Pope Francis opens the Holy Door to mark opening of the Catholic Holy Year, or Jubilee, in St. Peter's basilica, at the Vatican, December 8, 2015. REUTERS/Max Rossi

A cura di Nicola Pigna

Papa Francesco lo scorso 13 marzo, durante una celebrazione nella Basilica vaticana, ha sorpreso il mondo cattolico, e non, annunciando un Giubileo straordinario. L’evento, in sé, ha cadenza venticinquennale e segna una tappa importante nel cammino della Chiesa. La matrice è ebraica. Il “Popolo eletto” considerava il Giubileo un “tempo di grazia”, un momento del cammino, personale e comunitario, in cui si sottoponeva ad una verifica del proprio agire e della propria fede. L’evento aveva anche importanti risvolti nel quotidiano delle persone: venivano liberati gli schiavi, restituite le terre confiscate e lasciate a maggese le terre coltivate (affinché riacquistassero fertilità). Era simbolicamente avviato con il suono di un corno di ariete e la cadenza stabilita era di cinquant’anni. La tradizione cattolica ha conosciuto l’evento giubilare con Bonifacio VIII il quale, nel 1300, indisse l’Anno Santo al fine di consentire ai fedeli di lucrare le indulgenze (ottenere il perdono dei peccati). Il pellegrinaggio a Roma, da tutto il mondo cristiano, aveva lo scopo di visitare la tomba dell’apostolo Pietro e vedere la “Veronica” (vera icona). Si trattava di un quadrato di stoffa che, secondo la tradizione, rappresentava il volto di Gesù, così come impresso sul manto di lino postogli sul volto nel sepolcro. Per la verità era particolarmente complesso ottenere la remissione dei peccati alle condizioni della bolla di Papa Caetani: si chiedeva ai romani di fare visita almeno trenta volte alla Basilica di san Pietro, o a San Paolo fuori le mura, e ai non romani almeno quindici volte. Il Giubileo, quindi, nasce proprio come occasione di purificazione dal peccato. Tale condizione di rottura della “comunione” tra l’uomo e Dio è pienamente sanabile alle condizioni stabilite dalla Chiesa, cioè con la confessione sacramentale, la comunione e la recita di alcune preghiere. Non si tratta, sia chiaro, di un automatismo legato alla pratica compiuta, ma esige un radicale cambiamento di vita che va nella direzione di superare, anche gradualmente, le debolezze che, liberamente, si è riconosciuto abbiano minato il proprio rapporto con Dio e con il prossimo. Significativo, ed anche emotivamente coinvolgente, è il rito dell’apertura della Porta Santa, simboleggiante il varcare la porta della fede che conduce a Dio. L’ultimo Giubileo si è celebrato nel 2000. Era stato un evento di una portata rilevantissima, essendo conciso con l’inizio del terzo millennio. Il Giubileo indetto da Papa Francesco è sostanzialmente identico, nella funzione di conversione, ma trova la sua ragion d’esistere nella matrice, fortemente pastorale, che il papa argentino ha dato al suo pontificato. Nella bolla con la quale è stato indetto l’Anno Santo, la “Misericordiae vultus”, il Santo Padre ha scritto che l’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia e che tutto della sua azione pastorale dovrebbe “essere avvolto dalla tenerezza con cui si indirizza ai credenti, nulla del suo annuncio e della sua testimonianza verso il mondo può essere privo di misericordia”. Il testo si spinge oltre una circostanziata espressione d’indirizzo e, in maniera netta, sostiene che “la credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole, la Chiesa «vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia»”. Andando oltre la complessa definizione di “misericordia” (che esprime come l’uomo possa essere mosso a pietà, e toccato nell’intimo, da una situazione di miseria), è bene ricordare come essa sia un tema estremamente caro a Papa Francesco. Il Papa, fin dal primo Angelus, ha detto che “non esiste nessun peccato che Dio non può perdonare” e che mai nessuno può disperare della misericordia di Dio, perché “perdona tutto”. Il tentativo è quello di sanare le tante ferite che l’uomo moderno subisce e da cui si sente irrimediabilmente compromesso. Il Papa ha indicato come opportuna la celebrazione dell’evento non come uno spettacolare momento mediatico ma come un tempo da vivere con semplicità e nella sua essenzialità. L’apertura della Porta Santa non avverrà solo in San Pietro e nelle altre tre Basiliche Maggiori di Roma, ma avverrà anche in ogni diocesi italiana, e nella sede della Caritas di Roma. Il Papa vuole evitare che coloro i quali siano impossibilitati a partecipare alle manifestazioni romane non siano toccati da questo evento che, al di là dei simboli e della prassi, si indirizza all’essenza della vita di tutti e, perciò, non può escludere nessuno.