A cura di Damiano Sanna
In queste ore molti cittadini europei si domandano cosa debbano aspettarsi dall’esito del referendum greco. Vogliamo fare tesoro dell’esperienza di illustri commentatori, economisti, politici e imprenditori che da anni si esercitano nel fare previsioni sul futuro della Grecia senza mai indovinare. Non indicheremo quindi scenari ipotetici come certi e non faremo l’errore di piegare la realtà a quelli che sono i nostri auspici. Partiamo da quello che sappiamo per certo. Il NO ha vinto con più del 60%, un margine che nessuno si aspettava. Tra i più giovani (18-35 anni) il NO è quasi stato unanime, più sfumato il giudizio tra i più anziani. Il governo greco si è impegnato fortemente nella campagna per respingere il quesito referendario che, dobbiamo ricordarlo, riguardava l’accettazione o meno della proposta di accordo dei creditori, accettazione necessaria alla Grecia per far fronte al pagamento dei prestiti precedenti e a garantire le (scarne) pensioni. Occorre tuttavia fare un passo indietro e domandarci perché si è arrivati al referendum. L’accordo sembrava raggiunto, a Bruxelles il Presidente della Commissione Juncker sembrava essere riuscito a conciliare le posizioni dei creditori e del governo greco. Ma quando i sorrisi e le pacche sulla spalla la facevano ormai da padrone a Palazzo Berlaymont (la sede della Commissione Europea), il Fondo Monetario ha gelato le speranze di scrivere la parola fine sulla vicenda, giudicando irricevibili i contenuti dell’accordo. Tsipras era ben consapevole di non avere una maggioranza in Parlamento disposta a votare un accordo peggiorativo rispetto all’ultima proposta (bocciata dal FMI). Il referendum in un modo o nell’altro avrebbe portato la vicenda ad una fase successiva. Una vittoria del Sì avrebbe vincolato il governo greco ad accettare le proposte dei creditori, quella del No avrebbe lasciato (come effettivamente sta succedendo) gli altri 18 membri dell’eurozona con il cerino in mano e con la consapevolezza che la controparte greca non potrà che essere l’attuale governo il quale gode del sostegno dell’opinione pubblica e della maggioranza del Parlamento. Questa ultima ipotesi è quella che si è concretizzata. A questo punto vale la pena di domandarci perché il popolo greco ha votato tanto massicciamente contro la proposta dei creditori. Nel rispondere abbandoniamo il campo delle certezze per entrare in quello delle opinioni di chi scrive, abbandoniamo il campo del presente per immaginare cosa potrà accadere e cosa dovrebbe accadere nel prossimo futuro. I greci hanno votato No in primo luogo perché non ha prevalso la convinzione che un voto negativo avrebbe comportato la rinuncia all’euro a cui la Grecia rimane affezionata e senza il quale un’economia così dipendente dalle importazioni non potrebbe sopravvivere. I greci hanno votato No perché, soprattutto negli ultimi giorni di campagna elettorale, si è fatta largo la convinzione che, quale che fosse stato il risultato elettorale, la conseguenza sarebbe stata una riapertura dei  negoziati a Bruxelles. In una situazione del genere il paese ha ritenuto di aver sofferto in 6 anni di profondissima recessione, di disperazione e di umiliazioni tanto da non poter peggiorare la propria condizione e che quindi valesse la pena rischiare. Vale la pena tornare a un elemento citato in precedenza, il massiccio voto contrario dei giovani. Mi sorprende da un po’ di tempo come non si consideri nel dibattito quanto la crisi economica abbia inciso e inciderà sulla nostra generazione. Una persona che oggi ha 18 anni ha vissuto quasi metà della propria vita e la totalità della fase di coscienza del fatto che i soldi non crescono sugli alberi, durante la crisi economica degli ultimi 7 anni. Questo segmento di elettorato ha visto nel No l’ultima possibilità di reagire, di non arrendersi alla povertà in patria o all’emigrazione all’estero. Non mi sorprenderei se un giorno i sociologi rilevassero come questa crisi abbia avuto un impatto sulla nostra generazione pari a quello che negli USA ha avuto la Grande Recessione, la WWII e la guerra del Vietnam. Questo vale per la Grecia ma anche per tutto il sud Europa, Italia compresa e in buona parte per la Francia. Abbandoniamo ora il futuro per tornare al tasto dolente, il presente. La Grecia è in mora per il mancato pagamento di 1,6 miliardi di euro al FMI, i tempi per l’accordo sono stretti e la ripartenza di cui abbiamo bisogno in salita. Nessuno sa come andrà a finire ma mi sento di dire che due sono le strade che portano alla non sostenibilità dell’economia greca. Quella fatta delle ricette fino ad adesso applicate e quella che non prevede profonde riforme. Nessun paese occidentale può andare avanti con una corruzione e l’evasione fiscale che caratterizzano la Grecia. Nessun paese può andare avanti se assicura protezione fiscale ingiustificata a una delle principali attività economiche del paese, gli armatori in questo caso. È ingiustificato il fatto che l’età pensionabile non sia ancora stata adeguata a quella degli Stati a cui la Grecia chiede nuovi aiuti così come lo è stata la politica di sperpero nella pubblica amministrazione per molti anni. Ma questo non può impedirci di veder che la politica dell’austerità che in Grecia ha trovato un’applicazione brutale e insensata è stata causa di disastri umanitari indegni dell’Europa. I calcoli