A cura di Angela Lena –

 Le donne che fino a poco tempo fa erano impegnate nella guerra santa solo nel ruolo di mogli e madri, succubi di quella questione di genere che in certi luoghi non è facile da superare, stanno lasciando sempre più spazio a donne che combattono in prima linea. Non illudetevi, non si tratta di emancipazione né di un sintomo dell’uguaglianza tra sessi: è pura strategia. L’attenzione sul contributo femminile alla jihad si è focalizzata soprattutto dal momento in cui il Daesh (meglio noto come Stato Islamico dell’Iraq e Siria, o ISIS) ha annunciato la creazione di due brigate rosa: al-Khansa e Umm al-Rayan, utilizzate come una sorta di agenti di polizia per sole donne. La divisione di genere, infatti, non consente agli uomini del califfo di perquisire la popolazione femminile, tutt’al più possono abusarne sessualmente o ucciderle! Queste brigatiste hanno il mandato di far rispettare la rigida versione dalla Sharia (legge islamica) alle donne del Califfato e infliggere punizioni esemplari a chi trasgredisce il codice morale imposto dall’ISIS; non applicano una gradazione della pena e spesso si viene fustigate solo per aver indossato un velo troppo sottile o per aver dimenticato i guanti. Come dicevo, non c’è nessun riscatto sociale in questa “opportunità” per le donne delle brigate, la loro istituzione è squisitamente strategica e consente, tra l’altro, di impedire ai combattenti anti ISIS di farla franca camuffandosi sotto il velo per attraversare indisturbati i posti di blocco, sfruttando, appunto, l’avversione degli arruolati maschili nel perquisire le donne. Non dobbiamo attribuire tutti i meriti alla leadership di Abu Bakr al-Baghdadi: la partecipazione delle donne alla jihad non è una sua invenzione, già Abu Mus’ab Al Zarkawi, capo di al Qaeda in Iraq, le usava in quanto efficienti, economiche, nonché utili a motivare gli uomini. Le prime a diventare bombe e ad indicare la strada del martirio a molte altre furono Loula Abboud, diciannovenne libanese e la sua compagna diciassettenne Sana’a Mehaidi, quando nel 1985 si fecero saltare in aria contro un convoglio israeliano in Libano. La ratio dei gesti di quelle donne, però, ha una radice diversa da quella che spinge le jihaidiste del Califfato: le prime erano “impegnate politicamente” le seconde sono mosse dalla religione.

Cosa spinge queste donne a diventare vestali della jihad?

Non tutte agiscono per dovere religioso: un numero consistente, infatti, è composto da donne abbastanza ingenue da essere cadute nella trappola della propaganda, plagiate dalle immagini propinate dallo Stato Islamico. Altre sono donne senza identità, tra cui quelle provenienti dai paesi occidentali, non soddisfatte dai valori che la civiltà d’origine offre loro così da cercare risposte altrove, magari in un imam pronto a farle il lavaggio del cervello per ritrovarsi subito dopo in qualche gruppo estremista radicale.

Sono in continuo aumento le donne che rinunciano ai jeans per indossare il niqab e unirsi allo Stato Islamico.
Ci sono giovani spinte da ragioni interiori o ideologiche, ma anche chi è animata da uno spirito più romantico, affascinata dalla guerra e dai valorosi mujaheddin.
A sostegno di questa tesi la studiosa Farhana Ali ritiene che siano le «quattro R» (in inglese) a trasformare una semplice donna in amazzoni del terrore:1) La vendetta (revenge) per la perdita di un familiare. 2) Dimostrare (reassurance) che la donna è in grado di imitare l’uomo. 3) Reclutare (recruit) altre simpatizzanti e dare l’esempio. 4) Ottenere il rispetto e la considerazione sociale (respect) della comunità. L’adesione femminile alla jihad, come quella maschile, dipende anche da ragioni socio-economiche quali povertà e disoccupazione. Sono proprio questi fattori che rendono più appetibile il ruolo delle brigatiste rosa di Abu Bakr al-Baghdadi visto il compenso mensile di circa 25.000 lire siriane (quasi 200 dollari), esclusi i benefit. In vari ruoli le donne possono contribuire alla missione di state-building dell’organizzazione: le recruiter, per esempio, fanno un uso prolifico dei social media e in poco tempo sono riuscite a condizionare l’universo femminile aprendo le porte ad una nuova radicalizzazione. Molte di queste, provenienti dall’Occidente, guardavano su Youtube i video di Rhianna prima di diventare influencer dell’Isis: così come le fashion blogger nostrane sono capaci di suggestionare le masse su quali scarpe comprare, le influencer dell’Isis spiegano alle aspiranti muhajiarat tutti i trucchi per andare in Siria. Dall’abbigliamento consigliato, alle vaccinazioni necessarie, offrono loro l’immagine di come sarà la loro vita a Raqqa e su cosa fare per diventare una Mulan, (la famosa eroina cinese che si arruolò in un esercito di soli uomini) o una principessa, inteso come la sposa islamica perfetta.

L’influencer con i maggiori followers è sicuramente Aqsa Mahmood, scozzese, conosciuta sul web con il nikname di Umm Layth (la madre del leone). Il pericolo oggi non è costituito solo dalle donne affamate d’azione, ma anche da quelle che restano in patria per occuparsi della gestione delle cellule jihadiste locali e, cosa ancora più grave, dell’educazione dei figli all’amore per la jihad.

Per molti è già difficile comprendere come sia possibile rinunciare ad una buona dose di diritti e libertà personali ma diventa ancora più complesso accettare che proprio le donne, capaci di creare la vita, siano autrici di imprese di morte.
Queste giovani non sono solo madri, mogli e combattenti, sono complici della radicalizzazione e dell’espansione della causa jihadista.
Evoluzione, dunque, ma nessuna emancipazione.