A cura di Antonio di Ciommo –

Il post di Ilaria Cucchi del 3 gennaio ha già provocato la prima polemica del 2016, ha già smascherato, per quest’anno, il nostro poco garantismo e la nostra poca voglia di attendere.
Bene o male – soprattutto male – conosciamo tutti il caso dell’omicidio di Stefano Cucchi, fratello di Ilaria, colto in flagrante e processato per spaccio di stupefacenti per direttissima. A Cucchi, detenuto nel carcere di Regina Coeli di Roma, visitato al Fatebenefratelli a causa di un peggioramento dello stato di salute, vengono rilevate nel corso della visita medica diverse lesioni sul corpo, subite – questo è certo – durante una colluttazione o, per meglio dire, un pestaggio; viene disposto un ricovero nel suddetto ospedale, che, però, non avverrà mai. Stefano Cucchi è infine trasportato all’ospedale Sandro Pertini in cui esala l’ultimo respiro. Nella prima inchiesta verranno indagati e rinviati a giudizio tredici persone tra medici e guardie penitenziarie, ed altri cinque militari – responsabili durante l’arresto e la custodia in caserma di Cucchi – saranno indagati all’interno dell’indagine “bis”.
Venendo a noi, la sorella di Stefano, Ilaria Cucchi, il 3 gennaio pubblica in un post su Facebook la foto di uno dei militari indagati nella più recente inchiesta e scrive:
“Volevo farmi del male, volevo vedere le facce di coloro che si sono vantati di aver pestato mio fratello, coloro che si sono divertiti a farlo. Le facce di coloro che lo hanno ucciso. Ora questa foto è stata tolta dalla pagina. Si vergogna? Fa bene.”
Apriti cielo: la prima polemica dell’anno è scoppiata. Polemica che, per come la si percepisce, è estremamente sgradevole sotto vari profili: in primo luogo, per quanto si possa comprendere l’emotività di una sorella a cui è stato strappato un fratello (innocente o no, spacciatore o cittadino esemplare non conta, qui è morto un uomo e deve bastar questo), da persona media non posso comprendere il ruolo di giudice che Ilaria Cucchi si è arrogata. Non posso convincermi del fatto che ella non stia in costante contatto con avvocati, magistrati e, più in generale, iuris periti, e che questi non le consiglino di non dire cose poco convenienti per una situazione così complessa come quella in cui si trova la famiglia Cucchi; in secondo luogo, non ci si può astenere dal dire che, per quanto vi siano delle intercettazioni e per quanto queste possano (quasi mai e quasi mai del tutto) parlar chiaro, non sta a lei dire: “hanno ucciso mio fratello”, ma sarà il giudice a dover pronunciare questa frase, quando e se emetterà una sentenza di condanna. Troppe volte ci siamo trovati davanti a casi simili, a polemiche così sgradevoli. Posso comprendere la paura che i processi possano non risolversi con una sentenza di colpevolezza e che il povero Stefano possa esser rimasto vittima di una morte di cui nessuno sarà ritenuto responsabile, ma, al contempo, non si possono distruggere secoli di diritto, di teorie e di principi, e non si può accettare che qualcuno lo faccia mentre restiamo a guardare e presi dal cuore agiamo in maniera così compulsiva.
Prima di parlare bisogna soppesare attentamente ciò che diciamo. In primis lei, Ilaria, lei che si è fatta, seppur indirettamente, promotrice – giustamente! – di una azione a difesa del principio del neminem laedere, oggi non può abbattere il principio garantista perché a tutti costi ed a gran voce, con il cuore e non con la testa, chiede il colpevole e, senza accorgersene, mentre lo chiede, ha già inquisito, citato e condannato; non si meravigli, poi, se riceverà ulteriori querele, definendole, magari, minacce, anziché atto giustificato e dovuto (si veda quella del sindacato della penitenziaria SAPPE e, da ultima, quella del militare la cui foto è stata pubblicata dalla signora).
Insomma, signora Ilaria Cucchi, mi auguro che d’ora in poi lei si comporti solo e soltanto quale parte lesa, nulla di più, nulla di meno. Dovrà altrimenti attendersi altre querele e correrà il rischio di veder cambiare il giudizio dell’opinione pubblica, che attualmente è ancora a suo favore, nonostante le plurime uscite ingiuste e inopportune. Ricordo, infine, che per quanto possano ancora accadere fatti così spiacevoli, le forze dell’ordine non sono e non devono essere bestie da epurare, sono coloro che reggono e reggeranno il peso della nostra società, sono le fondamenta del principio di certezza e se il giudice riterrà colpevoli o innocenti gli imputati, quello sarà il giudizio e lo dovrà accettare, senza continuare a demonizzare lo Stato.
Ci sono ruoli che devono essere rispettati.