione comunque parzialmente, dal momento che tuttora non si è validamente intervenuti a livello europeo men che meno a livello mondiale per la tutela del famoso made in Italy, né per sanzionare la sua contraffazione), una delle poche cose di cui ancora andiamo fieri e che ci invidiano nel mondo. Sì, perché il mangiar bene, il mangiare italiano, è una vera e propria cultura che molto ha da raccontare sulla nostra storia, sulle nostre tradizioni e sulle nostre diversità. Diversità che dal 1861 coltiviamo come il bene più prezioso per non perdere mai la memoria del nostro passato. I creatori di quella pubblicità dovrebbero capire che un buon piatto di pasta alla Norma può raccontarti i tramonti siciliani, i profumi di Catania che sotto la dinastia aragonese fu capitale del regno delle due Sicilie e che fece innamorare Verga tanto da ambientarvi “Storia di una capinera”. Potrebbe anche dirti di come nacque il suo nome, che leggenda vuole attribuito a Nino Martorio, scrittore e poeta siciliano, il quale paragonò la bontà di quel piatto alla magnifica opera del compositore catanese Vincenzo Bellini, “la Norma”appunto. Per non parlare di quello che potrebbero bisbigliarti le bollicine del frizzante Franciacorta: potrebbero addirittura confessarti di essere state menzionate da Virgilio e da Plinio il vecchio tra i primi; o di essere cresciute sulle ridenti colline di Brescia , la quale fece da sfondo alle gesta di Adelchi, protagonista dell’omonima tragedia di Manzoni. Sempre le ridenti colline bresciane videro morire tanti figli durante le dieci giornate di resistenza agli austriaci nel 1849, sacrificio questo che valse alla città il soprannome di “leonessa d’Italia”. Insomma, bollicine che possono raccontarti molto più di quanto potrebbero fare quelle della Coca Cola. Ed altrettanto se non di più ha da narrare la nostra amata pizza, nata e cresciuta nell’impareggiabile Napoli: dal nord al sud ha saziato gruppi di amici riuniti per due risate, ha consolato dei cuori spezzati nei sabato sera solitari, in alcuni casi ha addirittura presenziato a delle nozze. Possiamo dire la stessa cosa di un Happy Meal? Possiamo mettere a paragone una pietanza da fast food con tutto quello che vi ho appena raccontato? Possiamo permettere che tutto quello che abbiamo da dire sia spazzato via da un hamburger e patatine?

Se la risposta è sì, come quella che hanno dato quei pubblicitari, mi rimane da dire solo una cosa: non ci meritiamo la nostra cultura, neanche quella enogastronomica.