A cura di Giuseppe Muscato –

Quando divorziare è più facile che sposarsi. Oggi potrebbe accadere anche in Italia. A circa sei mesi dall’entrata in vigore della legge n.55\2015 che ha introdotto in Italia il divorzio breve, è possibile tirare le somme dei risultati ottenuti con questo provvedimento. Se per i più scettici come me il fatto che la legge in questione contenga più di una volta il numero cinque è una semplice coincidenza, di tutt’altro avviso sono i più creduloni che scomodano addirittura i maya: secondo la numerologia, il cinque sarebbe un numero liberatore che dona voglia di vivere e di liberarsi da ciò che non serve più, proseguendo avanti liberi dopo aver sciolto ogni precedente legame. Digressioni a parte, il punto fondamentale della questione rimane che da quando la legge è stata approvata, i tempi d’attesa dopo la comparizione dei coniugi davanti al presidente del tribunale sono strettissimi: anche in presenza di figli minorenni si passa dai 3 anni ai 6 mesi se la separazione è consensuale, e da 3 anni ad un anno se la separazione è giudiziale. La riduzione dei termini sopra descritta ha quindi fatto sì che in media per la sentenza del divorzio occorrano circa 4 mesi. Divorzi flash insomma. Ma con quali conseguenze? Sicuramente una semplificazione della conflittualità e una riduzione delle spese processuali, ma anche un forte incentivo a divorziare. Grazie alla retroattività del nuovo strumento, si è infatti anche verificato un boom di riaperture di molte situazioni impantanate nelle complesse lungaggini del procedimento tradizionale. Da nord a sud si è registrata un’impennata delle richieste di divorzio, anche da parte di coppie ultrasessantenni (dando origine ai cosi detti divorzi grigi). Uno dei nuovi modi per ottenere il divorzio in modo consensuale è la «negoziazione assistita da un avvocato». Con essa non è più necessario che un giudice verifichi l’irreversibilità della crisi coniugale prima di decretare lo scioglimento del legame, ma basta la mediazione di un legale che è tenuto a redigere un documento sull’accordo raggiunto dai coniugi, farlo firmare dalle parti e autenticarlo.
Novità anche sulla comunione dei beni che ora si scioglie quando il giudice autorizza i coniugi a vivere separatamente o al momento della sottoscrizione della separazione consensuale e non dopo il passaggio in giudicato della sentenza di separazione come avveniva in passato. Numerosi sono indiscutibilmente i pregi della riforma fra i quali quello di aver superato definitivamente le tendenze più tradizionaliste. Ma se oggi per fortuna sarebbe assurdo anche solo pensare di vietare il divorzio come avveniva in Italia prima della Legge Fortuna-Basili, rimane pur sempre lecito chiederci se non si sarebbe potuto trovare un miglior compromesso fra l’esigenza di ridurre le spese processuali e l’opportunità di concedere più tempo per eventuali ripensamenti o per rimettere a posto le cose: perché non provare almeno ad aggiustare l’aggiustabile?