A cura di Valerio Ceccarelli –

Tratto da Tolstoj. La morte di Ivan Il’ič
Era un giudice, un magistrato di una burocrazia potente, l’ordine dell’Impero Russo. Una carriera come si conviene con un’intelligenza se non brillante, almeno accesa, un matrimonio onorevole non privo di vantaggi, il riconoscimento discreto di una società di cui conosceva le forme evanescenti e le mutevoli leggi, così aveva vissuto Ivan Il’ic, un’esistenza senza eccessi condotta con dignità, il profilo di ogni uomo. Si era appena trasferito nella capitale, arredando la sua nuova casa, quando cadde da una scala di poca altezza, e con un fianco colpì una maniglia sporgente. Fu l’inizio di un dolore che il tempo si rifiutava di far cessare, sottile ma sempre continuo, lieve quasi da farsi ignorare, ma instancabile e senza requie. Facilmente ci si poteva dimenticare di lui lavorando o pensando ad altro, ma ad ogni interruzione, nei momenti di silenzio, ecco che tornava a sentirsi la sua voce flebile, niente di più, si capiva, che un richiamo sordo, appena un segnale muto della propria esistenza. Alle prime lamentele seguirono le rassicurazioni della moglie dapprima, e dei colleghi poi, che, con l’esperienza arguta di chi ci è passato, parlarono dei propri dolori, alcuni che per guarire non avevano richiesto che un poco di riposo, altri un cambiamento di clima, neanche prolungato, ed erano assai più intensi.
I medici, interpellati più per un bisogno di sicurezza che per reali timori, parlarono di un male oscuro ed incurabile. Il primo sentimento che si affacciò nella sua mente fu un senso amaro, sicuro, finanche sdegnoso di ingiustizia. Perché proprio lui, tra migliaia di uomini stolti, disgraziati che commettevano ogni sorta di bassezza, doveva essere stato sorteggiato, quasi il vincitore di una lotteria di tenebra? Quale destino e in base a quale legge poteva condannare lui, un uomo retto, un padre degno ed un marito devoto? Di un dio aveva sentito parlare molti anni addietro, da bambino, eppure ricordava che doveva trattarsi di un dio misericordioso, non il portatore di un vessillo di morti ingiuste. Erano pensieri complessi, realtà che Ivan Il’ic non era abituato ad esplorare, domande cui non riusciva a trovare alcuna risposta, alcuna assoluzione per sé, ma neppure alcuna condanna che potesse placare il primo sdegno. Arrivato a questo punto del ragionamento tastava il proprio fianco, la realtà era assai più semplice della speculazione, il dolore, non mai intenso, permaneva in quel punto, insonne, prolungato. Quella cosa, condanna o malattia che fosse, era lì ed egli non sapeva spiegarsela. Eppure c’era, era una parte di lui, lo accompagnava nel lavoro, nei pensieri, perfino nel sonno. La vita di ogni giorno continuava così come doveva essere, così come non avrebbe potuto non essere, una catena più o meno stretta di obblighi e di doveri, una trama in cui ogni fibra ne richiamava un’altra, il lavoro rimandava al matrimonio, che lo riportava ai figli, quindi alla società e alle sue cene galanti. Il tessuto dell’esistenza che conduceva lo distrasse dai suoi nuovi pensieri, eppure un’altra voce continuava a parlare dentro di lui, questa non forte come le altre, ma continua, ormai quasi una nenia di cui si potevano cominciare ad intuire le parole, doveva dire qualcosa come “io sono, io sono, io sono” e lo ripeteva senza sosta, o così sembrava a chi cominciava ad ascoltarla, a dedicarle attenzione per un certo tempo. Per farla tacere allora Ivan ripeteva le domande che ormai faceva spesso alle stesse persone, che cominciavano ad essere infastidite da tanta insistenza, ormai minimizzavano senza troppa cura.
