A cura di Nicola Pigna- 

A qualche settimana dalle elezioni Luiss, non ha senso buttare giù qualche riga per ripercorrere i dettagli e le vicende di un evento particolarmente sentito. Ritengo sia più utile ripensare al perché questo tempo sia portatore di grandi sorprese e altrettanto grandi delusioni. Spesso la sensazione che si vive alla Luiss è quella di essere in un videogioco, in un mondo virtuale, dove il tempo sembra fermarsi e dove la vita reale si perde in un magma di frivolezza e banalità. Il luissino è una specie variegata: c’è chi studia tanto e si diverte poco, chi studia poco e si diverte tanto, e poi ci sono le solite vie di mezzo. Spesso le attività ludiche, come le iniziative culturali, passano per entità di difficile decifrazione e ancor più complessa interpretazione: le associazioni. I metodi che le reggono sono ignoti ai più, celati da una misterica volontà comune che, talvolta, risente ancora dell’influenza dei plurilaureati -o lungi dall’esserlo- padri nobili, che guardano alla loro creatura con amore e nostalgia, forse frustrati dal non esser stati capaci di fare altro. Per due anni le associazioni preparano le elezioni. Nessuna dichiara apertamente il proposito, ma ogni attività, ogni scelta ed ogni proposta, hanno sempre, spesso poco velatamente, uno scopo elettorale. Lungo i due anni ci si studia, ci si misura reciprocamente il potenziale appeal, e poi, qualche mese prima del fatidico evento, ci si inizia a scambiare le prime opinioni. C’è chi ha lavorato meglio, chi vive di rendita, chi la rendita se la fa con le discoteche, sulle spalle di inesperte matricole, chi si sente il migliore e detta condizioni improbabili. È grottesco ascoltare i numeri che saltano fuori durante le trattative: spesso, se sommati, non solo sono superiori al numero dei votanti medi, ma addirittura staccano di gran lunga anche gli iscritti totali dell’università.

Le liturgie elettorali luissine sono un qualcosa di stravagante. Un misto tra intelligenza e follia. Fanno nascere e spengono rapporti umani troppo frettolosamente definiti “amicizie”, che in realtà non erano nemmeno conoscenze approfondite. Tutti si sentono grandi strateghi, statisti e politici. Le strade di Parenzo e Romania sono piene di Cesare, Machiavelli, Guicciardini, Cavour e perfino qualche Renzi in erba. Pur di racimolare consenso si scoprono nomi di compagni di corso ai più sconosciuti, la macchina del voto mobilita e riscopre persone che quasi mai si sono considerate esistenti. È caccia all’elettorato romano, storicamente sommerso e disinteressato, forse perché non è mai voluto entrare in dinamiche che un po’ gli sanno di provincialismo. Nella caccia al voto c’è un dato che falsa la conta. In genere si sente favorito chi ha più ancelle e gregari presenti ventiquattr’ore su ventiquattro in facoltà. Questi sacerdoti dei corridoi e dei banchetti stentano a comprendere una verità semplice: il loro voto è uguale a quello degli altri. Anzi, se stanno sempre con le stesse persone e non si fanno una vita, rischiano di essere meno fecondi dei loro omologhi che vivono la città, i quartieri, le parrocchie, le palestre etc. Sembra uno zoo fatto di personaggi… e quanti ce ne sono! Dalle veline bellissime e stupide, ai paggetti usciti da altre epoche, ai politicanti da strapazzo che salutano tutti e offrono caffè, per finire con i meno interessati, che guardano sorridendo a questi casi umani e, con commiserazione, li sopportano, talvolta li comprendono.

Un caso a sé sono i candidati, o “presunti” tali. Si assiste frequentemente al teatrino inscenato da simpatici fanciulli che fin dal primo anno sognano un’ora di notorietà. Pronti a tutto pur di essere riconosciuti. Si fa a gara a chi saluta più gente e si considerano voti certi ed acquisiti anche incontri fortuiti e casuali. Cinque categorie: leoni da tastiera, conferenzieri professionisti, PR da strapazzo, giornalisti prestati alla politica, sgraziati assetati di potere. I leoni da tastiera vivono nel web e sono incapaci di relazioni personali che non risentono di stereotipi e mode: la loro vita senza “like” su FB sarebbe vuota… e si contano i voti a suon di “mi piace”; i conferenzieri professionisti credono di accumulare consenso perché riempiono le grandi aule con ospiti famosissimi: teorema del “ti piace vincere facile”; i PR da strapazzo puntano sulle cortesie fatte in discoteca: ingresso, bottiglie e tavoli; i giornalisti prestati alla politica sono quegli intellettuali che, dopo un’esperienza nei giornali, mettono a frutto rapporti e competenze acquisite, e si candidano presentando programmi che almeno sono ben scritti; e poi la mia categoria più studiata: gli sgraziati assetati di potere. Sono soggetti perfettini e alla moda, incapaci di proprio pensiero perché fanno solo tutto ciò che può piacere. Mortificano la loro intelligenza, se presente, e la loro carente personalità con stati su Facebook e finti interessi a realtà o problematiche delle quali non sanno molto. Inutile dire che se, malauguratamente, dovessero essere eletti, all’indomani si dimenticherebbero anche della madre, del fratello o del cugino… È drammatico, invece, il momento della prima scrematura: la presentazione delle liste. Molti non vengono nemmeno candidati: la maggior parte dei personaggi folcloristici sopra indicati resta fuori dai giochi. Dal giorno successivo costoro proveranno a vendere al miglior offerente i propri pacchetti di voto, talvolta davvero virtuali ed esigui.

I candidati hanno per lo più due categorie di cordate, una ufficiale e qualche simpatia ufficiosa. La campagna elettorale è costellata di tantissime iniziative, aperitivi, cene pubbliche e cene private. C’è chi spende fortune e chi se le fa (tipografie, locali etc.). L’esperienza dimostra che in genere vince chi ha il profilo più umano e alla portata di tutti. L’elettorato sopporta poco attività autoreferenziali ed improbabile materiale elettorale. Le notti prima del voto sono feconde di accordi e tradimenti. È la fiera della fedeltà tradita, dell’onestà ritrovata, del moralismo risorto e dei trombati che escono dai sepolcri per diventare vindici. La verità è che non esistono buoni e cattivi. Si tratta di un gioco, e finché i mezzi sono leciti è anche simpatico capire come ci si ingegnerà per far fruttare tutto il possibile. Non è la corsa al Quirinale, non è l’elezione di un Sindaco o di un ordine professionale. L’ho guardata, e in parte anche minimamente vissuta, con lo stesso coinvolgimento di un fantacalcio, lasciando le cose serie da parte, con l’ansia e l’ingegno di una caccia al tesoro. Non si può che provare tenerezza per quelle anime belle che già vedono “in nuce” chissà quali proiezioni di se stessi nel futuro. Lo psicodramma post-elettorale meriterebbe un capitolo a parte. In aula chiesa si consuma una tragedia o una grande festa. Avvengono le grandi sorprese, si squarcia il velo di Maya. Usciti i risultati si prende atto della realtà. La sorpresa di essersi sopravvalutati e aver sottovalutato gli avversari è il sentimento più diffuso. Si formulano le più improbabili analisi del voto e si sfaldano ancora una volta quelle solo presunte amicizie. Diciamoci la verità: non accade nulla di diverso da ciò che accadeva da bambini quando chi perdeva accusava il vincente di aver barato. E’ il “sillogismo bianconero”: Juventino quindi ladro, perché colpevole di esser condannato sì, ma solo a vincere.