Edward Burne-Jones, La Bellezza e l’Eresia

 

 

a cura di Valerio Ceccarelli – 

Era il migliore di tutti. Lo era sempre stato da quando Guinizzelli aveva dato inizio ad una scuola, chiamata Stilnovo. In breve il giovane Guido aveva acquisito l’unanime stima di un gruppo di poeti che, nella ricca Firenze della seconda metà del tredicesimo secolo, aveva dato alla lirica un’intonazione nuova. Era una rima più dolce, un andamento che si faceva specchio del sentimento dell’animo, quale languore soave e profondo. Il poeta stesso diveniva un essere solo, ferito dall’amore incondizionato verso la propria donna, quasi un angelo che nascondesse la chiave della sua redenzione. Già i primi versi di Cavalcanti lasciavano intendere quanto il suo intuito, la sua fantasia ritmica fossero più vividi di quelli degli altri poeti della sua scuola; questi lo riconobbero quale una guida, un solitario benché giovane maestro da cui trarre insegnamento ed esempio. Le porte del mondo letterario di una città che era il cuore dei mercati nazionali ed europei, la patria del fiorino, erano aperte e gravide di promesse. Ancora sguardi benevoli accompagnavano il cammino del primo tra i primi, del ragazzo che, ancora discepolo, già doveva essere colui che avrebbe guidato la letteratura di un secolo, colui sul quale si univano le speranze dei vegliardi e le ammirazioni dei giovani.

Del primo Cavalcanti racconterà il Boccaccio nel suo Decamerone, descrivendolo quale filosofo intelligente e sdegnoso, impegnato in passeggiate tra i sepolcri di Firenze e assorto in meditazioni arcane. Ricco ed elegante era tuttavia inviso a quella gioventù dorata fiorentina, che dedicava il proprio tempo a feste e galanti inviti; il poeta rifiutava infatti di unirsi ai loro eventi roboanti e futili. Un giorno, mentre Guido passeggiava da Orto San Michele ai sepolcri di Santa Reparata, messer Betto e i suoi compagni a cavallo gli si fanno dintorno e gli dicono: “Guido, tu rifiuti d’esser di nostra brigata; ma ecco, quando tu avrai trovato che Idio non sia, che avrai fatto?“. In quel tempo l’individuo acquisiva valore in quanto parte di un gruppo, membro di una comunità ed implicitamente portatore dei suoi valori. A Firenze si poteva essere guelfi, rifacendosi così alle dottrine della Chiesa, oppure ghibellini, seguendo il potere centrale dell’impero e, in antitesi all’altra fazione, sostenendo gli insegnamenti dei materialisti e di Epicuro. Cavalcanti era stato inquadrato nella seconda fazione e tanto bastava a spiegare l’opinione che gli altri avevano del suo pensiero. Ora, vistosi chiuso, prestamente disse: “Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace“; e posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fusi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò. Guido non era certo epicureo, seguiva invece la filosofia di Averroé (discepolo di Aristotele), che insegnò di come l’anima possa acquisire l’immortalità elevandosi alla contemplazione universale attraverso la speculazione dell’intelletto. Ebbene, il cimitero non è certo la casa dell’eletto ma quella del volgo, cui solo la morte appartiene. La novella va anche oltre, attribuendo a Cavalcanti la qualità della leggerezza e descrivendo questa come la causa del suo “elevarsi” rispetto agli altri, a coloro la cui casa è il corpo. Scrive Calvino nelle sue Lezioni americane: “se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta- filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite”.

Crescendo ci si sceglie una poetica, un tema, uno specchio attraverso cui vedere la realtà. Cavalcanti, oramai maestro della sua scuola, predilesse la leggerezza. È una rima leggiadra, l’equilibro dei suoni che si susseguono senza interruzione, la complessa semplicità che nasce dai lavori accurati. Così passano i giorni, che avidi divorano se stessi, la fama sembra una promessa mantenuta, la meta un tempo lontana e ormai raggiunta svela le proprie ombre, e si addensano le invidie, le battaglie perdute cominciano ad essere tante e troppe, mentre pesano le prime sconfitte politiche dell’impero. Il peso della vita grava il poeta della leggerezza, finché, immaginiamo, una sera un giovane si avvicina al gruppo dei maestri porgendo uno scritto al più alto tra tutti, a Guido Cavalcanti, guida dello Stilnovo. Questi lo prende, invero gli sembra di riconoscere il ragazzo, di sette anni più giovane di lui e che doveva aver frequentato la sua medesima scuola, gli insegnamenti di quel Brunetto Latini che, anch’egli, tanto aveva patito dal suo tempo. Ora avvicina le lettere agli occhi e legge, vede il proprio nome iniziare il verso che recita Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io. Lo scritto gli tocca il cuore, in esso vi è qualcosa di brillante eppure chiaro, definito, come una forma, un ordine che dà un senso ad ogni contenuto.

