a cura di Giuseppe Venneri –

I dati pubblicati in questa settimana dall’Istat hanno dimostrato come la popolazione residente in Italia sia sostanzialmente arrivata alla cosiddetta soglia di “crescita zero”. Nell’anno appena trascorso si sono registrati, infatti, 12 mila nati in meno rispetto al 2013, con un saldo nati-morti negativo di quasi 100 mila unità, picco mai raggiunto nel nostro Paese dal biennio 1917-1918 (in pieno svolgimento del primo conflitto mondiale, per intenderci). Se si parla di “crescita zero” e non di “decrescita” è sol perchè l’intensificarsi dei flussi migratori riesce – a malapena – a compensare il calo demografico dovuto alla dinamica naturale: nel 2014 si registrano 60.795.612 unità, con un aumento di appena 12.944 rispetto all’anno precedente; i nati stranieri, che comunque continuano a diminuire (-2.638), rappresentano oggi il 14,9% del totale dei nuovi bimbi, mentre l’intera popolazione straniera ha fatto registrare un incremento di 92.352 unità, portando i cittadini stranieri residenti nel nostro Paese a 5.014.437, pari all’8,2% dei residenti.

Inoltre vi è stata una diminuzione di 65mila bambini e ragazzi di 0-14 e di 126 mila gli abitanti di 15-64 anni, e questo mentre sono aumentati di 204 mila gli abitanti di 65 e più anni, gli unici a crescere. Tra questi ultimi, peraltro, ad aumentare ancora di più sono gli ultraottantenni, cresciuti di 100mila unità. Ma il dato davvero preoccupante è quello che riguarda le donne in età feconda di 14-49 anni, teoricamente quelle che dovrebbero assicurare le nascite a venire, diminuite di 180 mila, passando a rappresentare dal 44,2 al 43,6 per cento della popolazione femminile, una proporzione drammaticamente inferiore a quella media europea che si aggira attorno al 50 per cento.

L’Italia sta vivendo, dunque, un lungo “inverno demografico” e, se consideriamo che il numero di nascite è soverchiato dal numero di morti ogni anno dal 1994, non risulta difficile definire questo fenomeno della denatalità come una vera e propria eutanasia sociale che sta conducendo il nostro Paese verso l’implosione, il tutto nell’impressione diffusa che che non si riesca a cogliere, a nessun livello, la gravità della situazione.

Tuttavia, volendo effettuare un’analisi “globale” del problema, si può dedurre come il crollo demografico sia un fenomeno che non riguarda solo l’Italia, ma l’intera Europa. L’Unione Europea, infatti, è la regione del mondo che presenta il più basso tasso di fecondità (1,47 figli per donna) e la più alta percentuale di popolazione ultrasessantaquattrenne (16,4 per cento degli abitanti nell’Europa dei dodici). E’ anche l’unica area del mondo dove gli ultrasessantaquattrenni sono più numerosi dei bambini (i minori di quattordici anni sono solo il 16,2 per cento).

Inutile sottolineare come la crisi economica e le austere politiche di “lacrime e sangue” adottate dagli ultimi governi abbiano rafforzato questo trend negativo, opprimendo le famiglie e rendendo la filiazione e la creazione di un nutrito nucleo familiare come un lusso che ben pochi possono ormai permettersi.

La lettura welferista del declino demografico, secondo la quale i bambini non nascono a causa della mancanza di risorse, è però smentita – almeno in linea di principio – da alcuni dati sulla concentrazione del crollo della popolazione in Italia. Più presente infatti nell’Italia centrale e del nord industrializzato, le parti più ricche del paese, mentre la città più fertile è Napoli, che di certo non spicca tra le vette dei comuni più ricchi.

In tempi recenti, inoltre, vi sono stati studi che, non solo hanno respinto la teoria welferista, ma l’hanno addirittura “capovolta”, configurando la crisi economica non come causa, bensì come conseguenza del calo demografico. In uno studio commissionato dall’Unione europea, la Rand Corporation ha denunciato che “la riduzione del capitale umano” è causa di una potenziale riduzione di produttività, di una conseguente pressione sul “sistema pensionistico e di previdenza sociale” e, quindi, di una minore capacità di “assistere la sempre più numerosa popolazione anziana”. Dunque meno lavoratori, più pensionati e una crisi fiscale per il welfare europeo. Una popolazione più anziana possiede minori capacità innovative e imprenditoriali, ed è quindi meno in grado di stimolare adeguatamente lo sviluppo dell’economia nazionale. Per di più, gli stati che costringono i giovani a pagare tasse più alte per mantenere la popolazione anziana non fanno altro che rendere più difficile per le nuove generazioni la creazione di una famiglia.

Accogliendo questa teoria, non si può che condannare la cecità dei governi incapaci di porre in atto una svolta politica, economica e culturale, capace di rilanciare la maternità, la fertilità e i figli, non solo per “romantiche” ragioni di conservazione dell’identità di popolo, ma anche per mere ragioni di sviluppo economico, che di sicuro hanno più appeal sui politici del nostro tempo.

In conclusione, vorrei invitare il lettore ad una riflessione sulle parole di Papa Francesco contenute nell’enciclica “Laudato si’” pubblicata nella giornata di ieri, che sono anche da monito per la spaventosa crisi demografica in cui sono piombate le società più ricche, avanzate e libere del mondo. Il Santo Padre ha analizzato il fenomeno da un punto di vista strettamente etico-culturale, evidenziando, tra l’altro, come la crisi finanziaria del 2007-2008 poteva diventare “l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale. Ma non c’è stata una reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano a governare il mondo”. Bergoglio critica, inoltre, quanti “invece di risolvere i problemi dei poveri e pensare a un mondo diverso, si limitano a proporre una riduzione della natalità”.

Un duro attacco, dunque, verso l’eccessiva (e ossessiva) attenzione rivolta dal mondo occidentale al valore dell’economia e al “gioco” dei mercati finanziari che ha inevitbilmente svilito il valore inalienabile e insostituibile della vita umana, in nome di uno sviluppo che è finanche arrivato a giustificare l’orrore degli esperimenti con embrioni umani vivi.

Riflettere è un dovere.