A cura di Stefano de Baggis 

Pochi mesi fa nessuno avrebbe scommesso sulla Cina come causa ed epicentro trainante di un crack finanziario globale che, giorno dopo giorno ha fatto rivivere le stesse sensazioni e timori della crisi datata 2008. Per comprendere come ciò sia stato possibile, in un’ economia rigogliosa come quella cinese, bisogna scovare il punto di cesura, il momento in cui la Cina, da potenza economica emergente ed altamente credibile, che registrava incrementi del Pil inimmaginabili, si è trasformata nel fratello orientale che desta considerevoli timori. Tutto è incominciato, come nel 2008, con lo scoppio di una bolla speculativa. Tuttavia, rispetto alla crisi del 2008, questa presenta significativi tratti di specificità. Si consideri che -se la maggior parte degli Stati è attanagliata da un alto livello di debito pubblico, in Cina si registra un eccesso di debito privato; basti pensare che i finanziamenti alle imprese cinesi negli ultimi anni ammontano al 155% del Pil nazionale. La Cina ha cercato di assecondare questo trend, canalizzando il reperimento di liquidità nella Borsa, accantonando le banche. L’ andamento delle azioni è stato per lungo tempo positivo e confacente al meccanismo sopra riportato, ma non rispecchiava i dati macroeconomici reali, sintomatici di una situazione economica in difficoltà. Questa falla si è creata principalmente perché le statistiche cinesi non brillano per attendibilità e hanno generato un clima di grandi aspettative, successivamente andato a scontrarsi con la cruda verità. Proprio la presunzione dell’ infallibilità della macchina cinese ha rappresentato il punto di rottura, e gli investitori hanno continuato ad indebitarsi puntando sui rendimenti vantaggiosi del mercato azionario senza considerare l’ipotesi di una flessione dell’economia. L’ incipit della parabola discendente risale allo scorso Giugno quando i listini hanno preso a crollare, generando un blocco repentino dei prestiti. La situazione è quindi precipitata, la bolla è scoppiata e le maggiori aziende cinesi hanno rallentato il loro cammino positivo, trasformando il chinese dream in un incubo. Gli investitori, preoccupati per i segnali del mercato, hanno iniziato a vendere tutti gli asset liquidabili, generando un’ eccessivo grado di volatilità dei mercati ed un ulteriore aggravio di una situazione già estremamente critica. Il calo dell’ indice Pmi (Purchasing managers index) fino a 50 punti (soglia minima al di sotto della quale l’ economica è ritenuta essere in contrazione) non è l’ unica statistica preoccupante; anche gli scambi commerciali, seguiti dai prezzi alla produzione, hanno registrato una frenata. Le autorità cinesi hanno cercato di invertire tale andamento negativo -che rischia di intaccare la loro credibilità internazionale- restando nello spettro del dirigismo centralistico, con strumenti improvvidi e inconcludenti, tra cui: i tagli dei tassi d’ interesse sui depositi e sui prestiti; il blocco delle Ipo (Initial public offers); il divieto per gli azionisti delle società quotate di cedere le proprie quote; i tagli delle riserve obbligatorie delle grandi banche, la storica svalutazione della moneta nazionale, lo yuan. Proprio la svalutazione dello yuan apre scenari decisamente interessanti. Se da un lato tale contromisura è stata ideata per rilanciare la situazione economica, dall’ altro è volta a rimodulare il modus operandi cinese nel campo della politica monetaria, avvicinandolo a parametri propri delle banche centrali occidentali. Ricordiamo che dal 2005 l’ FMI ha instaurato un negoziato con le autorità cinesi per rimodulare il proprio modo di operare in ambito di exchange rate policy, permettendo l’ entrata dello yuan nell’ elitè delle monete di riserva del Fondo. Tuttavia, la Pboc governa unilateralmente le fluttuazioni della moneta stabilendo il tasso di cambio dello yuan rispetto al dollaro, non lasciando, pertanto, che le variazioni percentuali tra le valute siano ancorate all’ andamento dei mercati e facendo quindi in modo che lo yuan non fosse liberamente convertibile. Tale peculiarità ha impedito, fino a questo momento, che lo yuan fosse inserito tra le monete rappresentanti gli SDR (Diritti speciali di prelievo), strumento introdotto per creare un tipo di valuta che permettesse di acquistare, presso le banche centrali dei paesi membri, le c.d. free usable currencies (valute liberamente utilizzabili), per far fronte a periodi di crisi senza intaccare le proprie riserve, evitando un’ estrema volatilità dei tassi di cambio e misure restrittive unilaterali. La mossa delle autorità cinesi potrebbe cambiare le carte in tavola, ma lo staff dell’ FMI ha affermato, pochi giorni dopo l’ annuncio della Pboc, che rivedrà le scelte in merito al paniere di valute degli SDR non prima di settembre 2016, rendendo il tentativo cinese di liberalizzazione momentaneamente inutile. Ora, la svalutazione ha molteplici conseguenze sul mercato dei beni. Uno moneta più debole comporta costi maggiori per le importazioni ed un’ automatica attenuazione di queste ultime. Se si trattasse di un altro Stato tale fenomeno rappresenterebbe una componente assecondabile, alla quale sarebbe facile far fronte, ma la Cina rappresenta una delle maggiori importatrici di materie prime ed una svalutazione di pochi punti percentuali ha conseguenze sensibili sul mondo delle commodities, beni fungibili che non presentano alcuna differenza qualitativa sul mercato. Dal quadro generale risulta evidente che il Governo cinese, impreparato a fronteggiare una crisi finanziaria, paga le tante lacune nella capacità di scelta di strategie economiche in grado di rassicurare i mercati. Gli esperti hanno incominciato a scommettere contro la ripresa e contro la continuità della crescita economica, veloce ed imperterrita da decenni. Le agenzie di rating ed i giornali dimenticano tuttavia qualche particolare: la Cina ha stabili fondamenta istituzionali, base necessaria per l’ espansione economica, ed una forte volontà di consolidare la sua quasi-leadership economica mondiale. Se è vero che in pochi giorni oltre la metà del valore dei listini è evaporato, si ricordi che il Paese del Dragone può contare su una quantità di riserve monetarie per far fronte anche a più crisi contemporaneamente. Affermare che in pochi mesi la Cina abbia mandato in fumo anni di lavoro è da sconsiderati; affermare che non continuerà a crescere ed a sorprendere il mondo, invece, è semplicemente impossibile.