a cura di Umberto Romano

Nel nostro ordinamento, il carcere è la misura che più incide sulla libertà personale. Pacifico dire che non sia proprio una passeggiata di salute, ed anche nelle nazioni industrializzate come l’Italia, quella della condizione dei detenuti è un problema sempre attuale. La CEDU parla di un problema “strutturale”, le carceri in Italia non funzionano e le condizioni di queste le rendono un vero e proprio inferno per i detenuti.

Ma no, oggi non si scrive in merito al sovraffollamento, non si parla dell’indulto o di qualche provvedimento svuotacarceri; in questo caso l’Italia è solo un termine di paragone. Prendiamo l’Italia e questa assurda e orrenda situazione e paragoniamola con l’Iran. Immaginate il carcere in Iran. Poi fate un passo indietro. Tornate al reato.

Per l’applicazione della pena è necessaria la presenza di un reato, o meglio, la possibilità di identificare determinati comportamenti come sanzionabili. Oltre questo c’è un principio di proporzionalità, ovvero una pena proporzionata al reato commesso ed un’altra semi-infinità di principi che non starò qua a raccontarvi. Checché ne vogliate pensare non è affatto semplice finire dietro le sbarre, e bisogna fare qualcosa di davvero grave per finirci per un periodo che sia superiore ai dieci anni, soprattutto se siete incensurati; inoltre sono pochi, pochissimi, i reati che hanno a che fare con la libertà d’espressione. Nessuno, comunque, dalla fine del ventennio fascista ad oggi ha mai conosciuto la casa circondariale per reati di questo genere. Per fortuna.

Tutto bello? No, assolutamente. L’Italia è settantaquattresima nel ranking dei paesi che garantiscono meglio la libertà di stampa, termometro ideale per la misurazione della libertà di espressione, una pessima posizione, se si considera che secondo questa classifica la libertà di stampa è garantita meglio in Botswana, Moldavia o ad Haiti. Storicamente non proprio paradisi della democrazia.

Tuttavia, possiamo ben affermare che il concretizzarsi di questa tutela ancorché monca in modo manifesto permette ancora di poter scrivere quello che ci pare senza rischiare di finire al gabbio, o peggio, alla forca. Possiamo ancora permetterci di disegnare Renzi come un somaro oppure Papa Ratzinger come l’Imperatore Palpatine senza essere sbattuti in qualche cella di cui si dimenticheranno la chiave. Attenti con il Papa, perché si può finire come Charlie Hebdo, ma almeno non sarà lo stato italiano a mettervi in galera, anzi, cercherà di tutelare questa libertà, anche se storcerà pesantemente il naso probabilmente; di certo non sarà il governo stesso a promuoverne la compressione. Questo ci aiuta a comprendere che l’Italia rimane un ottimo termine di paragone se si parla di Iran, se poi vogliamo di nuovo consultare la sopracitata classifica sulla “libertà di stampa” ci accorgiamo che l’Iran è più o meno 100 posti sotto l’Italia, al quintultimo posto. Se siete dei reporter in erba e state pensando di cambiare aria vi conviene più andare a scrivere in Arabia Saudita, o in Rwanda, o addirittura in Russia, ma qui è consigliata una buona resistenza al polonio.

Non si possono pagare con la vita le proprie idee, ma ancora peggio, non si possono pagare con la vita le proprie libertà. Perché una cosa è il fatto che dei matti entrino in una redazione e si facciano saltare in aria, un’altra è invece il fatto che sia lo stesso apparato di organi di cui fai parte e che chiami “Stato” a privarti della parola, ad incatenarti per questa. Ed è proprio questo il punto: siamo ancora perfettamente d’accordo che si possa e debba pagare per un reato, ma troviamo impensabile ed anzi ripudiamo l’idea che si debba pagare per una libertà. Una libertà naturale, che dovrebbe prescindere da qualsiasi ordinamento giuridico, e chi scrive si rifiuta nettamente di accettare la giustificazione della “legge nazionale”, quella che si basa sul “da loro fanno così”. No, accettando questi precetti dovremmo anche tollerare la condanna a morte come derivata da “leggi nazionali”, da usi e tradizioni, e per chi ha letto Beccaria ancora prima di Harry Potter un’impostazione del genere diventa semplicemente inaccettabile.

