A cura di Simonetta Trozzi –

Non ero sicura di voler scrivere questo articolo. L’argomento è esplosivo e facile a prestarsi a fraintendimenti, diverse opinioni e punti di vista. Ma un fondamento oggettivo e storico da argomentare c’è eccome. A prescindere da ogni credo politico.
Dunque, iniziamo dalla sua peculiare genesi. Questo appunto nasce dalla commistione di alcuni elementi: la visita alla casa pescarese di Gabriele d’Annunzio in un pomeriggio d’estate, un libro di lettura tra le mani, un intervento estivo del Presidente del Consiglio Matteo Renzi a L’Aquila. Tutto qui! Ci si starà chiedendo: qual è la connessione? Ebbene, tra i meandri della mia mente improvvisamente si è materializzato un nesso: la Bellezza e la Vita professata da d’Annunzio nella sua breve esperienza parlamentare; il richiamo di Renzi alle parole di Gilbert Keith Chesterton quale fine, tra gli altri, della sua azione politica; Gustavo Zagrebelsky, Gianrico Carofiglio sulla manipolazione e disoccultamento della parole della democrazia.

“Il mondo non finirà mai per mancanza di meraviglie, ma di meraviglia.” disse lo scrittore inglese. Ergo, mutatis mutandis, l’Italia perirà solo quando i politici e i cittadini cesseranno di apprezzare le sue ricchezze. Questo il monito di Renzi: valorizzare l’Italia quale ornamento del mondo.

Parole fatte proprie dal Presidente del Consiglio in più occasioni e ricorrenti – sebbene in termini diversi – anche nella comunicazione politica ante litteram di d’Annunzio deputato quando, quale candidato della Bellezza come egli si professava (“…mi rappresentano come candidato di destra ma … Io sono al di là della destra e della sinistra. Io farò parte di me stesso. … Sono un uomo della Vita e non delle forme”), vinse le elezioni politiche del 1897 schierandosi tra i banchi di Montecitorio della destra qualificandosi – prima facie – come antidemocratico conservatore di sinistra, fautore delle libertà. Antidemocratico ma non antiliberale, dunque. Esplicito in tal senso il discorso della siepe in cui, appunto, si definì il fautore della Bellezza, intendendovi non solo quella del Paese ma anche quella che per lo stesso consisteva in verità e bene concreto per il popolo. Potrebbe dirsi però che le preferenze politiche di d’Annunzio più di quanto esposto non erano delineate; e diversamente non ci si poteva aspettare da un personaggio così poco ordinario e dagli ideali così alquanto diversi dalle esigenze concrete del popolo. Eloquenti, oltre al famoso discorso della siepe per la sua candidatura, sono il “Vado verso la vita!” che delineò l’imprevedibile suo passaggio alla Sinistra per affermare la sua posizione sulle libertà e, infine, la Carta del Carnaro: una Costituzione precorritrice dei tempi perché recante alcuni diritti sociali e di c.d. terza generazione. Proprio per questa attenzione alle libertà, svincolate da qualsiasi credo politico, d’Annunzio merita di essere letto e riscoperto quale elemento primordiale della nostra democrazia; l’Italia viveva un momento storico per certi aspetti analogo a quello odierno e proprio quell’essere “al di là della destra e della sinistra”, l’appartenere alle proprie idee e non a quelle dello schieramento risultano tutt’oggi il messaggio più forte di rappresentanza che un politico può dare agli elettori. Tutto chiaro fin qui se non fosse per una condizione imprescindibile: cercare il consenso purchè poi si onori l’impegno politico assunto nella sua concretezza. Come si dice: tra il dire e il fare c’è di mezzo il coraggio, non il mare!
Dagli atti parlamentari risulta che il Poeta lasciò pochi segni negli stessi. Quel giuro di assunzione del mandato non fu proprio l’unica parola pronunciata: in due votazioni per appello nominale disse sì, ma mai un discorso, mai una parola! D’Annunzio fu spesso assente in aula contribuendo indirettamente a fomentare l’ostruzionismo parlamentare e quando era presente, le principali testate giornalistiche dell’epoca riportano che rideva divertito dal caos creatosi nell’aula. Nemmeno il “Vado verso la vita!” fu trascritto negli atti parlamentari perché l’allora Presidente della Camera decise di sospendere la seduta. Insomma, l’esperienza a Montecitorio del Vate fu – diciamocelo – un po’ magra!
Quindi, dato conto della pars costruens dell’attività politica di D’Annunzio, per correttezza va portata agli occhi di politici ed elettori anche la pars destruens.

