A cura di Riccardo Malavolti –

Se uno dei cari lettori di questo articolo volesse acquistare dei dollari per una qualsiasi ragione non incontrerebbe particolari problemi: basta avvertire la propria banca con qualche giorno di anticipo e presentarsi per il ritiro nel giorno prestabilito. Ciò che per noi sembra una banalità per molti è un sogno. In Argentina, dopo la crisi del 2001, il peso fu sganciato dal dollaro al quale era stato ancorato per dieci anni con un tasso di cambio pari a 1:1. Dopo alcuni mesi, la valuta nazionale argentina fu lasciata fluttuare liberamente nel mercato. Questo determinò un enorme deprezzamento del peso e ciò spinse l’inflazione verso l’alto (al 10,4% nell’ aprile 2002) poiché l’Argentina dipendeva fortemente dalle importazioni. Tutto ciò causò un aumento della disoccupazione e la diminuzione della qualità della vita dell’argentino. Allo stesso tempo però, la forte svalutazione del peso aveva reso competitivi i prodotti argentini sul mercato internazionale. La Cina così divenne il principale importatore di soia argentina e l’alto prezzo di quest’ultima fece finalmente affluire una gran quantità di valuta estera che permise all’Argentina di tornare a crescere a ritmi impressionanti (8/9% annui) sotto la presidenza di Néstor Kirchner. Ma nel 2011, la grande domanda di dollari statunitensi da parte del pubblico argentino fece diminuire notevolmente le riserve di valuta estera posseduta dal Banco Central e la fuga di capitali dal paese raggiunge livelli altissimi. Fondamentalmente la domanda di dollari era così alta poiché il pubblico argentino non voleva avere i propri risparmi in pesos, valuta destinata a svalutarsi continuamente, bensì desiderava convertirli in dollari per non essere soggetto a tali rischi. Per evitare una svalutazione ancora maggiore, il Governo, presieduto da Cristina Fernández de Kirchner (succeduta al marito nel 2007), il 5 luglio 2012 proibì per tempo indefinito l’acquisto di valuta straniera. Tali restrizioni al mercato cambiario determinarono la nascita di un mercato nero dove il dollaro poteva essere acquistato ad un tasso di cambio di molto superiore rispetto a quello ufficiale. Il dolár paralelo nel maggio 2013 toccò il record di 10,47 pesos per dollaro mentre nel cambio ufficiale veniva scambiato a 5,22. Solo nel gennaio 2014 il Governo tolse parte delle restrizioni: oggi si può cambiare al cambio ufficiale solo nel limite del 20% del proprio reddito, e tali entrate devono essere dichiarate e comunque superiori a due salari minimi. Tale misura ha un duplice scopo: quello di disincentivare l’elusione fiscale e quello di continuare a proteggere le esigue riserve di valuta estera del Banco Central. La situazione attuale rimane incerta, la diminuzione della domanda cinese e il basso prezzo delle commodities sul mercato internazionale sta mettendo di nuovo a dura prova la stabilità economica argentina. Il peso ufficiale continua a perdere valore e il mercato nero fiorisce a tal punto che coloro che rispettano le condizioni per comprare dollari al cambio ufficiale non perdono tempo nell’andare a venderli immediatamente al cambio parallelo. Il puré è servito, gli argentini ne approfittano.