a cura di Paolo Fontana

Siamo a colloquio con il Senatore Riccardo Nencini, Vice Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, già deputato nazionale ed europeo, attuale Segretario Nazionale del Partito Socialista Italiano.

Vice Ministro Nencini, la nostra intervista verterà principalmente sul recepimento delle direttive 23/24/25 UE, in tema di contrattualistica pubblica. Il termine massimo per il recepimento scadrà il 18 Aprile 2016 e l’Italia sembra essere in ritardo, mentre altri Paesi, come la Gran Bretagna, hanno già provveduto. Al momento il Governo quale tempistica prevede per il recepimento?

Porteremo a termine il recepimento entro l’inizio del 2016, in modo da evitare il rischio che vengano aperte procedure di infrazione nei confronti dell’Italia.

Qual è lo stato di avanzamento della legge di delega e del decreto delegato?

La legge di delega è stata approvata al Senato con pochissimi voti contrari. Al momento si trova alla Camera, dove probabilmente verrà apportata qualche modifica, ma di scarso rilievo. Per rispettare la tempistica di cui parlavo sopra l’obiettivo è di approvarla in via definitiva entro il mese di Ottobre. Per quanto riguarda poi il testo del decreto delegato, è stato aperto un tavolo di confronto finalizzato a raccogliere i contributi degli esperti del settore, in modo da poter declinare i contenuti della legge di delega nel miglior modo possibile.

Dal recepimento scaturirà una disciplina codicistica modificata profondamente? Le direttive hanno una rilevante portata innovativa. Come intendete procedere?

Sì, il nuovo Codice dei Contratti Pubblici che risulterà dal decreto delegato avrà un testo profondamente diverso rispetto a quello attuale. Tutte le disposizioni del testo previgente verranno abrogate, con effetto dalla data di entrata in vigore del nuovo Codice, che si chiamerà “Codice degli appalti pubblici e dei contratti di concessione”. Vogliamo sviluppare a fondo i contenuti innovativi delle direttive. Ad esempio, riteniamo di dover perseguire con determinazione la strada tracciata dal legislatore comunitario in direzione di una sempre maggiore riduzione e specializzazione delle stazioni appaltanti. Attualmente sono un numero indefinito, che nessuno conosce con precisione. Alcune stime parlano di circa 33000 stazioni appaltanti. Ebbene, la nostra intenzione è di ridurle a non più di 300. Vogliamo poi arrivare ad un superamento delle leggi-obiettivo, e si registreranno importanti novità in materia di esclusione delle offerte anomale. Il criterio di aggiudicazione dell’offerta economicamente più vantaggiosa sarà quello previsto in via preferenziale, mentre saranno espressamente regolati i casi in cui si potrà fare ricorso al criterio del prezzo più basso. Vogliamo semplificare il sistema e andremo a ridurre gli oneri documentali in capo ai partecipanti alle gare. Cercheremo inoltre di contenere le varianti progettuali in corso d’opera e implementeremo le attribuzioni dell’Autorità Nazionale Anti-Corruzione. Porteremo a termine una revisione del vigente sistema di qualificazione degli operatori economici. Sia negli appalti che nelle concessioni siamo decisi a valorizzare la fase progettuale, che dovrà essere assolutamente centrale. Vogliamo garantire adeguati livelli di pubblicità e trasparenza anche nelle procedure per l’aggiudicazione di contratti sotto la soglia di rilevanza comunitaria. Dal punto di vista metodologico invece la novità più rilevante sarà data dall’approvazione contestuale di Codice e Regolamento.

Il tema dell’ in house è tra i più controversi. Prima di queste direttive la giurisprudenza era pressochè concorde nel negare l’ammissibilità di una partecipazione privata nel capitale dei soggetti in house. Le nuove direttive invece ammettono espressamente la liceità di questa partecipazione, purchè non in una misura tale dal comportare un’influenza determinante. Tuttavia, con la sentenza n.2660/2015, la VI Sezione del Consiglio di Stato ha ribadito che fino a che le direttive non saranno recepite non c’è ragione per mutare orientamento. Qual è la posizione del Governo in merito e come intendete procedere?

