A cura di Francesca Coletta

Non è mai semplice analizzare una strage. Si inizia contando i morti, focalizzando l’attenzione sul numero; si cercano poi affannosamente le cause, si trovano con soddisfazione i responsabili. Un percorso automatizzato, percorrendo il quale dimentichiamo con molta facilità che non è il numero delle vittime il dato rilevante, ma l’orrore della devastazione compiuta. Se non è semplice analizzare una strage, è ancor più difficile descriverla, trovare il coraggio di mantenere aperte le palpebre davanti alle immagini dei cadaveri sanguinanti e dilaniati, leggere le testimonianze dei sopravvissuti, comprimere quel senso d’inutilità che si prova e sopprimere infine la fitta nel petto. E’ proprio in quell’istante esatto che l’abitudine di esprimersi diventa mezzo per elaborare il lutto e rompere il silenzio del cordoglio. Quello stesso silenzio che, di contro, è una delle frecce ammassate nella faretra delle dittature. Lo stesso silenzio che ha caratterizzato tutti i quotidiani d’informazione turchi a seguito delle bombe esplose alle 10:04 dell’11 ottobre ad Ankara, quando il corteo organizzato da sindacati e organizzazioni sociali, tra cui il partito filocurdo Hdp (Partito democratico del popolo) si stava preparando a scandire a viva voce “ lavoro-pace-democrazia”. Quando si manifestava per la pace. Il governo di Erdogan supportato dal suo Akp (Partito per la giustizia e lo sviluppo), subito dopo il fatto ha prontamente indetto tre giorni di lutto, ma ha anche proibito le immagini del massacro in tv, senza esitare ad oscurare Facebook e Twitter. Se un cittadino turco avesse voluto informarsi sull’esplosione in piazza si sarebbe dovuto rivolgere alla Cnn oppure ad Al-Jazeera, non ai canali nazionali. Mentre leggo questa notizia mi chiedo istintivamente come avrei reagito se sulle reti nazionali italiane non fosse stato trasmesso un fatto così rilevante e credo che anche tu, lettore, avvertirai quel senso di stordimento, quella privazione, quella violenza che non può coesistere con l’idea di democrazia. Lo scrittore Burhan Sönmez in un suo commento ha parlato di “ potere violento che censura la verità” e chi ancora volesse cercare la democrazia in Anatolia non la troverebbe: dopo l’ultimo attentato è stato tradito il cuore stesso di quella terra, che non può più essere la terra dove sorge il sole. Un dato è certo: l’esplosione è avvenuta a tre settimane dalle elezioni ed è un chiaro messaggio rivolto ai cittadini. È noto che la Turchia si sia schierata contro il regime di Assad, e al contempo contro il potere curdo che si sta affermando nella regione siriana del Rojava. L’attacco di ottobre sembrerebbe rivolto al leader curdo Dermitas, avvocato 42 enne vero avversario politico di Erdogan, che nel giugno scorso ha minato la maggioranza assoluta dell’Akp e ottenuto il 13%, aprendo per la prima volta le porte del parlamento all’Hdp. La sua accusa lanciata dopo la strage è pesantissima: “Qui si vuole creare una strategia della tensione prima del voto. Sul luogo della strage la polizia lanciava i gas lacrimogeni contro i soccorritori dei feriti. Tutti devono sapere che queste bombe vigliacche non ci fermeranno. Questo Stato è un serial killer”. Le vicende di Suruc al confine con la Siria, di Diyarbakir, di Ankara tingono di un rosso vivo le mani di Erdogan che, se internamente gioca a fare il dittatore, sul versante della politica estera non compie alcuno sforzo contro l’avanzata del califfato islamico. Quelle bandiere curde sui corpi freddi dei cadaveri hanno segnato un’altra sconfitta nella guerra contro l’ISIS, che non si riesce a vincere; una guerra liquida, fatta di mine vaganti, non più di plotoni e pertanto complicatissima da arrestare. La crisi mediorientale rappresenta ad oggi la sconfitta dell’occidente, che ciecamente osserva lo spettacolo. E se la guerra ha le sue regole, sembra che nessuno degli schieramenti intenda rispettarle in Medio Oriente, dove la Convenzione di Ginevra vale quanto le regole del Risiko. Non passi inosservato il bombardamento dell’ospedale di Medici Senza Frontiere, a seguito del quale è stata richiesta una investigazione indipendente per comprendere cosa sia accaduto in Afghanistan. “Even war has rules “ ricordano, perché i medici, i feriti, gli infermieri non devono morire sotto i bombardamenti e le condoglianze non sono più sufficienti. Le garze negli ospedali servono per medicare i feriti, non macchiatele col sangue delle bombe.

Nel numero di ottobre Iuris Prudentes torna a parlare della realtà e dunque anche di guerra, con coraggio e spirito critico, perché solo dall’informazione e dalla conoscenza possono formarsi menti libere. Sarà pur retorica, ma poco importa: finché durerà l’inchiostro di questa penna si continui a parlare di pace, a fermare i conflitti, ad opporsi a simili massacri. Per tutte le vite umane spezzate. Per quei 21 grammi di anima dentro di noi.