A cura di Giuseppe Venneri

70 years and half a trillion dollars later: what has the UN achieved?” intitolava un mese fa il quotidiano inglese “Guardian”, invitando così il mondo intero ad una riflessione sull’operato delle Nazioni Unite nel settantesimo anniversario della loro nascita.
Le Nazioni Unite nacquero nel 1945 sulle macerie della seconda guerra mondiale, quando i leader dei Paesi usciti vincitori dal conflitto gettavano le basi delle future relazioni internazionali, dando vita ad un’Organizzazione il cui compito era proprio quello di «salvare le future generazioni dal flagello della guerra di e di riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole…».
Gli eventi che si stanno susseguendo in Medio Oriente sono la giusta occasione per porsi alcune domande sul ruolo che l’ONU è chiamata a svolgere nelle relazioni internazionali. Con il sorgere di nuove superpotenze mondiali, il cambiamento degli equilibri politici ed economici e il progressivo aumento delle minacce trasversali alla pace e alla sicurezza, può esser considerato ancora valido quell’”ordine mondiale” che gli Stati si erano prefissi di costiutire settant’anni fa?
Sono queste gli interrogativi che sembrano essere incisi su una immaginaria torta di compleanno – fatta di luci e ombre – dell’ONU: un’organizzazione sempre più paralizzata dai veti incrociati e dagli interessi particolari dei singoli Stati che spesso confliggono con quello generale della popolazione mondiale e quasi sempre si nascondono dietro fini quanto mai lontani da quelli di pace e sicurezza sanciti nella Carta delle Nazioni Unite.
Ponendo l’attenzione sugli eventi dei nostri giorni, non si può non notare come tutta l’inconsistenza e l’inefficienza che vengono additate alle Nazioni Unite si stiano manifestando nella gestione della crisi siriana.
La guerra civile in Siria ha prodotto più di 250.000 vittime da quando ha avuto inizio nella primavera del 2011 e ha spinto più di 4 milioni di uomini e donne a fuggire dal proprio paese. Le turbolenze hanno spinto i rifugiati in cerca di asilo in paesi vicini – come la Turchia e il Libano – o in lunghi viaggi pericolosi verso l’Unione Europea. Come conseguenza, la destabilizzazione prodotta dalla guerra ha, inoltre, condotto alla nascita del gruppo Stato Islamico, noto anche come ISIS, che controlla con metodi terroristi circa il 50 per cento della Siria, mentre le milizie che si oppongono ad Assad hanno progressivamente guadagnato terreno contro le forze filo-governative.
Dinanzi a queste evidenze, viene alla luce il fallimento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che non è intervenuto ad affrontare tempestivamente la crisi siriana, rendendo possibile la distruzione di innumerevoli vite umane. Un discorso analogo può essere fatto per la situazione parallela dell’Iraq, dove Isis ha compiuto rapimenti, uccisioni sommarie assimilabili a esecuzione e una pulizia etnica di proporzioni enormi.
In realtà, la storia ci insegna che le più rilevanti decisioni nell’ambito delle relazioni internazionali non sono state mai davvero prese in seno al Consiglio di Sicurezza (o, comunque, in senso alle Nazioni Unite), bensì dettate da una posizione di leadership detenuta da una determinata nazione (o coalizione) in un determinato periodo storico. Se confrontiamo, infatti, la situazione irachena del 2003 a quella siriana dei giorni nostri, possiamo notare come, mentre nel 2003 gli Stati Uniti godevano di una leadership mondiale (dovuta soprattutto alla grande coalizione occidentale creatasi all’indomani degli attentati dell’11 settembre) tale da rendere possibile – senza rilevanti opposizioni (se non quelle derivanti dall’opinione pubblica internazionale) – un attacco in Iraq sulla base della tesi della “guerra preventiva” (detta anche “dottrina Bush”) in netto contrasto con il divieto dell’uso della forza sancito dal diritto internazionale, oggi la situazione è completamente differente. L’evoluzione che il cosiddetto “ordine mondiale” ha subito nell’ultimo decennio è stata caratterizzata da un ritorno della Russia come superpotenza in potenziale conflitto con il mondo occidentale, ma anche da una perdita di leadership degli stessi Stati Uniti dovuta ad una serie di insuccessi e magre figure della politica estera targata Barack Obama. Proprio sul fronte siriano, la credibilità degli USA ha subito un colpo quasi mortale in occasione dell’accusa volta ad Assad sull’utilizzo di armi chimiche contro i ribelli, che sembrò più un pretesto intervenire militarmente e creare un nuovo Iraq o una nuova Libia, in quanto tali accuse furono prontamente smentite da uno studio condotto dal Massachusetts Institute of Technology nello stesso anno 2013 (in cui veniva affermato che “The US Government’s interpretation of the technical intelligence it gathered prior to and after the August 21 Attack CANNOT POSSIBLY BE CORRECT”).
