a cura di Damiano Sanna

Domenica gli elettori di sette regioni sono andati al voto per eleggere i consigli regionali e i presidenti delle giunte regionali. Proviamo a fare un bilancio per capire chi ha vinto, chi ha perso, chi potrà vincere e chi potrà perdere in futuro.

Come noto rispetto al 2010 la Liguria è passata dal centrosinistra al centrodestra e la Campania dal centrodestra al centrosinistra, le altre amministrazioni hanno mantenuto il colore precedente. Come accade spesso quasi tutti cantano vittoria. La Lega festeggia il primato all’interno del centrodestra, la vittoria in Veneto e i buoni risultati nelle regioni del centro Italia. Forza Italia festeggia la vittoria in Liguria, il buon risultato in Umbria e più in generale la scoperta che il centrodestra può ancora vincere. Il Movimento 5 Stelle scopre con piacere di essere ancora saldamente il secondo partito a livello nazionale. Il Partito Democratico festeggia il 5-2 come risultato finale, la non scontata affermazione di De Luca in Campania e il consolidamento in regioni come Puglia, Toscana e Marche. Tutta questa gioia è sempre giustificata?

Per rispondere torniamo a un anno fa, dopo le europee. L’unico a festeggiare era il PD che, forte di un 40,8 % che nessuno poteva immaginare, riusciva quasi a doppiare il secondo partito (M5S) e a lasciare lontano lontano Forza Italia e Lega. Partirei quindi proprio dal PD. Dopo le elezioni europee gran parte dei commentatori si è ritrovata concorde nel ritenere che quel risultato fosse il segno premonitore di un Matteo Renzi destinato a governare nei secoli dei secoli, così forte da cambiare il volto dell’Italia e a modellare il PD a sua immagine e somiglianza. Queste analisi avevano un grave difetto di fondo; immaginavano un paese in cui il centrodestra finiva per sparire inglobato nel partito della nazione. Non era una prospettiva credibile ed è stato dimostrato. Il centrodestra esiste nella società italiana e immaginare che semplicemente potesse sparire è una riflessione degna dei commentatori politici italiani sempre pronti a saltare sul carro del vincitore. Ricordo cosa accadde dopo le regionali del 2010 vinte dal centrodestra, tutti i giornalisti televisivi (li riconoscete perché sono quelli che danno l’impressione di conoscere tutto, in particolare il futuro) decretarono che Berlusconi avrebbe governato per almeno altri 20 anni. Un anno dopo il centrodestra perdeva rovinosamente in tute le principali città italiane e in novembre Berlusconi era costretto a dimettersi. Questo per dire che l’opinione pubblica cambia idea molto in fretta e che nulla è scontato. Tornando al PD, appare evidente che quel 40,8% non esiste più e non da oggi. Di tanti esempi che si potrebbero portare per dimostrare come al Nazareno non sia stato capito che il consenso andava scemando vorrei citare il caso del Veneto. Alessandra Moretti si è lanciata in una avventura contro Zaia, dimettendosi da parlamentare europea perché considerava il 40,8% un punto di partenza e non di arrivo. Credeva insomma, su quelle basi, di potersi giocare la difficile partita contro Zaia. Il problema è che nel frattempo le basi erano cambiate e il risultato lo conosciamo. La domanda adesso è: questo significa che il PD è spacciato? No, perché si tratta comunque di un partito con il leader più apprezzato d’Italia che può intestarsi l’azione di governo e che soprattutto non deve mettere insieme 5-6 sigle per ottenere il premio di lista alle prossime elezioni politiche. Tuttavia come abbiamo detto l’opinione pubblica cambia velocemente e se poi ogni giorno fai esercizio di umiliazione della tua minoranza interna invitandola a togliere il disturbo può succedere che qualcuno accetti l’invito e ti faccia perdere oggi la Liguria domani chi lo sa. Passiamo ora alla Lega. Ha raddoppiato, se non triplicato, le proprie percentuali nel centro Italia, confermato Zaia in Veneto e oggi Salvini è il principale leader della destra Italiana. Certamente una buona notizia per il Carroccio, non necessariamente per il centrodestra. Salvini infatti toglie voti agli altri partiti di centrodestra che spesso vengono svuotati (vedi FI in Toscana all’8%) ma non danneggia il centrosinistra. L’obiettivo di Salvini è arrivare alle percentuali più alte possibili, quello del centrodestra è di governare, i due interessi non sono coincidenti e il problema prima o poi dovrà essere affrontato. Passando ai 5 stelle vorrei partire da una previsione di Matteo Renzi alla vigilia delle primarie per la premiership contro Bersani nel 2012. ” A Grillo possiamo togliere metà dei consensi, basta chiudere il Senato, “dimezzare” i parlamentari, ridurre le auto blu…” Due anni e mezzo dopo, i grillini non solo non sono scompari ma rafforzano il loro ruolo di seconda forza del paese. Si pone una questione più profonda, le forze anti sistema non sono state un fenomeno passeggero, stanno sempre di più entrando a far parte in modo stabile del sistema politico e con questo dovremo fare i conti. Il movimento ha saputo, anche e forse grazie all’assenza di Grillo, togliersi la bava dalla bocca, darsi una sistemata, presentare un paio di proposte e mandare in televisione qualche volto rassicurante e riconoscibile. È bastato questo a proiettarlo verso un ruolo di vero competitor del PD alle politiche del 2018. Arriviamo infine a Forza Italia. Il risultato delle liste è stato un mezzo disastro, in Puglia il candidato di Fitto ha superato la poli Bortone, in molte altre regioni il partito di Berlusconi ha combattuto per raggiungere il 10%, alle volte perdendo anche questa desolante sfida. Ma a ben vedere non è tutto buio. Il partito, se così si può definire, va abbastanza bene dove svolge un ruolo di federatore (Umbria e Liguria) . Come se gli elettori immaginassero per FI un ruolo organizzativo, sulle sue spalle ricade l’onere di mettere il centrodestra in condizione di vincere.