Attenti dunque alla retorica, al celato superoismo dei contenuti (appunto, come pensare ad una esperienza politica “normale” per il Vate!) di quei discorsi alati rivolti al popolo! Non è tutto oro quel che luccica: raffinato legislatore e grande comunicatore, uomo della Vita e non delle forme, ma incapace di portare in concreto in Parlamento le esigenze e i bisogni del suo territorio, sia come deputato di destra che di sinistra.

E’ Carofiglio – ex magistrato e scrittore – insieme a Zagreblesky – illustre giusta – a sottolineare come il lessico del diritto in primis, ma anche quello della politica e civile in una certa misura hanno un valore prettamente performativo della realtà, producano cioè cambiamenti, trasformano la stessa e chi riceve il messaggio strutturato con quelle parole.
Ora, l’ipocognizione, cioè la mancanza di parole, quindi di idee e modelli di pensiero è indiscutibilmente un indice di assenza di democrazia: si pensi al romanzo 1984 di Orwell in cui il regime di Oceania altera non solo la verità della storia ma anche il linguaggio, coniando la Neolingua in cui il numero delle parole viene ridotto al minimo e ogni parola residua viene limitata a un unico possibile significato per rendere impossibile ogni altra forma di pensiero.
Eppure, nonostante l’ipocognizione sia dato di assenza di democrazia, la presenza di una pluralità di parole nel lessico di una Nazione non indica il contrario. L’impossessamento da parte di taluni schieramenti politici di parole chiave del lessico civile è sintomo della conversione del linguaggio all’ideologia dominante e alle sue aspirazioni di realizzazione o meno del bene comune. Tra queste parole che denotano valori fondanti la società (quali democrazia, sovranità popolare, destra-sinistra, giustizia, ribellione…) vi è bellezza; proprio quella che d’Annunzio fece propria molte volte in campagna elettorale, e che tanto suscitò consenso.
Ma torniamo ad interrogarci sul sottostante rapporto significato/significante di questa parola-valore. Per Carofiglio bellezza è un concetto inscindibile da alcuni valori morali (“il progetto estetico è quasi di per sé un progetto morale”), etici, di capacità di osservare criticamente il reale, di ribellarsi allo squallore. E’ capacità di scelta e di ricerca della verità, è il sintomo del farsi visibile e concreto del bene morale e non meramente un ornamento o categoria estetica in balia del gusto. Ma d’Annunzio, proclamandosi fautore soltanto della Bellezza, aveva provocato una distorsione ontologica, psicologica e politica illudendo gli elettori e probabilmente se stesso, che le loro esigenze concrete potessero da lui essere rappresentate e realizzate perseguendo astrattamente quell’ideale. Ma si sa, d’Annunzio fu portatore di idee alte e diverse da quelle esigenze e il popolo di allora, incapace di interrogarsi sul significato di quella parole, ne rimaneva affascinato e catturato.

Quindi, comprendere l’esperienza politica di d’Annunzio in chiave critica, serve ad eletti ed elettori per riscoprire il senso morale più profondo dell’attività politica. Riflettere sul peso ontologico del linguaggio è una priorità più che mai oggi, in cui assistiamo a dibattiti televisivi e pubblicazioni sul web così invasive e performative del nostro pensiero e dei nostri valori. Oggi come allora bisognerebbe tornare a riflettere sul significato della parole e sul risvolto ontologico della manipolazione del linguaggio civile per essere capaci di capire e incidere positivamente sulla realtà del nostro Paese.

Perché conciliare ratio e cuore, ethos e logos e quindi, essere consapevolmente parte della bellezza, oltre ad essere una responsabilità imperante per gli eletti lo è anche per gli elettori. Mandando a memoria, non ci sono scuse.