degli economisti del FMI si sono rivelati completamente sbagliati, la politica imposta ha portato la Grecia a dover fare debiti per pagare gli interessi sui debiti, vogliamo davvero credere che queste situazione sia dovuta al fatto che i pensionati greci percepiscono la faraonica circa di 350 euro al mese? Lo stesso FMI adesso ammette che è necessario tagliare il debito greco per il semplice fatto che non potrà mai essere sostenibile, dobbiamo auspicare che le folli dichiarazioni di esponenti del governo tedesco non rappresentino l’anticipazione all’opposizione a una ragionevole soluzione che consenta la ripartenza della Grecia e dell’Europa. Perché l’Europa ha un disperato bisogno di ripartire. Da questa semplice considerazione vorrei avviare il ragionamento a cui tengo di più. Come creare un’Europa unita e forte. Mi si consenta di partire da un’altra considerazione scontata. Quando qualcuno decide di assumere una leadership deve anche assumersi le responsabilità dei risultati. Angela Merkel ha guidato l’Europa negli ultimi 7 anni ed è tempo di fare un bilancio. L’Europa è l’unica area del mondo in cui non si vede la ripresa e gli unici spiragli sono dati dalle piccole iniezioni di buon senso che Mario Draghi riesce a far passare. Il metodo intergovernativo, fallimentare e antidemocratico, ha affidato le decisioni al segreto del Consiglio Europeo dove alla fine la linea a prevalere è sempre quella tedesca di stampo CDU. Il ruolo della Commissione è stato distrutto anche per grave responsabilità di Barroso. Juncker tenta di riguadagnare posizioni per la Commissione appoggiandosi alla maggioranza che lo sostiene in Parlamento cercando di dare legittimità alle sue proposte grazie al rapporto fiduciario con l’unico organo eletto direttamente dai cittadini europei. Cittadini europei che hanno però a milioni perso fiducia nella democrazia e nelle istituzioni o che si sono fatti convincere dal populismo. Sono stati 7 anni in cui il mondo è andato avanti e l’Europa è rimasta ferma. Il gap tecnologico con il resto del mondo sta diventando un problema non rinviabile ma di cui Angela Merkel non si interessa. In politica estera paghiamo l’insignificanza di Stati nazionali che sono pesi piuma nel nuovo mondo. L’Isis viene lasciato indisturbato perché agli occhi dei bavaresi viene vista come una questione mediterranea. La Russia, con cui la Merkel ha deciso che doveva trattare il nano tedesco e non il gigante europeo, può violare gli accordi di Minsk indisturbata. Tutti questi errori ci dimostrano che l’Europa non può essere governata da un solo Stato. Non è giusto e non funziona.
Nel secolo passato gli europei liberi hanno combattuto due guerre mondiali per impedire che un solo stato governasse l’Europa, nei 40 anni successivi gli stessi uomini e donne libere sono stati chiamati a combattere una guerra fredda perché la loro libertà non era ancora al sicuro. Gli europei si sono guadagnati il diritto di vivere liberi, di autodeterminarsi con il voto e di costruire la loro esistenza un una Europa unita e armoniosa. Negli ultimi sette anni tutte queste conquiste sono state indebolite dalla testardaggine e dagli errori di Angela Merkel che è riuscita a buttare via i soldi di tutti gli europei in piani di salvataggio costruiti male perché condizionati dall’ideologia e al tempo stesso a portare interi Stati alla disperazione. Il PPE da anni ormai ha umiliato e stravolto le proprie origini. C’è stato un tempo in cui grandi partiti di ispirazione cristiana, primi tra tutti la DC e la CDU hanno dato vita al più grande progetto politico dei nostri tempi, l’Unione Europea. Oggi sotto alla sigla PPE troviamo il dittatore Orbàn, ex fascisti spagnoli e italiani e la CDU che non prova imbarazzo nel portare alla disperazione decine di milioni di persone. I socialisti non hanno più ragione di esistere. Nella storia dell’Unione il solo socialista la cui stella meritatamente brillerà per sempre è stato Delors che con estremo coraggio affermò il ruolo della Commissione sfidando la visione intergovernativa. I progressisti odierni rischiano di assumersi una responsabilità storica simile a quella derivante dall’essere stati incapaci di opporsi alla follia nazionalista alla vigilia della WWI. La figura di Hollande è talmente incapace di essere all’altezza del momento storico che non spenderò tempo a tracciarne un giudizio più ampio. Oggi il PSE non riesce a presentare una sua idea di Europa nonostante la società europea abbia un disperato bisogno dei valori del progressismo. Dietro a questa sigla da 10 anni si nasconde nulla più dello strumento necessario per assicurare a Martin Shultz il posto di capogruppo, presidente del Parlamento Ue, di candidato alla presidenza della Commissione e nuovamente di presidente del Parlamento. È giunto il momento di creare un Partito Democratico d’Europa  fatto di progressi e liberali che si assuma la responsabilità di portare l’Unione fuori dalle secche. Una volta John Kennedy ebbe a dire che la sua sarebbe potuta essere l’ultima generazione di americani o la più fortunata. Io oggi sento che siamo davanti alla stessa situazione, è tempo di una nuova visione, di una nuova leadership e di una nuova generazione di europei. La nostra può essere la generazione che vede chiudersi per sempre il sogno europeo o la prima a vivere in concordia e benessere nella forza dell’Europa unita.