a cura di Veronica Sarno –

Magistrati sequestrati. Attentati -riusciti e non- alle sedi di partito e sugli aerei. Blackout in tutto il Paese. La censura dei media. L’economia che corre verso il precipizio. Sembra l’affresco di un qualsiasi staterello del terzo mondo. È invece la drammatica attualità della Turchia, divisa tra la voglia di Europa della popolazione e le nostalgie ottomane di Erdogan. Il 7 giugno sarà decisivo per sapere da che parte penderà l’ago della bilancia. Dalle elezioni per il rinnovo del Parlamento, infatti, Erdogan si aspetta di ottenere una maggioranza abbastanza ampia da modificare la Costituzione in senso presidenzialista. O, per restare in tema, per rendere il Presidente un nuovo sultano. L’esito, però, non è così scontato. L’Akp, il partito islamico-conservatore di Erdogan, è in calo nei sondaggi, anche se ancora al 40%. Ad allontanarsi sono soprattutto i giovani, indignati per il bavaglio ai media e per la repressione violenta di qualsiasi manifestazione di dissenso. Non a caso, sedi e uffici dell’Akp sono stati recentemente presi d’assalto da uomini armati che inneggiavano alle vittime delle proteste di Gezi Park. L’opposizione viene anche dal governo, dato che il primo ministro Davutoglu non è disposto a subire il ridimensionamento dei suoi poteri che la riforma presidenzialista comporterebbe. Come se non bastasse, gli investitori esteri stanno letteralmente fuggendo dalla Turchia. Le ingerenze di Erdogan hanno minato la credibilità della banca centrale. Al punto che la lira turca, negli ultimi mesi, ha perso circa il 17% del suo valore nei confronti del dollaro. Ma non è questo l’unico grattacapo che viene da oltreconfine. Il mese scorso il Papa ha condannato la reticenza del governo turco a riconoscere che quello degli armeni fu il primo genocidio della storia. Alla requisitoria del Pontefice ha fatto seguito la risoluzione del Parlamento europeo, che ha riconosciuto il genocidio e proposto l’istituzione di una giornata europea del ricordo. Una mossa “a sorpresa” che ha infastidito Ankara e comporterà un ulteriore stallo nei negoziati di adesione all’UE. Eppure la Turchia poteva rappresentare il ponte dell’Europa verso la zona calda del Medio Oriente, fare insomma da mediatore. In fondo era già successo con i primi negoziati sul nucleare iraniano, di cui il governo turco si era fatto garante. Cinque anni dopo quel ruolo è perduto ed Erdogan, più modestamente, punta a costruire l’ennesima mediocre dittatura islamica.