a cura di Giuseppe Venneri –

Neanche il tempo di smaltire l’ondata di polemiche relative all’infiltrazione della criminalità organizzata nell’organizzazione dell’EXPO, che ecco spuntare il secondo capitolo di “Mafia Capitale”, il più triste intreccio di corruzione e mafia che la nostra vecchia e amata Urbe abbia mai conosciuto. Negli scorsi giorni, infatti, i carabinieri del Ros hanno eseguito a Roma, Rieti, Frosinone, L’Aquila, Catania ed Enna un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 44 persone, indagate, a vario titolo, per associazione di tipo mafioso, corruzione, turbativa d’asta, false fatturazioni, trasferimento fraudolento di valori e altri reati.

L’operato di questo “network” criminale ha certamente coinvolto ogni tipo di ambito, dagli appalti edilizi, alla gestione dei rifiuti passando per i trasporti e nomine dirigenziali ad hoc. I tentacoli di questa organizzazione si sono, quindi, insinuati – con metodo eminentemente corruttivo – in tutta la rete amministrativa della città, ma la storia che più ha destato scalpore si riferisce inevitabilmente al business creato attraverso i centri di accoglienza per gli immigrati.

Le indagini dei carabinieri del Ros sul “Mondo di Mezzo” hanno “permesso di documentare come Luca Odevaine (nella veste di appartenente al Tavolo di Coordinamento Nazionale sull’accoglienza per i richiedenti e titolari di protezione internazionale) fosse in grado di garantire consistenti benefici economici ad un ‘cartello d’imprese’ interessato alla gestione dei centri di accoglienza e ai consistenti finanziamenti pubblici connessi ai flussi migratori, determinando l’esclusione di imprese concorrenti dall’aggiudicazione dei relativi appalti”. Secondo gli investigatori, “gli ulteriori approfondimenti in direzione di Odevaine, i cui contatti con Salvatore Buzzi (già presidente della cooperativa ’29 giugno’) erano emersi in relazione al coinvolgimento delle relative imprese nella gestione dell’emergenza immigrati, hanno confermato l’articolato meccanismo corruttivo facente capo allo stesso Odevaine che, per il ruolo svolto, è risultato in grado di ritagliarsi aree di influenza crescenti nello specifico settore”.

E’ lo stesso Odevaine, inoltre, a rivelare in un’intercettazione: “sono in grado un po’ di orientare i flussi (di migranti, ndr) che arrivano da giù…” e dirottarli dove serve. “Il mio ruolo – dice ancora – è quello di collegamento con il ministero… soprattutto per trovare poi la possibilità di implementare il lavoro”.

Un giro d’affari, dunque, di evidente rilevanza pubblicistica, che coinvolge inevitabilmente le strutture ministeriali – oltre che municipali – nel garantire il sistema messo in atto dalle cooperative sociali nell’accoglienza degli immigrati per far arrivare i soldi pubblici ai gestori amici che “si dividono il mercato”.

Come prima affermato, l’infiltrazione della criminalità nella gestione degli immigrati è il tema che più ha destato scandalo nell’ambito di questa inchiesta. Ciò, tuttavia, non è dovuto alla maggior gravità dei reati inerenti ai flussi migratori, ma alla stessa delicatezza intrinseca del tema che mai come oggi infiamma i dibattiti socio-politici nazionali e non.