Non potendosene, evidentemente per convenienza, parlare troppo agli altri, Ivan ricominciò a ragionarci da sé. Per darle un nome dovette innanzitutto accettarla, e d’altro canto diversamente ormai non avrebbe potuto fare, accettarla così come essa era, senza un’origine, senza un perché. Era la sua morte, e dimorava già da qualche tempo con lui. Tanto più si espandeva, quanto più si poteva ascoltarne la voce, che poi altro non diceva se non continuare ad affermare la propria presenza, a farlo sottovoce, ma distintamente, come chi abbia abbastanza ritegno da non infastidire il compagno di viaggio con i propri pensieri. E tanto più lei era, quanto più Ivan non sarebbe più stato. A questa considerazione seguirono nuovi dubbi. Quale oscuro senso poteva avere la vita, la sua, come quella di altre centinaia, migliaia di altri esseri infelici, costretti a non poter più essere? Qualcuno, seppur v’era, doveva certamente essersi fatto beffa di loro, di tutti. La situazione, in effetti, pensò, non era dissimile a quella di un avventuriero, che, fuggendo una creatura, cada in una voragine senza fine, riuscendo però a salvarsi aggrappandosi ad un sottile arbusto. Questo, con un certo tempo, più o meno prolungato secondo le circostanze, doveva spezzarsi. Perché, allora, rimanere in quella sconveniente posizione, quando con un atto appena di coraggio si sarebbe potuto abbandonare tutto e cadere ad un cenno della propria volontà? Interrogò quanto ricordava delle scienze, delle filosofie, visto che ormai dal lavoro era stato esonerato, ma non trovò altra risposta che un oscuro senso di sopravvivenza, in fondo un’altra beffa. La moglie lo cominciava a curare con fastidio, un senso che condividevano, avendo cura di non mostrarlo, anche i suoi conoscenti, questi, tutti, continuavano un’esistenza che Ivan aveva scoperto essere senza senso alcuno, condannata a non essere, una sorta di identità matematica che rimandava lo zero allo zero, come ogni identità umana o matematica che fosse. Quasi quella risposta che egli portava dentro di sé fosse la rivelazione che gli altri non volevano vedere, tutti uniti in un cieco, altrettanto sordo, desiderio di esistere, di rimanere, uno stimolo invero bestiale ma forte, rassicurante, uno sfondo che copriva l’altro quadro, quello vero, la cui voce, solo Ivan sentiva. Così la nenia assunse suoni scanditi, acute fitte al fianco, con lo stesso ritornello, le parole che ormai era facile avere a mente, ma gridate, invocate a gran voce, quasi un inno solenne al vuoto eterno.
Tra gli altri solo uno era rimasto al suo fianco, il suo servo Gerasim, senza un’educazione, senza una cultura che non fosse quella religione che i contadini avevano e che anche Ivan doveva aver studiato molti anni addietro. Gerasim, evidentemente, poteva accettare la morte e non ne dava, non ne era in grado, alcuna spiegazione. Semplicemente accudiva quello che era stato per lui il suo padrone amato, la persona cui sentiva di dover un senso profondo di riconoscenza, un’abnegazione semplice e mistica. Allora con la mente cercò di ricordare se non i concetti di quella fede almeno i momenti in cui li aveva appresi. Era un tempo separato dalla sua vita come da un abisso incolmabile, eppure era autentico, ogni momento di quella vita lontana doveva aver avuto un senso. Quella stessa autenticità rimaneva nei tempi delle scuole, perfino nell’università vi erano di quegli attimi, ormai non più che frammenti. Poi il vuoto, una carriera senza un senso, un matrimonio con una donna che in fondo non amava, il riconoscimento di una società ipocrita. In fondo la sua morte era lo specchio di questa vita. Non era forse migliore l’esistenza semplice di quel servo, del mite Gerasim, che ora lo accudiva? Ancora una volta Ivan non avrebbe saputo rispondere; e la conoscenza, in fondo, di quale utilità gli era stata? Sapeva soltanto che tutte le risposte che fino ad ora aveva dato erano prive di fondamento, aveva cercato di spiegare, ora cominciava a comprenderlo, un ente, un valore infinito, con concetti finiti, divisi dal primo da una distanza incolmabile. Per questo ogni risposta riportava ad un’identità, quasi fosse stata eliminata ogni volta l’incognita, l’enigma che rimaneva senza un nome. Solo i valori di Gerasim potevano dare risposte a quegli interrogativi, né erano risposte sulla cui autenticità si potesse avere certezze. Valeva almeno la pena di accogliere la convinzione innocente del proprio servo. Per capirla ormai era tardi. La lucidità svaniva e rimaneva solo quel senso offuscato di dolore, un inno ormai funebre. Poi anche l’inno cessò, la voce, che l’aveva accompagnato fedele e silente a lungo, non c’era più, la morte non c’era, come ogni altra cosa. Rimaneva solo un bagliore, il riflesso di una luce accecante.