A cura di Andrea Curti –

Prove di forza sul Califfato tra interessi geopolitici e tensioni diplomatiche

Roma, 10 ottobre 2015. Mai come in questo frangente stabilire riferimenti cronologici è fondamentale per un’informazione corretta. Gli scenari mutano ogni giorno, con loro le notizie. Perdonerà il lettore dunque se, nello scorrere queste righe giorni dopo la loro stesura, riterrà i contenuti poco aggiornati.

E’ il 30 settembre quando il Cremlino, dopo unanime approvazione del Parlamento, dà il via alle operazioni di supporto a Damasco nella lotta contro ISIS, in risposta alla richiesta di assistenza militare avanzata dal presidente siriano Assad. L’aeronautica militare russa compie venti raid solo il primo giorno, e il Cremlino si mette in moto anche sul fronte diplomatico: presenta al Consiglio di Sicurezza ONU una bozza di risoluzione per costruire una coalizione anti-IS che coinvolga Assad e l’Iran, storico nemico USA, non trovando però l’appoggio del grande blocco dei paesi arabi, del tutto ostili alla permanenza in vita del regime di Assad e perciò indisponibili a collaborare sotto il suo coordinamento.
E’ subito chiaro, però, che qualcosa non va: mentre dal Ministero della Difesa russo fanno sapere di aver già iniziato a colpire obiettivi strategici, il presidente della Coalizione Nazionale Siriana –l’opposizione al regime- a margine dell’Assemblea ONU lancia parole di fuoco: “la Russia non combatte ISIS, prolunga la vita di Assad”. I bombardamenti starebbero colpendo e indebolendo anche l’Esercito Siriano Libero. Anche Washington inasprisce i toni, il segretario alla difesa Carter intima alla Russia di cessare le aggressioni, “mette benzina sul fuoco in Siria, i raid sono lanciati dove non c’è ISIS”. Segue la NATO: il segretario Stoltenberg si dice preoccupato per la mancata coordinazione tra Russia e coalizione internazionale a guida USA.
Questo il quadro iniziale.
Gli Stati Uniti, dopo aver intrapreso sin dall’inizio di agosto azioni aeree contro obiettivi Isis in Iraq in sostegno alle forze irachene di contrasto al Califfato e in funzione eminentemente difensiva rispetto ai propri militari stanziati nel Nord dell’Iraq, scelgono di divenire parte attiva anche sul fronte siriano: aerei da combattimento, bombardieri e missili lanciati dalle navi che incrociano la regione. Inizia l’offensiva statunitense a Raqqa, cuore dello Stato Islamico siriano, in coordinamento con altri paesi del Medio Oriente; il governo di Damasco viene informato.
Continuano i bombardamenti russi in Siria, in tv sul canale Russia24 il meteo del 6 ottobre recita “tempo ideale oggi in Siria per bombardare”, Putin mobilita anche le navi da guerra nel Mar Caspio. Appare tuttavia ormai irrimandabile un coordinamento delle operazioni aeree russe con quelle della coalizione internazionale a guida USA; il Cremlino si mostra finalmente dialogante, chiede di sostenere l’avvicinamento tra l’Esercito Libero Siriano ed Assad per isolare il Califfato. Glaciale la risposta americana: sedersi al tavolo con Mosca per elaborare una strategia complessiva sulla Siria è inammissibile, il Pentagono non condivide le scelte di Putin; per il momento si può solo pensare di coordinare i raid aerei con i russi per evitare incidenti in quota.
Parte allora il teatro delle accuse reciproche: per Washington i russi hanno, per il 90% dei casi, mancato obiettivi ISIS nei raid più o meno intenzionalmente; per il Cremlino gli USA non possono dare lezioni di correttezza, alla mente la notizia del 3 ottobre scorso del drammatico errore dei caccia statunitensi che bombardano un ospedale di Medici senza Frontiere in Afghanistan; 22 i morti, prima la smentita, poi le scuse di Obama: “un terribile errore”. Tra le due posizioni, geopolitica a parte, la convinzione che la guerra e i bombardamenti necessariamente comportano vittime innocenti.
Il 7 ottobre i giornali raccontano che l’esercito di Assad, con la copertura aerea russa, ha lanciato una massiccia operazione di terra verso Hama, sede delle forze islamiste vicine ad Al-Qaeda.
Dal Ministero della difesa russo arriva nel frattempo la conferma che è in corso l’ultima fase, quella relativa agli ultimi dettagli tecnici, del coordinamento dei raid aerei col Pentagono in territorio siriano; “solo per la sicurezza dei piloti”, ricordano dal Pentagono: nessuna collaborazione formale, dunque.
A complicare ulteriormente questo incandescente scacchiere, l’8 ottobre i giornali riportano la notizia che dall’Assemblea ONU il segretario generale della NATO Stoltenberg ammonisce ulteriormente il Cremlino: la preoccupazione è sulla eccessiva e crescente presenza russa in Siria, sull’errore strategico di ritenere quella militare la soluzione alla questione siriana e sull’indiscriminato passaggio quotidiano dei caccia russi sui cieli della Turchia (paese NATO) senza autorizzazione: “siamo pronti a dispiegare forze militari in Turchia”, se necessario per contrastare l’escalation.
E il nostro Paese? L’Italia fino ad ora ha mantenuto un atteggiamento low profile, nel quadro di una prudenza e uno scetticismo diffusi riguardo ad azioni militari in territorio mediorientale.
Il 6 ottobre il Corriere della Sera riporta la notizia che al ministero della Difesa è in corso di valutazione la richiesta di maggiore impegno pervenuta alla coalizione internazionale da parte del governo iracheno, a differenza di Assad che si è rivolto alla sola Russia.
“Sono ipotesi da valutare insieme agli alleati in vista di decisioni che” ricorda il ministro Pinotti “dovranno comunque passare dal Parlamento”. Il riferimento è all’utilizzo potenziale di quattro cacciabombardieri Tornado e personale militare che già si trovano nell’area. Tutto da vedere, dunque.
Nel frattempo, è da brividi l’indiscrezione che perviene dalle autorità dell’Europa dell’Est in collaborazione con l’FBI secondo la quale i trafficanti di materiale nucleare, contrabbandieri con legami in Russia, sarebbero in contatto con i jihadisti e altri potenziali acquirenti tra le organizzazioni estremiste del Medio Oriente.
Lo scacchiere arabo e mediorientale deve essere messo in ordine, è necessario continuare quindi –in una qualche forma condivisa- con azioni repressive che abbiano come sbocco una costruzione politica e diplomatica in territori martoriati da troppo tempo e da troppo dolore, che rischiano di nutrire una minaccia troppo grande per essere tollerata ancora. Se l’Occidente saprà non ripetere l’errore delle primavere arabe –prima su tutti la Libia- in cui ad azioni militari non sono seguite lungimiranti operazioni di ricostruzione politico-istituzionale e diplomatica, saremo forse in grado di dare una chance vera di pace e di libertà –nel rispetto di una cultura e tradizioni non occidentalizzabili- a chi la merita e la chiede da decenni.