L’ in house non è stato fatto rientrare tra i temi oggetto di delega. L’ammissibilità della partecipazione di capitali privati è sicuramente uno dei problemi più complessi e problematici da affrontare e il confronto è ancora aperto. Stiamo lavorando per arrivare ad una sintesi tra i diversi orientamenti presenti sul tema. Ciò che invece sicuramente faremo sarà escludere l’affidamento in house nel caso di concessioni relative a soggetti che non abbiano partecipato a gare europee.

L’approccio comunitario alla contrattualistica pubblica è sempre stato molto diverso da quello nazionale. La legislazione antimafia infatti non trova spazio nell’ordinamento comunitario, che si basa sul presupposto della fiducia nelle stazioni appaltanti fino a prova contraria. Nel nostro ordinamento invece si sono spesso sacrificate le esigenze del mercato per far fronte a livelli di corruzione perennemente oltre la soglia emergenziale. Qual è la Sua posizione nel dibattito che oppone i sostenitori dell’approccio di cui è figlia la Legge Merloni –che ritengono utile limitare la discrezionalità tecnica delle stazioni appaltanti- a coloro che propugnano un approccio maggiormente liberale, sostenendo che ogni limitazione della discrezionalità tecnica finisce invece per creare dei colli di bottiglia e quindi per generare nuove sacche di corruzione?

Io credo che in realtà questo sia un falso problema. E’ vero, il modus operandi del legislatore italiano nei confronti della lotta alla corruzione storicamente non trova riscontri negli indirizzi comunitari. Questo è dovuto alla diversità delle contingenze fattuali. In Italia abbiamo una bulimia legislativa in materia, abbiamo sempre prodotto norme su norme. Tuttavia la via maestra per combattere i fenomeni corruttivi è quella di educare i cittadini al rispetto del bene pubblico. La strada da percorrere è quella dell’educazione civica, più che della contrattualistica pubblica. Plutarco attribuisce a Filippo di Macedonia una frase con cui il sovrano si vantava di poter inviare un asino carico d’oro presso ogni fortezza che voleva conquistare. Tutto stava nel vedere se poi l’asino sarebbe stato fatto entrare…

Nell’agenda delle priorità del Governo, quale posto occupa il recepimento di queste direttive? Non crede che potrebbero dare nuova linfa alla ripresa economica?

Esattamente. Proprio per questo la questione è da noi considerata tra le cinque priorità più stringenti dell’agenda di governo.

Esuliamo ora dal tema principale della nostra intervista per fare un rapido salto nella stretta attualità politica. Uno dei temi più controversi del momento è quello relativo al pagamento dell’ICI da parte delle scuole paritarie. Qual è la Sua posizione in materia?

La posizione socialista è chiara. E’ vero che spesso le scuole paritarie colmano disservizi dovuti alla carenza di strutture statali, e noi vogliamo tutelare la libertà di insegnamento. Tuttavia non vediamo la ragione per cui dovrebbero sussistere dei privilegi circa il pagamento delle tasse.

Secondo coloro che criticano la sentenza della Cassazione recentemente intervenuta in materia, la ragione è che in questo modo si rischia la chiusura di molte strutture paritarie, con conseguenze negative non solo quanto ai servizi offerti ai cittadini, ma paradossalmente anche dal punto di vista erariale. Viene fatto notare come lo Stato debba affrontare per un singolo studente che frequenta una scuola pubblica una spesa enormemente maggiore di quella affrontata per un singolo studente che frequenta una paritaria.

E’ una posizione ideologica e pretestuosa. Alle scuole paritarie, in primis, vengono già pagate le rette, fino a 3000 euro annui a studente. Per non parlare del fatto che anche da parte dello Stato le paritarie hanno goduto nel tempo di molti finanziamenti, di varia natura ed in misura cospicua: fondi per singoli progetti, sgravi fiscali e anche finanziamenti a fondo perduto. Non sempre invece si è mostrata così tanta attenzione per la scuola pubblica. La libertà di insegnamento va salvaguardata, così come va riconosciuto il servizio svolto dalle scuole paritarie. Ma le tasse devono essere pagate da tutti.

Quindi anche i sindacati e i partiti dovrebbero pagare l’ICI per le rispettive sedi? E’ una cosa ben diversa. Negli edifici adibiti ad istituti scolastici paritari viene svolta un’attività commerciale a tutti gli effetti. Non si possono paragonare le due fattispecie.