A cura di Andrea Antonuzzo e Veronica Sarno

Il 20 dicembre la Spagna va al voto e, per la prima volta dalla fine del franchismo, non sa se avrà un governo di maggioranza per i prossimi 4 anni. La ‘colpa’ è dell’ascesa dei nuovi partiti, Podemos e Ciudadanos, che hanno rotto il tradizionale bipartitismo castigliano e si aspettano di saccheggiare il bacino elettorale di conservatori (PP) e socialisti (PSOE).
I sondaggi danno il PP in testa, ma senza i voti necessari per governare da solo. Proprio per la scarsa dimestichezza con il multipartitismo e le alleanze post-elettorali, tutti i leader hanno evitato ogni riferimento a possibili accordi, anche per evitare di perdere elettori.

Contrariamente alle ultime campagne elettorali nel resto d’Europa, quella spagnola si è contraddistinta per la rinnovata centralità delle più tradizionali questioni di politica interna, tra cui quelle economiche ed istituzionali. Vediamo quali.

VECCHIO Vs. NUOVO Come accennato, sulla scena hanno fatto irruzione due nuovi partiti: Podemos e Ciudadanos.
Il primo è l’evoluzione del movimento degli Indignados, che, sotto la guida del professore di Scienza Politica Pablo Iglesias, ha smussato i toni più rivoluzionari e ha conquistato importanti piazza nelle amministrative dello scorso 24 maggio.
Ciudadanos è invece stato inizialmente un fenomeno catalano che, grazie al giovane leader Albert Rivera, è passato dalla sinistra alla destra dello spettro politico, prospettando riforme ragionevoli, non di rottura. Pur con delle differenze, entrambi i leader parlano di lotta alla corruzione e alla casta (#malditacasta è lo slogan di Podemos), di una nuova politica che sconfigge la vecchia.
Inoltre, nonostante la disoccupazione e il continuo flusso di migranti, nessuno ha fatto leva sulla pancia degli elettori con quei temi xenofobi che hanno fatto la fortuna di altri partiti in ascesa nel resto d’Europa. Questo, insieme a una dialettica vivace ma pacata e alla competenza dimostrata nei dibattiti, ha fatto dire a molti commentatori spagnoli che finalmente il paese ha leader competenti e che il futuro della democrazia è in buone mani.

ECONOMIA E LAVORO Disoccupazione superiore al 20%, 4,8 milioni di spagnoli senza lavoro, precarietà, bassi salari, aziende in crisi: l’economia è stato il tema principale della campagna, quello in cui si percepisce più netta la vecchia dicotomia destra/sinistra. Il PP e Ciudadanos presentano propongono riduzioni fiscali come incentivo al lavoro, mentre PSOE e Podemos preferiscono un maggiore pressione fiscale sui redditi più elevati e una revisione più o meno profonda degli sgravi fiscali. Curioso che l’Unione Europea sia stata quasi assente dal dibattito, come se le decisioni di politica economica non dipendessero anche dai vincoli di bilancio imposti da Bruxelles.
Con il deficit ben al di sopra del 3% e un debito pubblico che sfiora già il 100% del PIL, la Commissione Europea ha fatto sapere che occorrono tagli alla spesa per altri 20 miliardi di euro. Il centrodestra sembra non curarsene e propone la riduzione delle tasse, contando su una crescita sostenuta e sulla creazione di nuovi posti di lavoro. I popolari promettono 2 milioni di nuovi contratti nei prossimi quattro anni e stimoli all’impiego a tempo indeterminato; Ciudadanos propone il contratto unico per limitare la precarietà lavorativa.
Sul fronte opposto, PSOE e Podemos concordano sulla necessità di derogare la riforma del mercato del lavoro varata dal PP nel 2012, che ha permesso alle aziende di realizzare licenziamenti di massa e propongono un aumento del salario minimo. I socialisti sostengono che bisogna limitare il ricorso ai contratti a temine, mentre Podemos promette la creazione di 300000 nuovi posti di lavoro grazie ad investimenti nell’energia pulita.

