A cura di Davide Maria Nutricati-

Uno degli ultimi numeri (N°51 anno LXI ) de “L’espresso”, mostra in copertina il volto sorridente di una ragazza. Certamente, ignara del fatto che quel suo primo piano, avrebbe fatto il giro del pianeta. I colori alterati, quasi a celebrare qualcuno ascrivibile ad un tempo ed un’età fermi per sempre. Sul fondo pagina campeggia il titolo: “Valeria Solesin, persona dell’anno”. Fiumi di inchiostro hanno riempito le pagine dei giornali, descrivendo Valeria come una studentessa modello, elogiando il suo amore per il sapere, per la vita, per la sua famiglia che – con compostezza e profondissimo senso di dignità – ne onora oggi la memoria. Riconoscere in lei un’icona, significa riuscire e sfuggire all’effetto deflagrante che l’informazione attua, indiscutibilmente, nel limitarsi a raccontare fatti accaduti. Storicizzare accadimenti, tragedie, vite spezzate – tiene fede al precetto secondo cui – tutto ciò che accade, vada raccontato così com’è; dal momento che quello che si consegna alla storia oggi, verosimilmente insegni e prevenga errori del domani. Ma qualcosa è cambiato, le strade per la prima volta un nome lo hanno davvero, perfino un tempo, pochi minuti in particolare; immagini e filmati il risultato di un dito che compulsivamente clicca qui e lì, con fare frenetico e curioso. Le persone perdono il nome, diventano perfino numeri. Teatri, caffè, luoghi comunissimi diventano gli stessi che tutti riconosceranno e ricorderanno, quelli del misfatto. Qualcuno riuscirà ancora a percepire l’odore di un’aria che sa di strage fatta. Ciononostante, niente elude la possibilità di rendersi conto, di quanto per una certa gradazione , secondo l’inclinazione che passa attraverso la nostra quotidianità, la storia di Valeria sia perfettamente e banalmente identica a quella di ognuno di noi. Definirla come la vittima italiana per mano del terrorismo internazionale è corretto, ma risulta un palliativo; tanto quanto il pensiero secondo il quale, tanto farebbe bene alla nostra coscienza, pensare che avesse delle doti sovrannaturali, qualità che noi non abbiamo e che giustifichino l’impegno ed un amore per il bello ed il vero che l’abbia portata lontano da casa e non solo, per sempre. Qualcuno ha parlato di “Generazione Bataclan”. Valeria ne è il simbolo, da qui incoronata la ‘persona dell’anno’; una storia semplice ma di grandissima potenza. Espressione di vera eccellenza, una generazione che disdegna la disillusione arrendevole, prodigandosi oltre il dovuto, spingendosi ovunque e ogni qualvolta se ne senta il bisogno. Cittadini del mondo per passione e per necessità.

In omaggio a lei, condivido un ricordo personale che dia a me e a chi legge –anche solo attraverso questo racconto – il piacere di averla conosciuta.

Quasi per caso mi trovavo a Venezia, esattamente mentre un volo di Stato ti restituiva al tuo paese. Sembra tutto un ‘carnevale’, come se quando la vivi di passaggio, qualcuno avesse creato un tripudio di gente e di barchette, che vanno avanti e indietro come fossero formiche operaie;. Mentre tutti i giornali scrivono di te, chiedendosi quanti secondi tu abbia resistito prima di chiudere gli occhi, pensavo e mi chiedevo se tu avessi mai guardato nello stesso punto in cui lo sto facendo io. E se l’hai fatto, quante volte l’hai fatto. E cosa avrai pensato. Magari sarai salita sul mio stesso vaporetto. Pensavo al fatto, che quella sera te ne sei andata via e con te il nostro senso di sicurezza. Non hanno colpito te, hanno colpito nel nostro essere dannatamente esterofili ed orgogliosamente italiani. Quella sera chiunque tra sessanta milioni poteva trovarsi in quel teatro, perché se l’arte ed il buongusto avessero colori, sarebbero gli stessi della bandiera che ora ti veste. Hanno ammazzato le nostre abitudini, quelle poche certezze che abbiamo, ma che non baratteremmo neppure per un posto di lavoro o uno stile di vita più confortevole. Ci hanno interrotto nella nostra monotona e rassicurante routine. Mentre la vita o la giornata di lavoro inizia e finisce, ma solo e soltanto dopo un cappuccino ed un cornetto – perché si dice cornetto e guai a chiamarlo ‘croissant’ – fosse anche un francese a rivendicarlo. Davanti al Bataclan qualcuno si ricorderà del sangue, anche se lavato via. Qualcuno passando per quelle vie, probabilmente vedrà ancora quella ragazza appesa al cornicione, in fuga da dove? Da casa sua magari. Ecco che all’improvviso, i diritti umani, integrazione e multiculturalismo, diventano un’idea semplice. E così i turisti non ci sono più, le barche sono sparite. Sarà l’alba o sarà un tramonto, che proietta su piazza San Marco i disegni di un sole che attraversa gli archi. Sei su una gondola condotta da nessuno, il silenzio si sente e lo puoi anche toccare, alzi gli occhi al Ponte dei Sospiri come chi guarda la centesima volta come fosse la prima. E se questo vento che mi scompiglia i capelli adesso ti giungesse, forte e limpido fino ad un’altra dimensione; se ti attraversasse e ti riportasse a casa tua, perché tanto la bellezza non muore.