Queste elezioni hanno dimostrato che i conservatori possono ancora vincere, ma la strada non è facile.

Il problema della leadership prima o poi dovrà essere affrontato e anche alla svelta perché quando la tua carta più presentabile è l’ex direttore di Studio Aperto significa che il tempo dei cortigiani deve finire. Osservando la situazione del centrodestra e le reazioni a queste regionali mi è tornata in mente una scena del film Tre uomini e una gamba. Aldo, Giovanni, Giacomo e Claudia ritrovano su una spiaggia la preziosa gamba di legno che dovevano custodire. Un gruppo di muratori la sta usando come palo per giocare a pallone e non intende cederla. Decidono di giocarsela a calcio, chi arriva prima a 10 si prende la gamba. Vediamo quindi in una sequenza rallentata i quattro fare grandi azioni, gol di rovesciata, rigori parati, gol di testa emergendo dalla sabbia e molto altro. La scena seguente ci mostra i protagonisti seduti sulla spiaggia, la partita con ogni evidenza è finita e Giacomo sta rievocando le grandi azioni: “Hai visto che gol di rovesciata? E il tuo di testa Aldo? E Claudia che ha parato il rigore?” . Alla fine interviene Aldo: ” Si, bello, bello. Come mai però abbiamo perso 10-3?” Oggi il centrodestra può anche essere soddisfatto per le singole azioni individuali ma resta il fatto che il PD si trova a governare 17 regioni su 20 e che alle politiche la partita la giocheranno i singoli partiti non le coalizioni e nel centrodestra un partito veramente competitivo non c’è.

Come abbiamo detto in precedenza però le cose cambiano in fretta, il paese vorrà vedere dei risultati in tempi brevi dall’azione di governo e se non dovessero arrivare la partita tornerebbe aperta e sarebbe forse questo il maggiore stimolo per i conservatori italiani per tornare a compattarsi.