A cura di Umberto Romano –

Bruciare. Forse siamo un popolo al quale piacciono le cose che bruciano, una nazione di piromani, abbiamo questa attrazione perversa per il fuoco. Abbiamo bruciato persone e case, mai chiese, ovviamente. Oggi bruciamo suppellettili, come becchini di un secolo andato bruciamo mobili ed elettrodomestici. Comprendo che il fuoco abbia una forza purificatrice: durante il ventennio si bruciavano i libri, poi da sconfitti abbiamo bruciato le armi. Oggi invece bruciamo i migranti, o almeno, bruciamo le loro cose; a mio avviso lo facciamo per farli sentire a loro agio. Nei paesi di provenienza tagliano i piedi con il macete, offrono colla da sniffare invece di cibo, forse stiamo cercando di adeguarci allo standard?
C’è da preoccuparsi, perchè da entrare in una casa, tirare via i mobili in piazza dandogli fuoco e prendere una persona, magari una bambina, facendo di lei una novella Giovanna d’Arco, il passo è parecchio breve. È già successo che la frustrazione di una vita mediocre, aiutata dalle parole di alcuni politici incommentabili, attizzino il popolino che aspetta solo il pretesto per prendersela con il più debole; in origine era “quello del sud”, ma quello dall’Italia non potevi mica cacciarlo, quindi hanno deciso di scegliere un’altra vittima sacrificale: il migrante.
Sarà di sicuro colpa sua se la vostra vita fa schifo e se vostra moglie vi tradisce (con un “nero”, per giunta), sarà di sicuro sua la colpa se la vostra azienda ha fallito. È penoso che non vi rendiate conto di come sia solo il ricettacolo della vostra rabbia, qualcuno con cui prendersela, il capro espiatorio.
“Sono i migranti”, “Questo quartiere non deve diventare un campo profughi”, così hanno tuonato forte gli abitanti di Quinto, in provincia di Treviso, sostenuti da un vergognoso Luca Zaia; ben venga il dissenso, incondivisibile, xenofobo, ma finchè urlano come galline è un problema solo loro, mentre è di sicuro riprovevole entrare nell’esistenza di un’altra persona con una tale violenza, con il fuoco; ragazzi e chi porta i forconi? È un pogrom.
È molto grave, è gravissimo che queste persone addirittura picchettino sotto le abitazioni di questi “poveri cristi”, impediscano che gli venga consegnato il cibo. È un assedio, stanno affamando della gente che si è giocata la vita a “carta, sasso, forbici” nel Mediterraneo per fuggire a guerra e carestia e noi pensiamo bene di impedire la consegna del cibo, di bruciare i loro mobili, di puntare sul terrore, ancora una volta.
In tutto questo, chi ha preso la palla al balzo è il caro Salvini, che si recherà a Quinto per dare “supporto alla popolazione”; ma quale supporto? Porta i fiammiferi?
Queste persone vanno accolte, dovete portare le torte fatte in casa, quali dolci ci sono a Trieste? Li mangiano i dolci su al nord? Boh, comunque queste persone vanno trattate con rispetto. Va bene che la vostra donna vi mette le corna, o vostro marito sia alcolizzato e si è giocato tutta la pensione al videopoker, ma loro hanno affrontato più guai di voi, hanno visto i mitra dalla finestra, non Magalli in televisione, hanno sofferto più di quanto, probabilmente, voi soffrirete in tutta la vostra vita; hanno conosciuto la guerra, non quella dei social, non quella tra “Striscia la notizia” e “Affari tuoi”, quella vera, quella dove si spara e la gente muore.
A Quinto le persone del quartiere e i militanti di “Forza nuova” non voglio convivere con i nuovi inquilini. Io una soluzione nel mio piccolo l’ho escogitata: mandiamoli in Africa, in Somalia, in Etiopia, se non vogliono convivere con i migranti facciamo questo “International Exchange”. Mandiamo queste persone in esilio o in alternativa condanniamo, sono in totale disaccordo con le sentenze esemplari, le trovo addirittura incostituzionali, ma è quello che hanno fatto per la Val di Susa, e allora si usino anche in questo caso.
Oltre l’ironia, quello accaduto in Veneto e quello che sta accadendo a Roma, dove un gruppo di “Casapound” ha occupato la strada per non permettere il trasferimento di alcuni richiedenti asilo, è più che grave. Non è soltanto intolleranza. È violenza, e la violenza se non repressa tende a diventare incontrollata. Vogliamo davvero un uomo bruciato in piazza? È questo che vogliamo? Mettere al centro della nostra bandiera la pira funeraria? Lasciamole a Didone, lasciamo sia lei, nel mito, l’unica persona del continente Africano a bruciare, non diventiamo come l’Isis e ricordiamoci le nostre radici: siamo un popolo di migranti, abbiamo sempre cercato le grandi fortune altrove, ricordiamoci di quel passato e mettiamoci nei panni di queste persone: un secolo fa eravamo perfettamente uguali a loro, concentriamoci su chi eravamo e su chi siamo. Una vecchia canzone diceva “Figli di Annibale”; siamo davvero figli di Annibale, probabilmente abbiamo le stesse discendenze ancestrali di queste persone. Abbracciare, non bruciare. Non voglio essere semplicistico e so che probabilmente non andrete d’accordo con le assonanze, però è quello che farei io. Queste persone hanno visto l’inferno, hanno lasciato le famiglie, hanno lasciato la propria casa; È meschino, ma soprattutto è stupido contribuire a questo massacro, non sono la causa dei vostri problemi. Solo fumo negli occhi, come quello dei vostri falò.