Scongiurato l’intervento militare, il Piano B pensato da Obama è risultato ancor più fallimentare di quanto appariva essere il Piano A. Il piano della Casa Bianca, presentato circa un anno fa, prevedeva una lunga e minuziosa selezione di combattenti scelti tra le fila del Free Syrian Army, quelli che l’esecutivo americano ha definito “ribelli moderati”, attraverso lo studio dei profili psicologici. I test avevano l’obiettivo di evitare che uomini addestrati dagli Usa finissero a combattere per i jihadisti.
Tuttavia, come risultato si è ottenuto che il gruppo di ribelli siriani addestrati e armati dagli Stati Uniti ha consegnato mezzi e munizioni agli islamisti di Jabhat al-Nusra (come annunciato da Jeff Davis, portavoce del Dipartimento di Difesa).
Di questa paralisi (o inettitudine) dell’Occidente nell’affrontare e sconfiggere il terrorismo internazionale se n’è indubbiamente avvantaggiata proprio la Russia di Putin, l’unica ad avere un piano predefinito per risolvere la questione siriana: sostenere momentaneamente le milizie guidate dal legittimo governatore Assad e bombardare le aree strategiche delle formazioni armate che combattono contro il governo costituito, tra cui quelle di “Stato Islamico” e “Jabhat al-Nusra”.
Il confine che separa il dire dal fare evidentemente non è così marcato in terra russa. Così, dopo aver annunciato all’Assemblea Generale il proprio piano d’intervento e, incassato l’ennesimo rifiuto americano nel voler cooperare, Putin ha dato il via alla campagna anti-Isis in Siria con raid che hanno colpito e continuano a colpire decine di infrastrutture del gruppo terroristico dell’ISIS in territorio siriano, comprese munizioni, armamenti, combustibile e altro materiale bellico.
La credibilità che si sta costruendo la Russia deriva anche dal fatto, non irrilevante, che sta agendo in piena conformità con il diritto internazionale – contrariamente a quanto accaduto in Iraq nel 2003 – in quanto in base al diritto, tali operazioni sono possibili solo sulla base di una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu o su richiesta delle autorità legittime di un Paese interessato, come avvenuto in questo caso.
Solo il tempo potrà dirci se l’azione condotta dalla Russia possa produrre o meno risultati positivi nell’ottica della lotta al terrorismo, ma quel che è certo è che è necessario una presa d’atto da parte dell’Occidente sul ruolo assunto dalla Russia nella scena internazionale.
L’Occidente deve ascoltare la Russia oppure Mosca inizierà ad ignorarlo e fare ciò che vuole – esattamente come è successo con l’operazione militare russa in Siria – tenendo conto anche che la Russia è tutt’altro che isolata in Oriente.
In questa prospettiva di ripensamento degli equilibri mondiali, l’ONU si trova ad affrontare un esame di maturità, dopo fin troppe manifestazioni di inefficienza e immobilismo. L’Organizzazione e le sue strutture diplomatiche sono chiamate a svolgere un ruolo determinante nell’avvicinamento delle posizioni tra USA e Russia e, più in generale, tra Occidente e Oriente, prendendo atto che il tempo della leadership assoluta del mondo occidentale è ben che superato.