a cura di Filippo Nola

Islamabad. Era martedì 7 febbraio 2012 quando un tale, di nome Mokhtar Ali Zubeyr Godane, si fermò davanti ad una piccola bottega tessile a dare un’occhiata alla merce lì esposta. Aspettava un suo amico; un incontro pianificato da tempo, necessario a formalizzare degli accordi già suggellati durante la fase delle trattative. Venne improvvisamente avvicinato da un ragazzetto, cui era stato affidato il banale compito di andarlo a chiamare in cambio di qualche rupia. La controparte conosceva il suo volto, al contrario di Godane che non sarebbe stato in grado di riconoscere nessuno, se non il solo capo dell’organizzazione, la cui faccia più volte era comparsa sui telegiornali di tutto il mondo. Venne condotto nel retro angusto di un ristorante; un vicoletto isolato, decorato da una porta che probabilmente poteva essere abbattuta anche da un bambino, se non fosse per il fatto che nessuno l’avrebbe mai notata. La stanza che si nascondeva dietro quella porta era asettica, vuota, adornata solamente da un tavolo, delle sedie e un materasso buttato per terra. Quando Godane entrò riconobbe finalmente l’unico volto amico che già conosceva: Ayman Al Zawahiri, il nuovo leader di Al Qaeda.

Al Qaeda riconosce formalmente Al Shabaab come sua cellula terroristica in Somalia solo nel 2012 a seguito dell’incontro tra Godane, leader del gruppo somalo, e Al Zawahiri. Ma la nascita di Al Shabaab trova le sue radici già nel 2006 quando prese le redini del gioco tessuto dall’Unione delle Corti Islamiche (UCI) nel corso della guerra civile in Somalia. Riconosciuto come movimento terroristico solo da una manciata di stati, tra cui non compare l’Italia, Al Shabaab controlla circa un terzo del paese: precisamente la zona a sud, in prossimità del confine con il Kenya, sulle cui coste si riversano migliaia di turisti, anche nostrani, del tutto ignari dei pericoli che corrono.

Il gruppo, nonostante sia stato fortemente indebolito a seguito di operazioni militari portate avanti dagli eserciti somalo e kenyota, è particolarmente pericoloso per i legami che ha stretto con le popolazioni locali, cui il dominio jihadista di Al Shabaab ha apportato anche notevoli vantaggi dal punto di vista economico. Tale movimento, proprio come Boko Haram in Nigeria e Hamas a Gaza, si è trasformato in una vera e propria organizzazione di controllo del territorio, con strutture di reclutamento tra Mogadiscio e Kismayo. Si avvale, come detto, di un ampio consenso popolare, dato dalle politiche economiche nazionaliste e dagli accordi internazionali stretti con altre entità filo jihadiste: con la riduzione delle importazioni di cibo a basso costo è stato possibile prosperare tramite la produzione di grano somalo, con conseguente rivalutazione delle aree agricole a discapito di quelle urbane. Per non parlare degli accordi stretti con i pirati somali: una protezione costante da parte dell’organizzazione terroristica in cambio di un approvvigionamento fisso del 20% del bottino da parte dei nuovi corsari; un accordo che tale non può proprio definirsi, in quanto estorto da Godane con la forza, ma che testimonia la forza di tale movimento.

Con l’alleanza con Al Qaeda, Al Shabaab vive il suo momento più difficile: dopo l’offensiva militare, kenyota e somala, il movimento si era fortemente indebolito. A seguito della sconfitta la leadership di Godane iniziò a barcollare; Abu Mansur, già emiro dell’organizzazione fino al 2010, si insinuò nella lotta al potere pretendendo la riconsegna della carica che gli era stata sottratta da Ibrahim Al Afghani, qaedista fino al collo che era stato costretto ad abdicare proprio in favore di Godane nel 2011. Ma il rinvigorirsi del patto con Al Qaeda, che era scemato con la morte di Osama Bin Laden e che, come detto, comportò la nomina di Godane al comando, pose le basi per una nuova scalata al potere, dato il significativo sostegno che gli derivava da Al Zawahiri. Il tutto culminò in una violenta sparatoria a Mogadiscio, il 20 giugno 2013, in cui morì proprio Al Afghani. Il violento scorrere degli eventi colpì la coscienza di Hassan Dahir Aweys, capo spirituale di tutta la baracca, che il 28 giugno si allontanò da Kismayo per ritirarsi nella città di Adado, presenziata dal governo centrale somalo. Aweys, in quanto Imam capo di Al Shabaab, ricopriva e ricopre tutt’ora la funzione che il nostro Pontefice svolgeva nel Medioevo: l’incoronazione dell’emiro è un atto a lui riservato, senza il quale il leader dell’organizzazione non può definirsi tale. Il suo appoggio ad Abu Mansur è sempre stato palese sin dalla nascita di Al Shabaab e il suo allontanamento ha senz’altro spianato la strada a Godane che ricoprì la carica di emiro fino alla sua morte, nel settembre 2014.

Il quadro qui disegnato esprime il clima di divisione che pervade tutta la cellula terroristica: le numerose leaderships, quali quelle di Godane, Aweys e Al Zawahiri hanno scosso dall’interno il movimento garantendogli solamente sangue e instabilità. Al Shabaab è in profonda difficoltà. Difficoltà data anche dalla soggezione che l’accordo con Al Qaeda, anch’essa in profonda crisi, incute ai militanti dell’organizzazione. Ciò non toglie che le eventuali differenze idiomatiche e culturali, le ambizioni che ogni sottogruppo coltiva non possano sintetizzarsi in azioni violente, nelle quali a rimetterci la vita sono molto spesso civili innocenti. Per non parlare di eventuali alleanze pro tempore, finalizzate alla mera manifestazione cruenta della forza militare che questi gruppi detengono. La strage di Nairobi, nel college universitario di Garissa, che ha coinvolto quasi 150 studenti, proprio come noi, colpevoli solo di essere cristiani, è frutto di tali alleanze pro tempore. Si tratta di un movimento di teste calde, votate al potere, che utilizzano la scusa della jihad per poter perpetrare simili atti.
Mi è sempre stato insegnato che un leone, se ferito, è molto più pericoloso. Ebbene Al Shabaab è stata colpita duramente dall’intervento somalo-kenyota, dalle missioni ONU, dalla morte di Godane e soprattutto dalla convinzione dei comuni cittadini che la strada della Shari’a non è quella giusta per loro; ma un simile atto di violenza deve testimoniare che l’organizzazione non ha ancora subito il colpo di grazia. Per essere chiari, l’attentato è stato solamente rivendicato da Al Shabaab; di conseguenza non è detto che sia stata effettiva sua presenza. A sostegno di ciò, ci sono delle testimonianze che raccontano di come gli attentatori parlassero un swahili dall’accento kenyota.

Tale accadimento può costituire la rinascita di un movimento, data la conversione, da parte degli attentatori, alla causa di Al Shabaab e quindi ci si potrebbe aspettare una nuova ondata di ribelli convertiti; ma può significare, e ce lo auguriamo, l’ultima scintilla di una cellula giunta oramai alla sua inesorabile fine. Sicuramente dobbiamo assestare il colpo di grazia, senza aspettare che questo leone guarisca e si rialzi.