In quei giorni passati tra i manuali di Diritto Penale e le puntate di “Un giorno in pretura”, quello che ho sempre immaginato è la faccia dei condannati. Lombroso avrà avuto un po’ di ragione no? Ed anche quando sentiamo quella parola (oggi un pò più rara) nei Tg, “mostro”, subito pensiamo ad una faccia truce, cattiva. È quella l’immediata conseguenza della pena: chi va in carcere è cattivo e se per Pacciani sarà stato sicuramente vero, se per il pirata della strada l’appellativo già calza così e così, lasciatemi apertamente dire che la faccia di Atena Farghadani è tutto fuorché cattiva. Atena è bella, è la ragazza che probabilmente inviterei ad uscire, solo il velo leggero sui capelli corvini tradisce una certa orientalità che francamente le dona. Atena è giovane, ha 28 anni e dovrà passarne DODICI della sua vita in un carcere, per una vignetta satirica da lei disegnata. Atena non sarà mai più giovane e non sarà mai più libera, forse a quarant’anni quando uscirà sarà ancora bella. Ma le resterà solo la vecchiaia.

Atena Farghadani è una scrittrice e attivista, ma non ha posizionato un ordigno in una piazza, non ha afferrato un coltello e macellato una persona, non ha imbracciato un fucile facendo irruzione in un supermercato, Atena ha preso la matita e ha fatto un disegno, come fa Vauro in ogni puntata di Annozero. Nel disegno compaiono i membri del parlamento Iraniano con la faccia di mucche e scimmie. Chi scrive la trova ben disegnata ed anche abbastanza ironica. Quella vignetta vale dodici anni di carcere, in Italia l’ipotesi più grave di omicidio colposo arriva a dieci.

Atena è in carcere da Gennaio, e con il coraggio di una giovane leonessa ha tentato ancora di dipingere, subendo perquisizioni corporali degradanti e pesanti maltrattamenti fisici. No, il carcere in Iran non è per niente una passeggiata di salute.

Tutte le volte che ho scritto ho sempre pensato fosse estremamente bello il poter dire tutto quello che volevo, la sensazione di una mente che non incontra “no questo non posso dirlo” o “no questo meglio di no” è completamente appagante, credo sia uno dei rari momenti dove percepisco in modo pieno la libertà. C’è chi si sente libero con il vento tra i capelli, chi a nuotare in un vasto mare, io mi sento libero solo davanti questo schermo mentre pigio forte i tasti per la rabbia di quello che sento. Una vecchia canzone diceva proprio così “mescolavamo parole di rabbia e pensieri d’amore”.

Sono queste le sensazioni percepite proprio oggi pensando ad una mia (quasi) coetanea iraniana, ma lei non ha un foglio bianco davanti, solo pareti grigie, Atena è finita lì facendo, sostanzialmente, poco di più di quello che sto facendo io oggi, lei è finita lì per una sua libertà, per qualcosa che avrà sentito immensamente naturale, qualcosa che l’avrà fatta sentire immensamente libera.

Non ci sarà grazia, non ci sarà libertà per Atena, uscirà tra dodici anni da quella cella, e se uscirà prima, non vorrà dire che ci sarà uscita viva. Non c’è alcun modo per cambiare il suo triste destino, non cambieranno idea. Forse un giorno se sopravviverà a tutto questo riuscirà a raccontarlo, forse sarà troppo stanca, io non lo so.
So soltanto che non ci sarà alcun colpo di scena, per Atena non esiste uno “svuotacarceri” che tenga. È stata condannata per aver “offeso i membri del parlamento attraverso i suoi dipinti” e “insultato la guida suprema dell’Iran”, è stata condannata per lesa maestà, cogliete l’assurdità?

Non c’è porta secondaria per Atena, dovrà resistere.

E se non avrà le parole di rabbia, se non potrà averle, speriamo le basteranno i pensieri d’amore.

Speriamo basteranno semplicemente quelli.

Ad Atena.

imrs.php

Vignetta di Atena Farghadani