Dante diviene membro del gruppo dei poeti, aderisce ai contenuti della comune poetica, unendovi quel qualcosa di proprio, quell’ordine definito. Lo stile tipico di Dante è forse l’opposto, per certi versi il negativo, di quello di Cavalcanti. Per il secondo, il mondo è un gioco di corpi inanimati cui l’intelletto infonde la vita che è leggerezza, questa diviene nella poesia ispirazione, il linguaggio aleggia come uno spirito sull’oceano infinito delle forme senza moto. In Dante invece ogni cosa ha un peso, ognuna è definita, inserita in un ordine che tutte le racchiude e dà loro una spiegazione. Il senso è nel mondo e non proviene dalla speculazione intellettuale, può essere invece rivelato. All’intelletto si contrappone la fede. Cavalcanti, con mirabile stile, paragonò la bellezza della donna amata a bianca neve scender senza venti; Dante riprenderà, in omaggio all’amico e maestro, il verso, modificandolo e riferendolo nell’Inferno ad una tempesta di fiamme, si legge come di neve in alpe sanza vento. L’idea della neve, che cade come sospesa in un attimo metafisico dell’assoluto, serve a Cavalcanti per rendere la vita che è amore e non ha peso, è fuori dell’idea stessa di peso, che conduce alla morte dell’anima. Dante invece si serve dell’idea di Cavalcanti quasi fosse una misura, qualcosa di definito cui rifarsi per renderlo parte di una scala; la leggerezza non è fuori del peso, è una parte di esso, una parte di una creazione che si giustifica da sé in ogni sua espressione. Alla ricerca dell’animo solitario e ribelle si contrappone l’accettazione della fede.

L’allievo cresce mentre il maestro invecchia. I due sono contrapposti dall’opposto credo politico, i ghibellini vengono ripetutamente sconfitti e Dante, priore di Firenze, deve esiliare il proprio mentore. Forse si oppose, forse la macchina del peso può essere così forte da muovere i corpi e le volontà. Così quella macchina schiaccia chi tanto a lungo l’ha disprezzata, combattendo contro di essa una lotta sublime e impari. Guido deve lasciare Firenze per recarsi a Sarzana. Il nuovo succede al vecchio, la realtà segue la speranza, la promessa di gloria cede il campo ad una malattia brutale, forse la malaria, tipica di quelle zone impervie. Quale il cavaliere, che colpito a morte dalla bestia che combatteva, in un ultimo impeto di forza riesce ad affondare il suo colpo migliore nella gola del mostro, così il poeta, condannato dall’oscura radice della realtà, affida al tempo la sua opera finale. Cavalcanti, ormai condannato, lontano dall’amata Firenze, si rivolge, un istante prima della fine, al suo angelo e amore. È il canto del cigno, l’opera più alta forse di tutto lo Stilnovo. Perch’i’ no spero di tornar giammai, ballatetta, in Toscana, va tu, leggera e piana, dritt’a la donna mia, che per sua cortesia ti farà molto onore. La poesia stessa divine il ricettacolo dell’anima del poeta, la sua leggerezza il vero custode della vita, vita come movimento, missiva d’amore. Si concluda leggendo gli ultimi versi del leggerissimo poeta, quasi la sua stessa voce risuoni in quella che ora li legge, di modo che per un istante ancora si realizzi il mistero, l’arcano dell’immortalità laica di Averroé. Tu, voce sbigottita e deboletta ch’esci piangendo de lo cor dolente, coll’anima e con questa ballatetta va’ ragionando della strutta mente. Voi troverete una donna piacente, di sì dolce intelletto che vi sarà diletto starle davanti ognora. Anim’, e tu l’adora sempre, nel su’ valore.