A cura di Angela Rizzica

Un breve prologo per capire al meglio la vicenda, ma soprattutto quanto, in realtà, ci riguardi da vicino, è d’obbligo. A dare l’allarme sono stati gli USA: l’agenzia per la protezione ambientale statunitense (Epa) ha ordinato il richiamo di quasi 500mila veicoli della casa automobilistica tedesca Volkswagen, a seguito dell’accusa di aver infranto la legge installando sulle vetture diesel vendute negli Stati Uniti d’America un software di ultima generazione, capace di riconoscere quando la macchina è sottoposta ai test sulle emissioni ed alternarne i risultati. Il funzionamento di questo programma è in realtà molto semplice: svolge il proprio compito solo in determinati momenti, attivando il sistema di controllo sulle emissioni solo per il lasso di tempo utile a superare la verifica. Crea, in definitiva, una macchina che durante i test rispetta le leggi sul consumo e le emissioni, mentre nella vita di tutti i giorni non lo fa. I modelli incriminati nel Paese a stelle e strisce sono vetture diesel vendute dal 2009 al 2015: le Volkswagen Jetta, Beetle, Golf e Passat, e l’Audi A3. Il prezzo di questa trasgressione si capisce: non solo il colosso tedesco ha infranto la norma, ma ha messo, nel lungo periodo, sensibilmente a rischio la salute degli americani, già colpiti da un’elevatissima concentrazione di polveri sottili altamente tossiche, come dichiarato da Cynthia Giles, funzionaria della stessa Epa. Questo è quello che fino a poco tempo fa era il nucleo dello scandalo: un totale (presumibilmente crescente) di 80 class action non solo dei consumatori americani ma anche dei grandi azionisti, 482mila veicoli richiamati, fino al 22% perso in borsa sul listino di Francoforte ed un danno per i soci del colosso automobilistico di ben 12,9 miliardi di euro. Purtroppo, però, l’effetto domino non si è fermato oltreoceano; anzi, se possibile, ha danneggiato più l’Europa che gli Stati Uniti: basti pensare che in America il diesel (non solo Volkswagen) non arriva a coprire che il 2,75% del mercato contro il 53% del Vecchio Continente. L’abbattimento delle barriere doganali e la creazione di un mercato unico rappresentano i principali obiettivi che gli Stati europei hanno fissato a seguito del secondo conflitto mondiale, traguardi perseguiti fin dagli albori dell’Unione Europea e raggiunti il 1° gennaio del 1968 con l’entrata in vigore dell’unione doganale. Questa liberalizzazione del mercato, soprattutto nell’attuale periodo di crisi, mostra “il rovescio della medaglia”, evidenziando come la perdita di credibilità di una sola nazione possa indirettamente trascinare nel baratro tutte quelle a lei collegate. Il crollo del colosso automobilistico tedesco sta creando non pochi problemi alla nostra amata Italia: si aggira attorno al milione il totale dell’invenduto e delle macchine da richiamare. In questo caso, sotto accusa sarebbero quelle omologate Euro 5 con motore 2.0 diesel TDI (chiamato EA 189), immatricolate prima del primo settembre 2015. Non possiamo però fermarci a queste considerazioni, per quanto già solo esse manifestino la portata del problema, in primis per i clienti che si troveranno costretti ad andare in concessionaria per “ripulire” la centralina, ma anche, in secondo battuta, a livello internazionale per le operazioni di coordinamento con la casa madre. Ad oggi in Italia le aziende che ruotano attorno alla Volkswagen sono 3.200, impiegano 275mila lavoratori e generano 88 miliardi di euro di ricavi, il 30% dei quali realizzati in Germania. Un investimento, quello tedesco, nel made in Italy che si è intensificato nel 2012, quando il colosso ha aperto le porte ai fornitori italiani di componentistica, messi in ginocchio dalla contrazione del mercato. Ricordiamo, infatti, che in quegli anni, solo nella filiera piemontese, avviluppata attorno al prodotto Fiat, erano quasi 900 su 3200 le aziende che rischiavano la chiusura. Proprio rimanendo in Piemonte, storicamente legato alla produzione automobilistica, ricordiamo che già dal 2010 la Volkswagen ha permesso alla regione ed alla nazione di prendere una boccata d’ossigeno, acquistando ben il 90,1% della Italdesign Giugiaro, che tuttora è uno dei punti di riferimento della casa automobilistica di Wulfsburg. Automotive in Italia non significa solo Italdesign Giugiaro, azienda di fama internazionale che si concentra su design e sviluppo, significa anche migliaia di aziende sparse sul territorio che si occupano di ogni minima componente: dai finestrini, agli interni, fino ai proiettori. Sempre nel 2012, infatti, per la Olsa di Rivoli (Torino) Volkswagen significava il 23% del fatturato. Cifre alla mano, risulta molto più chiaro e più grave il danno che questo scandalo sta portando e potrebbe portare all’economia nazionale. Così, le parole del viceministro all’economia Carlo Calenda assumono una dimensione reale e tangibile, a tratti spaventosa:” […] Il rischio di un impatto negativo sull’Italia del caso Volkswagen è molto grosso poiché è un grande gruppo europeo che acquista (ndr. componentistica) in Italia soprattutto al nordovest e si rischia un impatto a cascata.” Il viceministro continua ponendo poi l’accento sul fatto che il danno è soprattutto di reputazione, probabilmente con l’intento di smontare il nunc est bibendum dei detrattori dell’Europa e della Germania che già sollevavano i calici a festa per la misera figura tedesca. Le bugie hanno le gambe corte, insomma; avremmo forse dovuto regalare qualche copia del capolavoro di Collodi all’amministratore delegato di Volkswagen, Martin Winterkorn, prima delle sue dimissioni?