Di Valerio Forestieri –

Al di là del bene e del male ci sono solo due cose: la verità e la morte. Di esse si può predicare l’esistenza e nient’altro; risiedono oltre qualsiasi attributo.

La verità, difatti, giace al fondo: ogni altra qualifica le si deposita sopra, come fanghiglia, ma non vi si confonde, non l’imbastardisce. La morte, invece, è di sostanza troppo eterea perché possa legarsi ad altro. Al morto non appartiene più nulla, nemmeno le spoglie, nemmeno la memoria. Sia pure dilaniato il cadavere, se ne faccia scempio: al defunto non tange. Si infami il ricordo dello scomparso, se ne svelino le malefatte più atroci: la pubblica riprovazione non graverà certo di più su chi sostiene già il peso della terra.

E’ inutile addirittura infierire sul cadavere del parricida, del mostro. Le coltellate che s’affondano su un corpo ormai freddo non feriscono il morto. Servono soltanto ai vivi. Servono per tentare, vanamente, di emendare colpe, di lenire dolori; oppure servono a nascondere verità troppo amare o troppo assurde perché possano essere accettate.

La verità, banalmente, è che medici appartenenti al regime nazista hanno contribuito al progresso della scienza medica. Le patologie che hanno scoperto, come è prassi nella medicina e nei campi ad essa affini, portano il loro nome. Ed è vero che queste conquiste son intrise di sangue, che son bagnate da lacrime; è vero che pende su di esse un anatema. Il marchio, però, è indelebile: non certo le parole, simboli goffi, valgono a celarlo, benché mai possono dissolverlo. Lo stigma c’è e permane, come la verità, come la morte.

E’ per questo, forse, che la proposta di cancellare i nomi dei medici nazisti dalle malattie e dai test- proposta rilanciata una decina di giorni fa in occasione di un workshop appositamente organizzato dall’Università La Sapienza con la Comunità ebraica di Roma e l’Ospedale Israelitico- mi sembra così miserevole. Ha qualcosa di umano, troppo umano, che stride sulla bocca di uomini di scienza, di ragione. Assomiglia a quelle affermazioni anche apprezzabili, ma di maniera, che si avallano sull’onda di un’emozione e perché, in fondo, non comportano alcuno sforzo. O forse stona l’accostamento di un’idea in sé encomiabile – sostituire nelle definizioni in uso i nomi delle vittime a quelli dei carnefici-  a parole ingenue, addirittura imperdonabili se non fossero dettate dal sentimento anziché dall’intelletto. Il rettore dell’Università romana Eugenio Gaudio ha infatti dichiarato: “chi ha disonorato e pervertito il significato della scienza medica va espulso dai libri di medicina oltre che dalla coscienza collettiva “. E’ una frase che, a ruminarla, lascia in bocca un sentore acre. Genera la sensazione che la ragione, vergognandosi della progenie deforme partorita nel sonno rammaricandosi di non aver vegliato, cerchi di insabbiarne anche i resti, cosicché possa distogliere, per sempre, lo sguardo e mondarsi la coscienza. Ma la verità, seppure seppellita al di sotto d’una superficiale correttezza delle parole, dei nomi, perdura nella sua atroce immutabilità.

Si tenta, a volte, di edulcorare la storia. Lo si fa con gusto critico, tagliando con il coltello, imponendo una damnatio memoriae ove il suo spirito abbia sviato dalle magnifiche sorti e progressive. Si emettono di frequente condanne tardive, quando ormai il tempo stesso ha prescritto i fatti, con una rettitudine che può sembra affettata. Eppure ben vengano simili tentativi se son il frutto d’una consapevolezza ormai raggiunta, di una riprovazione profonda per quanto si vuol cancellare. Ma la sensibilità così acquisita non serva soltanto a fustigare il passato: la schiena irrigidita dall’età non si piega alle frustate. Sia piuttosto guida nel presente e monito per il futuro, sia stimolo per la ragione alla veglia e all’azione. E anziché esecrare i nomi dei carnefici dopo cent’anni, si fermi la mano dell’assassino prima che cali la scure. Non c’è condanna che valga a recuperare il sangue una volta sparso. L’indignazione, con un secolo di ritardo, è troppo agevole perché non sia anche sterile.

E mentre ci indigniamo per un orrore antico, qualcuno, oggi, nella nostra colpevole indifferenza, arde uomini vivi dopo averli rinchiusi in gabbie, decapita esseri umani, stupra, ammassa cadaveri, decine di cadaveri, in fosse comuni, affama i bambini oppure li manda al macello, massacra dichiaratamente e sistematicamente ogni etnia in cui si imbatte: tra cent’anni, probabilmente, con risoluta determinazione, ne danneremo il nome.