SISTEMA ELETTORALE Si tratta di un proporzionale con liste bloccate (gli elettori non possono esprimere preferenze) ma con un potente meccanismo di correzione consistente nel fatto che i seggi sono assegnati in circoscrizioni provinciali molto piccole. Ciò ha storicamente avvantaggiato i due partiti principali (PSOE e PP) a scapito delle forze minori, incentivando il bipartitismo e la formazione di maggioranze parlamentari omogenee. Proprio l’effetto distorsivo che il sistema produce sulla rappresentanza e quella che alcuni analisti hanno definito una “presidenzializzazione” di fatto del premierato sono stati oggetto di forti critiche da parte dei nuovi partiti, soprattutto di Podemos, che si è scagliato contro la perversa “logica del voto utile” cui il funzionamento del sistema induce l’elettore al momento della scelta. A questo si aggiunge il fatto che lo scenario di un parlamento tetrapartitico e privo di una maggioranza assoluta farebbe venir meno proprio quella governabilità che ha costituito, finora, una delle ragioni del successo di tale sistema.

SENATO La Camera alta spagnola è composta, per i 4/5, da senatori eletti direttamente per quattro anni a livello provinciale secondo un sistema maggioritario plurinominale, il restante quinto da membri designati dalle assemblee delle Comunità autonome. Pur non votando la fiducia al governo, il Senado può emendare o respingere i testi approvati dal Congreso, il quale può superare il veto a maggioranza assoluta. Esso, inoltre, gode di una posizione paritaria nell’approvazione delle leggi organiche, concernenti i diritti fondamentali e le autonomie locali, e delle leggi costituzionali. Le proposte delle forze politiche si sono orientate verso una riforma del Senato volta a rafforzare la sua natura di Camera rappresentativa delle autonomie. Questa è, ad esempio, la linea del Partito socialista, mentre la proposta di Podemos si ispira al modello del Bundesrat tedesco, dove i Lander sono rappresentati attraverso i rispettivi governi. La proposta di Ciudadanos, più radicale, prevede addirittura l’abolizione tout court del Senato e la trasformazione del Parlamento spagnolo in un’istituzione monocamerale.

COMUNITA’ AUTONOME E CATALOGNA Il dibattito politico spagnolo ha sempre avuto una certa familiarità con le questioni legate all’autonomia regionale ed alle spinte indipendentiste di alcuni territori, come il caso di stretta attualità della Catalogna dimostra. Sebbene la questione regionale coinvolga una serie di temi più ampia della sola questione catalana, quest’ultima è stata uno dei temi principali della campagna elettorale, che ha visto tutti i principali partiti nazionali schierarsi contro l’indipendenza della Catalogna, ma con accenti e sfumature diversi. Podemos ritiene che i catalani debbano potersi esprimere sull’indipendenza attraverso un referendum, analogamente ai “cugini” scozzesi; Ciudadanos e i socialisti, invece, sono fortemente contrari a questa possibilità, e questo risulta particolarmente interessante proprio nel caso del movimento di Rivera, che pur essendo nato proprio in Catalogna ha cercato, nel corso della campagna elettorale, di formulare una proposta di governo di respiro nazionale. Sullo sfondo della questione catalana, tuttavia, il tema che potrebbe porsi nel corso della prossima legislatura – piuttosto glissato dai partiti durante la campagna – è quello della possibile evoluzione della forma di Stato verso il federalismo, che implicherebbe non soltanto la riforma del Senato, ma anche il ripensamento complessivo del rapporto tra centro e periferia e del riparto di competenze legislative, amministrative e finanziarie tra lo Stato centrale e le Comunità autonome.

Al netto di questi temi trattati nel corso della campagna elettorale, gli spagnoli saranno chiamati, ancor prima, ad affrontare il nodo della formazione del governo in un parlamento “tetracefalo”. A questo proposito, lo stesso ex premier socialista Felipe Gonzalez ha affermato che “si va verso un parlamento italiano, ma senza italiani a gestirlo”. La frase, pronunciata non senza ironia, denota un certo pessimismo sulla capacità della democrazia spagnola di reggere di fronte alla necessità di accordi e negoziazioni post-elettorali. Ma chissà che, alla fine, gli spagnoli non si scoprano più simili e più bravi degli italiani di quanto pensino.