A cura di Alessandra Cascone

Per ogni forma d’arte l’uomo ha sentito il bisogno di creare classificazioni e di individuare generi, attraverso un’operazione ermeneutica che dal contenuto cataloga l’opera.Il Neorealismo, per esempio, purché alimentato da posizioni eterogenee ( Rossellini aveva girato “ La nave bianca”, De Sica era un attore del cinema dei telefoni bianchi cioè del cinema fascista) è circoscritto in una comunanza di visione e intenti da Cesare Zavattini, il cui immaginare un’ epoca dove ognuno potesse girare un film avente ad oggetto la vita di un uomo comune, funse da collante e fulcro vitale del movimento. Negli anni ‘60 il regista comincia a diventare autore nel momento in cui è possibile estrapolare dal contenuto un tema ricorrente(cinema d’autore). Per Spielberg si tratta dell’assenza delle figure genitoriali e della madrepatria ovvero di un posto da chiamare casa, per Alfred Hitchcock la passione per le bionde e per David Fincher il nichilismo. Gli anni ‘70 vedono la creazione del blockbuster, la ratio è quello di ricreare il cinema popolare in reazione all’ avvento della TV e al filone dell’ “ anti cinema” generatore di brutture, con l’ eccezione di Bertolucci e Bellocchio (cinema di genere). Ne sono iniziatori Scorzese e Lucas, cioè la prima generazione di registi laureati all’università, che esordiscono con il saggio di fine anno. Fine dell’excursus è il “Dogma 95”, scherzo di Lars Von Trier alla Nouvelle Vague. In coerenza con quest’ultimo, gli anni ‘90 sono dominati dal rifiuto delle categorie stilistiche: assenza di luci, scenografia e colonna sonora. In questo spazio infinito di deregolamentazione si colloca, in letteratura, James Joyce che scriverà l’anti-romanzo ( l’ Ulisse), ma anche l’ espressionismo, il cubismo, l’arte astratta. Infatti l’esigenza di non privarsi di bellezze riguarderà tutte le avanguardie. La volontà di sottrarsi alle metodologie politiche tradizionali trova espressione anche negli scritti della Beat generation. Kerouac, Carr, Cassady, Fante possono essere accomunati dal dramma di trovare una realtà trascendente in cui trovare motivazione e stimoli, idonea a soppiantare la realtà terrena imbrigliata in schemi e strutture, disillusa da rinuncia e passività. È proprio questa ricerca disperata ed ininterrotta di un nuovo valore morale a distinguere gli scritti della Beat da quelli di denuncia e condanna Lost generation. Se quella dei generi e delle correnti è un artificio dal quale per lo studioso è difficile prescindere è altrettanto vero che alcuni autori si impongono mediante un forte grado di soggettività e individualità, più o meno consapevole. Ad esempio Sciuscià rompe i canoni documentaristici tramite il binomio realtà-fantasia oppure John Fante che riempie di un sentimento di colpa e castigo il ripiegamento in se stessi per liberarsi dalle pressioni del mondo contemporaneo.