A cura di Margherita Romani –

Le elezioni di novembre 2016 per la presidenza degli Stati uniti si avvicinano a grandi passi, e la corsa allo Studio Ovale si fa sempre più serrata. Agli occhi degli americani si potrebbe prospettare uno scenario da “deja vu”, ovvero uno scontro tra Hillary Clinton e Jeb bush, entrambi appartenenti a due delle famiglie più influenti d’America e imparentati con uno (o più, nel caso di Bush) ex presidenti.

Esiste però una terza via, perché a cercare la nomination del Partito Repubblicano è anche Donald Trump, magnate del settore edilizio e volto televisivo, forte di sondaggi che lo vedono come il più popolare tra i papabili repubblicani, a soli sei punti dalla democratica Clinton*.
Con un patrimonio netto stimato da Forbes in 4 miliardi di dollari e nessun pelo sulla lingua, Trump si presenta sulla scena politica a stelle e strisce il 16 giugno 2015 con un discorso pronunciato alla Trump Tower, quartier generale newyorkese, e lo slogan, già usato da Ronald Reagan nel 1980, “Make America Great Again”. Critica, infatti, tutto ciò che è stato fatto dall’amministrazione Obama negli ultimi anni, dall’accordo sulle armi nucleari con l’Iran all’Obamacare. Ma l’argomento più controverso della sua campagna è il problema dell’immigrazione clandestina, che egli si propone di risolvere rinforzando il confine con il Messico e facendo pagare il governo centramericano per lo stesso. Nel suo lungo discorso di candidatura, Trump si è scagliato contro il governo di Città del Messico, accusato di trasferire illegalmente negli Stati Uniti cittadini sgraditi, spacciatori, criminali e stupratori: parole che non potevano non far discutere e che hanno colpito l’opinione pubblica americana, abituata ad uno stile “politically correct” che vincola tutti i candidati. Dopo queste dicharazioni, molte aziende che intrattenevano rapporti economici con l’impero Trump hanno cercato di distanziarsene, come il grande magazzino di lusso Macy’s, che ha rimandato indietro abiti della sua linea di abbigliamento, e vari network televisivi che si sono rifiutati di trasmettere sulle loro reti il concorso di bellezza “Miss Usa”, di proprietà dell’imprenditore. Il candidato però non si è mai scusato, né mai lo farà, per sua stessa politica: e se lui non prende sul serio le accuse, perché dovrebbero farlo gli elettori?
Questa non è stata la prima e non sarà di certo l’ultima dichiarazione shock di Donald Trump (basterà cercare il suo nome su Google per scoprirlo), ed è evidente che intenda presentarsi all’elettorato come il candidato che non si fa problemi a dire ciò che pensa, lontano da condizionamenti di lobby o corporazioni e pronto ad agire con spavalderia e coraggio.
Il suo linguaggio può essere definito populista, anche nell’accezione positiva che il termine acquista sulla scena politica extraeuropea, dove sta a significare un atteggiamento di difesa degli interessi del popolo, perché esprime ciò che la white middle class conservatrice pensa e ha paura di dire.
Ma il successo di Trump sta tutto nella sua immagine pubblica, nell’incarnare l’ideale comune di ricchezza, con tanto di aereo privato e cerchia di modelle, e nel rappresentare l’americano di successo, spietato e vincente, la cui forza imprenditoriale e personale può tornare utile nelle negoziazioni internazionali.
Il suo patrimonio a nove zeri gli permette anche di garantire all’elettorato che la sua campagna sarà libera da finanziamenti esterni, e che quindi non sarà pilotata a distanza da lobby o corporazioni. Sostiene infatti di essere abbastanza ricco da autofinanziare in toto la propria campagna elettorale e di essere così in grado, se eletto, di rispondere solo a sé stesso e agli elettori.
Trump parla con disprezzo dei regolamenti della Commissione elettorale federale, augurandosi una riforma degli stessi, poiché permettono l’intrusione di lobby dietro le quinte delle campagne elettorali, rendendo i candidati delle marionette al soldo di interessi particolari (ha affibbiato il termine “puppet” al rivale nella corsa alla candidatura repubblicana Jeb Bush). Negli Usa, la maggior parte dei finanziamenti privati si realizza tramite i PAC (Political action committee), comitati di raccolta fondi per sostenere (o intralciare) candidati, referendum o cause delle più disparate. Tra tutti i comitati formatisi in occasione delle prossime elezioni presidenziali, quattro si propongono di sostenere, attraverso donazioni e diffondendo video pubblicitari, la candidatura di Donald Trump. Tra le fila dei finanziatori si conta un gruppo di “colleghi”, ovvero di costruttori sicuri che, una volta eletto, Trump terrà in considerazione gli interessi dell’industria; “Hispanic Citizens for Trump”, invece, è un gruppo di repubblicani latinoamericani che non sembrano essersi offesi affatto per le parole del candidato. Ad ogni modo, di questi quattro PAC solo uno è stato ufficialmente riconosciuto dal diretto interessato, tramite un evento di raccolta fondi in una casa privata sulla costa del Jersey, dove Trump era affiancato da un gruppo di organizzatori in grado di raccogliere donazioni pressochè illimitate per un super PAC (denominato MAGAPAC, citando lo slogan della campagna) e per una seconda entità no profit. Il super PAC deve, in ogni caso, rendere noto il nome dei donatori e non può fornire denaro direttamente al candidato, a differenza dei normali PAC, mentre chiunque finanzi l’organizzazione no profit può farlo nell’assoluto anonimato. La presenza di Trump è stata registrata ad altri eventi di raccolta fondi in giro per gli States, in un atteggiamento che manifesta una progressiva apertura da parte sua verso possibili contributi privati, che presenta comunque alla stampa come assolutamente trasparenti.
Le ragioni della popolarità di Trump sono quindi varie, e non sempre ricollegabili a sentimenti razionali: la sua stessa figura e la dialettica semplice e persuasiva hanno un effetto forte su una parte dell’elettorato, permeato quest’ultimo da un sentimento di cieca fiducia nei suoi confronti. La forza che esercita sul proprio pubblico (perché di questo si tratta, essendo Trump anche un abile intrattenitore) è quasi una suggestione, che porta l’elettore conservatore medio all’identificare in lui l’unico possibile “salvatore della patria”, l’unico candidato abbastanza forte da riportare alla Casa Bianca l’elefante repubblicano e far tornare gli Usa all’originaria posizione di prestigio sullo scenario internazionale.
Inoltre, la spinta antipolitica si sta facendo sentire anche oltreoceano, palesandosi in manifestazioni di totale sfiducia verso l’attuale governo e verso la classe politica, considerata corrotta e incapace di risolvere problemi fermi da decenni. In questo scenario, il “personaggio” Trump, che si ripromette di intrattenere relazioni stabili con Putin, in quanto “andare d’accordo con chiunque è il mio lavoro” ed ha posizioni progressiste su aborto e tassazione, sembra essere il vero asso nella manica del Grand Old Party. Sempre che il fascino del “ricco e dannato” non si esaurisca da qui ad un anno.

*CNN/ORC poll, August 13-16th 2015