Inutile girarci attorno: la questione dell’immigrazione costituisce oggi un problema di natura emergenziale. La patologica gestione della questione migratoria a livello nazionale ed europeo, degenerata in una crisi endemizzata ormai da troppo, è una ferita aperta, i cui sintomi colpiscono ormai indifferentemente chi accoglie e chi è accolto. Se c’è un leitmotiv che caratterizza gli interventi pubblicati in questi giorni, esso è certamente costituito dal vecchio gioco dello “scaricabarile”, ormai una vera e propria bandiera dell’Italia e dell’Unione Europea. Nel giro di tre giorni, si è infatti assistito: al Governatore della Lombardia Roberto Maroni che, in una lettera inviata ai prefetti lombardi, ha chiesto di sospendere le assegnazioni di migranti nei comuni della propria regione, annunciando anche di sospendere i finanziamenti ai comuni che avrebbero continuato ad accogliere profughi e immigrati; al Presidente del Consiglio Matteo Renzi che, in un tempo in cui sono pressoché ridotti all’osso fondi assistenziali di ogni genere, propone di «dare incentivi, anche nel patto di Stabilità, a quei comuni che danno una mano nel gestire l’accoglienza dei migranti»; al Consiglio Affari Interni dell’UE che, nonostante la proposta della Commissione di affrontare celermente l’emergenza immigrazione, ha rinviato la discussione a dopo l’estate, lasciando, di fatto, l’Italia isolata nell’affrontare il problema.

Soffermandoci ora su quest’ultima questione, è bene ricordare che lo scorso 13 maggio la Commissione ha approvato una agenda in materia di immigrazione, prevedendo azioni concrete e immediate finalizzate alla distribuzione dei rifugiati fra gli stati membri, in situazioni di emergenza, secondo una chiave di ripartizione che tiene conto di quattro parametri: popolazione complessiva, PIL, tasso di disoccupazione e rifugiati già accolti sul territorio nazionale. Il nuovo meccanismo si baserebbe sull’attivazione, per la prima volta, del sistema di emergenza previsto all’articolo 78, paragrafo 3, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che mira ad aiutare gli stati membri interessati da un afflusso improvviso di migranti. Un percorso decisamente condivisibile intrapreso dalla Commissione UE, che ha subito una brusca frenata nella giornata di oggi in cui, come prima anticipato, è stato annunciato che il Consiglio europeo per gli Affari interni che si riunisce martedì 16 giugno a Lussemburgo non prenderà alcuna decisione sulla redistribuzione dei 40mila richiedenti asilo sbarcati in Italia e in Grecia. Due paesi che, da soli, hanno visto l’arrivo di oltre 100mila persone dal primo gennaio 2015: 54mila sulle nostre coste, 48mila la Grecia (fonte Onu).

Un ennesimo stop, dunque, del tentativo italiano di coinvolgere l’Unione nella gestione dell’emergenza migranti che, a mio avviso, è in insanabile contrasto con i princìpi basilari dell’Unione Europea stabiliti nell’art.3 TUE secondo cui “l’Unione promuove la coesione economica, sociale e territoriale, e la solidarietà tra gli Stati membri” e nell’art. 4 TUE ai sensi del quale “In virtù del principio di leale cooperazione, l’Unione e gli Stati membri si rispettano e si assistono reciprocamente nell’adempimento dei compiti derivanti dai trattati”. Princìpi di solidarietà e cooperazione che vengono puntualmente “traditi” dalla noncuranza degli Stati membri di assistersi vicendevolmente nella risoluzione dei problemi comuni, frenando di fatto il processo di integrazione europea che tanto va di moda sbandierare nelle competizioni elettorali.

Nella speranza che la volontà politica della Commissione prevalga sulla decisione del Consiglio, è assolutamente necessario il superamento della regola dello “Stato di primo approdo” contenuta nel regolamento di Dublino, che ci obbliga a procedere in totale solitudine alla prima accoglienza di coloro che sbarcano sulle nostre coste e all’espletamento della burocrazia per individuare chi davvero merita lo status di rifugiato e chi no, in modo da realizzare la più ampia applicazione del principio di libera circolazione degli individui nel territorio dell’Unione, oltre all’attuazione del sopraccitato “principio delle quote di assegnazione”.

Quello dell’immigrazione, è un fenomeno umano sempre esistito e che, de rerum natura, sempre esisterà. Ma, come tutti i fenomeni umani, esso necessita di essere disciplinato con regole comuni certe e la giusta dose di buon senso, dal momento che l’immigrazione “selvaggia” nuoce sia al popolo che ospita, sia ai popoli che chiedono di essere ospitati ed ha come unico risultato un odio sociale che nasce dalla disperazione e sfocia nella guerra.