A cura di Paolo Fernandes –

Basta trascorrere una manciata di ore da studente universitario in Belgio per capire come, al di là dei soliti paragoni tra programmi accademici e servizi offerti agli studenti, qui ci sia qualcosa, nell’associazionismo studentesco e nel sentimento di appartenenza all’università, che proietta la vita accademica di questo piccolo Paese anni luce in avanti rispetto al modello italiano. L’attività svolta dalle associazioni studentesche in Italia, seppur encomiabile, è sicuramente ben diversa e meno consistente rispetto a quella delle loro equivalenti a poche migliaia di chilometri più a nord. E questo, sia chiaro, non per demeriti delle prime, ma per l’assoluta monoliticità del mondo accademico italiano. Nel nostro sistema sembra difficile, se non impossibile, concepire un modello in cui le associazioni studentesche, anziché essere costrette a lottare per accaparrarsi l’organizzazione di questo o di quell’evento e ad orbitare intorno alla magna mater università, vengano investite del ruolo di vere intermediarie con gli studenti. In Belgio, invece, attività come la compravendita dei testi e il supporto didattico sono svolte dalle associazioni, deputate anche all’organizzazione quotidiana di eventi e – sembra incredibile- alla gestione dei rispettivi bar di facoltà, fondamentali punti di ritrovo e aggregazione. Il paragone con quanto accade in Italia è evidentemente ingeneroso, quando risulta chiaro che importare da noi un modello simile consentirebbe di soddisfare in maniera ottimale le necessità degli studenti, colte ed ascoltate da qualcuno di a loro “più vicino”, e incoraggerebbe la creazione di uno spirito di appartenenza all’università a noi del tutto sconosciuto. Le motivazioni per cui le associazioni studentesche sono legate al palo vanno ricercate nella scarsa fiducia riposta in generale negli studenti e, in particolare, nel poco interesse che molti di essi hanno verso la vita e la quotidianità universitarie, sempre più viste come punto di riferimento esclusivamente per il binomio lezioni-esami e non come realtà a 360 gradi. Ciò che servirebbe, in definitiva, è un cambiamento culturale, che per la sua natura e la sua portata, non può essere chiesto a noi, ma deve necessariamente iniziare dall’alto.