A cura di Veronica Sarno –

Un uomo in sella ad un trattore si immette su una strada statale. La via è deserta, non fosse per alcune mucche che pascolano beate, raramente disturbate da qualche sprovveduto automobilista. Sullo sfondo una campagna sconfinata, ordinatamente coltivata, punteggiata da un paio di fattorie e alcune pale eoliche. Sembra una zona rurale del Mezzogiorno, ma è lo scenario che mi si è presentato arrivando in Danimarca. Normalmente un paesaggio simile genera un senso di inquietudine e vuoto. A me, reduce da tre anni di frenesia romana, ha comunicato un senso di rilassatezza. Una sensazione confermata al mio arrivo in città. Pochissime auto in giro, moltissime bici: 9 danesi su 10 ne possiedono una. La Danimarca è un mix di tradizione e modernità che si riscontra anche nell’architettura: ad edifici storici, che sembrano sbucati da un romanzo di Dickens, si alternano palazzi leggeri che danno l’impressione di potersi staccare da terra e librarsi nel cielo costantemente velato di nuvole. Capace di conciliare passato e presente, secondo le recenti classifiche la Danimarca è il paese più felice del mondo, grazie ad un welfare statale che, a prezzo di una forte tassazione, garantisce una sanità e un’istruzione gratuite e non solo ai propri cittadini. Chi scrive, come i tanti studenti che vengono dai quattro angoli del globo, non sborserà un euro per il proprio master. A ciò si aggiunge un’offerta formativa di oltre 500 programmi e più di 1300 corsi in inglese, tutti tenuti in un ambiente informale in cui i professori si fanno chiamare per nome e stimolano il dibattito in classe piuttosto che attenersi al mero insegnamento cattedratico. Se poi pensate che i danesi siano freddini come “vichinghi”, beh, vi sbagliate. Troverete sempre qualcuno del posto che, in un impeccabile inglese, sarà ben lieto di darvi una mano. Anche se non gliela chiedete. Parlo per esperienza. Avevo appena comprato una cassa d’acqua al supermercato quando una distinta signora si è premurata di farmi sapere che l’acqua del rubinetto è potabile ovunque e non valeva la pena che facessi tanta fatica per niente. Chiunque tu sia, grazie! Anche se riservati all’inizio, i danesi amano la compagnia. Loro la chiamano “hygge”. È un termine difficile da tradurre: indica uno stato di calore, accoglienza, relax e intimità in compagnia delle persone care, legato anche all’idea di mangiare e bere insieme. Forse convivialità è la parola che più si avvicina a questo concetto. Ed è l’arma con cui si affrontano i lunghi e rigidi inverni del nord, unica “pecca” di un Paese tranquillamente straordinario.
N.d.r: il governo danese non mi ha pagato per questa “pubblicità”, sono stata conquistata senza essere corrotta. Provare per credere.